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Gli effetti delle politiche europee in Tunisia: osservazioni

Appunti e fotografie dalla 4a Carovana per i Diritti dei Migranti per la Dignità e la Giustizia

14 maggio 2018

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Orientamenti della cooperazione bilaterale

La 4a Carovana per i Diritti dei Migranti per la Dignità e la Giustizia di attivisti e testimoni è arrivata in Tunisia durante le ultime giornate precedenti le elezioni comunali del 6 maggio, snodo importantissimo del processo post-rivoluzionario di transizione democratica. In Tunisia sono evidenti gli innumerevoli cambiamenti intercorsi in questi ultimi 7 anni, ciò che forse è meno evidente, è la grande eterogeneità di questi stessi in termini di ambito di riferimento, di paradigma politico, di effetto reale sulla società tunisina, e di lettura e giudizio di questo stesso effetto da parte di una compagine di soggetti a loro volta estremamente eterogenei.

On the road - Tunisia (Foto di Monica Scafati, aprile 2018)


La Tunisia della lettura eurocentrica, che legge solo le pagine che la interessano come ad esempio quelle sul tasso di cooperazione del Governo in relazione alla permeabilità dei mercati, all’esternalizzazione delle frontiere e dei sistemi di accoglienza, o alla lotta al terrorismo, è un’ottima Tunisia come ho più volte già detto: funzionale alle delocalizzazioni dell’impresa, all’industria del turismo, e al primo e più grossolano filtraggio contenitivo del flusso migratorio africano.

Sulla Tunisia è in corso un vero investimento da parte dell’Europa, di cui è a tutti gli effetti e per molti aspetti partner. Un investimento gestito attraverso un importante gettito di capitali esteri sul territorio nazionale, per il finanziamento di alcune specifiche direttrici di sviluppo.

Proprio mentre la Carovana Migrante lascia la Tunisia nella domenica elettorale, fervono i preparativi milionari della “Settimana dell’Europa in Tunisia” che avrà luogo dall’8 al 13 maggio [1] e sarà l’occasione, nel celebrare la giornata europea del 9 maggio, di celebrare il partenariato strategico che da 61 anni la Tunisia intrattiene con i paesi della sponda nord del Mediterraneo.

Società civile, autorità nazionali e locali, giovani e investitori a discutere di turismo, cultura e sviluppo regionale. Sono 2.000 gli inviti per il cocktail diplomatico al Museo di Cartagine, e 50 milioni gli euro stanziati per la promozione dell’artigianato, del patrimonio e del design tunisino. Altri 24 milioni per il programma "Iniziativa regionale per sostenere lo sviluppo sostenibile" (IRADA), distribuiti su quattro anni in otto governatorati (prevalentemente della Tunisia occidentale in cui la situazione sociale ed economica è più difficile) per favorire l’incontro economico della domanda con l’offerta, e della formazione professionale con le richieste del mercato del lavoro.

La chiusura della settimana avverrà il 15 maggio a Bruxelles con l’incontro tra Federica Mogherini e il Ministro degli affari esteri tunisino Khemaies Jhinaoui per l’elaborazione della tabella di marcia del partenariato 2018/2020.

Frattanto, mentre fiumi di capitali inondano tasche sulla cui incorruttibilità non garantisce nessuno, la popolazione non percepisce né un aumento del potere d’acquisto né una maggiore ricchezza di occasioni economiche, come non percepisce una vera dismissione di politiche decisioniste e dispotiche ai danni dei diritti sociali e civili dei cittadini. Percepisce al contrario un abbassamento della qualità della vita, confermato dalla crescente disoccupazione, dalla crescente inflazione, dal progressivo aumento del costo dei beni essenziali e dalla parallela
svalutazione della moneta.

