logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Già si vede l’orizzonte, a Rosarno si inaugura l’Hospital(ity) School

Una struttura polifunzionale inserita nel drammatico contesto di San Ferdinando

3 maggio 2018

Fai una donazione al Progetto Melting Pot!

Tutto contento e spettinato Leo saltella in casa con un foglio in mano.

Hai fatto un disegno? Che bello, me lo fai vedere?” chiedo incuriosita al piccolo figlio di Michele, della Cooperativa SOS Rosarno che ci ospita nella sua azienda di campagna.

Col ditino sporco dopo una giornata di giochi, Leo segue le linee che ha tracciato e mi indica il prato verde e il grande albero al centro, ricco di frutti colorati. “E questo cos’è?” domando riferendomi alla linea blu del cielo.

Questo è il mare!

Il mare? Non è il cielo quello azzurro che sta in alto?

Non sta in alto! Guarda!”, risponde capovolgendo il foglio, “basta mettere il foglio a testa in giù!”.

L’innocenza del dolce bimbo calabrese mi sembra rivelare il senso più profondo dell’esperienza che i ragazzi del Collettivo Mamadou e SOS Rosarno stanno portando avanti nel ghetto del sud della Calabria: basta cambiare punto di vista.


È nel momento in cui l’empatia verso il diverso supera la logica etnocentrica che ci si rispecchia davvero con l’altro, nel riconoscimento dell’appartenenza a una comune umanità; e la magia ha inizio.

Sabato 28 Aprile ha avuto luogo l’inaugurazione dell’Hospital(ity) School, struttura promossa dal Collettivo Mamadou di Bolzano e progettata e montata dal Collettivo di architetti Area 527 e da Brave New Alps. Il progetto si è concretizzato con la realizzazione di un edificio di legno polifunzionale inserito all’esterno della nuova tendopoli del comune di San Ferdinando.


Questa casetta gialla brilla nell’inquietante desolazione dell’area industriale circostante, poco fuori Rosarno. Nella zona si alternano fabbriche fatiscenti, campi incolti ed edifici abbandonati. All’orizzonte spiccano minacciose le possenti strutture del porto di Gioia Tauro, amaramente celebre per essere uno dei principali snodi del traffico di armi e droga. Ovunque si percepisce acre odore di ‘Ndrangheta.

I braccianti da anni sono stati confinati in quest’area abbandonata, lontani dallo sguardo di tutti. Al momento circa 500 trovano posto nella nuova tendopoli costituita da ordinate tende blu del Dipartimento del Soccorso Pubblico del Ministero dell’Interno, circondata da un cancello e gestita dall’Associazione Augustus. Per accedervi ai migranti è richiesto un badge.


Questa nuova tendopoli sorge a pochi metri dal ghetto, ancora terribilmente attivo e radicato. Un intero piazzale ricoperto di baracche, perennemente presidiato da varie volanti, che però non sembrano particolarmente pronte ad intervenire. In alcune baracche sono stati aperti negozi che vendono cibo e vestiti, macellerie, cucine, bagni, latrine a cielo aperto e anche bordelli di prostitute, principalmente nigeriane. Altri migranti vivono in una fabbrica occupata qualche strada più in là, dove la puzza di immondizia per strada coglie alla sprovvista la lucidità con cui cerchi di analizzare la situazione. Un’altra possibilità è vivere a qualche chilometro vicino alla periferia di Rosarno in un campo di container ormai autogestito, dove si possono trovare anche famiglie con bambini.

Già si vede l’orizzonte” si legge sul volantino della festa d’inaugurazione dell’Hospital(ity) School. Non si guarda solo “oltre la fortezza” della campagna #overthefortress, ma molto più in là. In un contesto del genere, di segregazione e omertà, uno degli aspetti più meritevoli del progetto è proprio la capacità di guardare lontano.

Tutto è nato due anni fa quando Matteo e Valentina, due ragazzi del Collettivo hanno iniziato a vivere tutte le contraddizioni dei ghetti dei lavoratori stagionali del sud Italia. “Però come puoi parlare di diritti e lavoro se non sai parlare italiano? Così abbiamo iniziato con corsi di italiano nel ghetto, scendendo con un pulmino sempre carico di volontari diversi durante ogni momento libero dal lavoro”. La lungimiranza del Collettivo è stata quella di non limitarsi ad una serie di staffette, ma di mirare al coinvolgimento delle persone del luogo. Grazie anche alla presenza di persone già attive e sensibili al tema quali ad esempio i membri della cooperativa SOS Rosarno, il progetto di una struttura che fungesse da scuola fissa sul territorio ha trovato il supporto di molti solidali “autoctoni”.

Durante la tavola rotonda con le associazioni che gestiscono l’Hospital(ity) School, momento che ha aperto la festa di sabato, il presidente di SOS Rosarno ha sottolineato come il progetto concretizzi «una reale connessione nord-sud, e non una vacua beneficenza attuata da ricchi bolzanini che mandano soldi al sud per lavarsi la coscienza».


La quantità e varietà di associazioni partecipanti e di progetti in corso d’opera è davvero sorprendente: oltre alla scuola di italiano gestita da volontari e dalle volontarie, parteciperanno anche Medu, Emergency, CGIL, con l’apertura di vari sportelli di orientamento sanitario e legale. Un lavoro di collaborazione e networking non indifferente.

Come fa notare Matteo del Collettivo è di fondamentale importanza il valore simbolico della struttura, un edificio reale e concreto che diventa un porto sicuro per uscire dall’irrealtà di quel non luogo, una struttura meticcia e resistente. Valentina sottolinea la rilevanza del fatto che l’edificio sia stato costruito al di fuori della tendopoli: non aveva più senso continuare a insegnare in una baracca del ghetto e collocare una struttura solidale all’interno del luogo simbolo dell’esclusione sarebbe stato solo un modo per legittimarlo e diventarne in qualche modo complici.


Meticce le associazioni attive così come l’intera giornata di sabato, che ha rappresentato perfettamente la realtà quotidiana di Hosptal(ity) School. La spremuta delle arance di SOS Rosarno, raccolte da braccianti regolarmente assunti che lavorano fianco a fianco con i contadini calabresi; i ragazzi della tendopoli che mangiano le zeppole appena fritte dalle anziane signore di San Ferdinando che dai loro grembiuli a quadri rossi e bianchi apprezzano compiaciute il successo che ha la loro cucina tipica tra i giovani africani; gli agricoltori calabresi che si gustano i piatti africani con riso e arachidi; il ragazzo del Gambia che sale sul palco a cantare con il gruppo rap di Reggio Calabria; le risate e l’impegno di tutti e tutte per gestire la giornata, in un luogo che sentono allo stesso modo come proprio.

Nadia, una delle insegnanti della scuola, mi parla dei semi ibridi. La donna dai grandi occhi verdi mi spiega come lei si stia impegnando a resistere contro questo aspetto dell’agricoltura capitalista, attraverso l’utilizzo e la conservazione dei semi antichi. “I semi ibridi sono come bambini sterili. Crescono ma non possono riprodursi”. I semi frutto di incroci non possono dare frutto.

Però forse per l’uomo è diverso. Questo seme ibrido che è stato piantato nel ghetto di Rosarno, non sembra che promettere grandi risultati. Questa struttura fatta di incroci e intrecci meticci cela una potenzialità immensa, promette una varietà di frutti e colori incredibile, proprio come l’albero che il piccolo Leo ha disegnato sul suo foglio bianco.

Claudia Terragni, Associazione Open Your Borders - Padova