On the road - Tunisia (Foto di Monica Scafati, aprile 2018)

Nell’ultimo anno il governo democratico tunisino ha consentito e favorito la riabilitazione sociale, politica ed economica dei complici di Ben Alì, bloccato i lavori del gruppo di “Istanza Verità e Dignità”, accettato di mettere in atto leggi finanziarie ispirate ad una forte austerity, dimostrato apertura verso proposte di legge finalizzate alla restrizione delle libertà individuali in nome della guerra al terrorismo, e verso proposte di legge finalizzate alla restrizione dei meccanismi di trasparenza in nome della sicurezza nazionale.

Le libertà di informazione, dissenso e partecipazione dei cittadini, guadagnate nei percorsi della transizione democratica, sono state su più direttrici molto inferiori alle aspettative del popolo rivoluzionario che ad oggi annovera tra le prime evidenze degli effetti della rivoluzione, il dilagare della corruzione molto più e molto prima dell’avanzamento in termini di parità dei sessi e diritti delle donne ad esempio.

La corruzione è un problema di considerevole entità in Tunisia, un fenomeno che ovviamente non nasce con la democrazia, ma che però si sovrappone in maniera tutt’altro che indifferente all’aumento dei soggetti ammessi a far parte della nuova classe dirigente.

In termini popolari, da non derubricare come populisti, potremmo dire che stando alla percezione dei tunisini, è dilagata la corruzione in maniera direttamente proporzionale al dilagare del numero di soggetti politicamente attivi e influenti, e per conseguenza di questo è dilagata l’entità di risorse umane, infrastrutturali e materiali che il fenomeno della corruzione è potenzialmente in grado di attrarre a sé e sottrarre alle forze in campo per il buon fine della transizione democratica.
I tunisini sintetizzano gli effetti della rivoluzione nell’espressione breve che chi stava bene sta meglio, e chi stava male sta molto peggio.

La corruzione, nel contesto democratico molto più di quanto non accadesse durante il regime di Ben Alì, ha quindi agito nel senso di estremizzare ed esasperare la disuguaglianza sociale, caratterizzandosi come ultimo assalto alle speranze espresse nelle rivendicazioni della fasce sociali popolari e medio-basse.

On the road - Tunisia (Foto di Monica Scafati, aprile 2018)

La ripresa dell’emigrazione nel post-Rivoluzione

È per questo che negli ultimi due anni è riesplosa anche la dinamica dell’immigrazione clandestina: perché è stata delusa l’aspettativa di riscatto degli ultimi. I meccanismi di mobilità sociale sono pressoché completamente bloccati, i percorsi di istruzione non garantiscono una collocazione appropriata nel mondo del lavoro, le denunce della società civile restano inaudite o vengono represse con violente forme di autoritarismo.

Le forze di sicurezza continuano ad utilizzare modalità di gestione dell’ordine pubblico non dissimili da quelle totalitarie e lesive della dignità di cui si sono avvalse durante gli anni del regime, e permane l’evidenza dell’impunità dei potenti. Ancora sono autrici di pestaggi e omicidi. Le persone si sentono soffocate dall’ingiustizia sociale, dalle disuguaglianze, dalle discriminazioni nell’accesso ai diritti.

E infatti anche rispetto alle attesissime elezioni comunali, il dato forse maggiormente significativo è quello che ci racconta che a votare si sono recati soltanto il 35,65% degli aventi diritto, e che quindi quasi 2 tunisini/e su 3 non sono andati ad eleggere i consigli comunali.

I giovani lavorano talvolta anche per soli 15 dinari a giornata, senza alcuna possibilità di trarre da quei compensi quote da investire sul futuro. Possono vivere solo il qui ed ora, deprivati del diritto ad un progetto di vita. Molti giovani sono costretti a posticipare il matrimonio e la prospettiva di metter su famiglia, restano nella casa dei genitori alternando la disoccupazione forzata a giornate di lavoro pagate poco più di quel che sono costate tra trasporti, pasti e sigarette, e giornate trascorse a letto per non dovere, uscendo, aver bisogno di chiedere 5 dinari ai familiari.

È l’umiliazione che motiva alla fuga. L’impossibilità di sentirsi ridotti a essere un peso da parte di giovani uomini cresciuti in un contesto socio-culturale in cui è più frequente che siano i figli a contribuire economicamente alle spese familiari, che non le famiglie a sostenere le spese dei figli.

Tunisia, Kerkenna (Foto di Monica Scafati, aprile 2018)

E allora si parte, si parte da Kerkenna, da Bizert, da luoghi vecchi di cui sappiamo e da luoghi nuovi di cui non sarò io a fare il nome, si parte perfino dalla Libia se il budget per pagare la traversata è troppo basso; è pericolosissima ma più economica.

Quelli che scelgono questa strada sanno di poter essere sequestrati, torturati, sanno di poter riemergere cadavere tra le onde che si infrangono sulle spiagge di Zarzis, ma non gli importa; sono certi che l’unica cosa che potrà accadere non sarà altro che quel che Dio ha scritto per loro. In Tunisia a seconda di quale sia il tuo “filo” la partenza verso la Sicilia può costarti attualmente tra i 1.500 e i 5.000 dinari. Su chi sia ad organizzarla, ultimamente il discorso si è fatto più complesso.

Dalla Tunisia si parte dai lontani anni ’90. Il mare per le popolazioni costiere non è un luogo ostile e spaventoso, ma la quotidianità di un’infanzia e un’adolescenza trascorsa a salire e scendere da piccole imbarcazioni di pescatori di volta in volta con mansioni a responsabilità crescente. Il mare a molti giovani tunisini non fa paura affatto, e ad altri non fa comunque più paura della dipendenza economica, dell’impossibilità di avere moglie, figli, e una rispettabile socialità. Perfino chi ha già rischiato di morire non perde il coraggio di tentare di nuovo, come hanno fatto nel 2017 alcuni superstiti del naufragio del 6 settembre 2012, tra cui Sofien che in quella tragica notte di sei anni fa percorse a nuoto gli ultimi 14 km che lo separavano dalla terra ferma italiana su cui mettersi in salvo.

Anche a Kerkenna, salita agli onori delle cronache la scorsa estate come luogo di partenza degli sbarchi fantasma, si parte dagli anni ’90, ma da dopo l’estate in maniera diversa. I pescatori tunisini hanno per anni accompagnato chi voleva partire, magari non gratuitamente, ma senza mai qualificarsi come speculatori, e assumendosi in prima persona, anche per la salvaguardia della loro stessa incolumità, la responsabilità di offrire un viaggio sicuro. Era una dinamica non diversa da quella dei pescatori lampedusani che, quando il Mediterraneo non era ancora militarizzato, accompagnavano in Sicilia i migranti che altrimenti sarebbero rimasti confinati sull’isola. Una sorta di staffetta della solidarietà.

Tunisia, Kerkenna (Foto di Monica Scafati, aprile 2018)

Dalla Tunisia partivano piccoli gruppi tra le 10 e le 20 persone massimo, costituiti attraverso conoscenze dirette e reti amicali, trasferiti in circa 14 ore di navigazione da una sponda all’altra del Mediterraneo.

Ma la sofferenza e il disagio dei molti sono una ghiotta occasione per gli imprenditori della disgrazia sempre in agguato, e dunque anche in Tunisia, come già in altri luoghi, atti genuini di disobbedienza civile sono stati fagocitati da dinamiche pseudo-criminali votate al perseguimento del profitto, incuranti della dimensione politica della questione migratoria, e indolenti di fronte alla squallida inumanità di cui viene a caratterizzarsi il metodo.

A Kerkenna ad esempio, i piccoli viaggi si sono rarefatti in proporzione all’aumento delle richieste di partenza; il “mercato” non resta sordo alla domanda e ridisegna l’offerta. Si organizzano barche più grandi ma “usa e getta”, costruite - con meno accortezze anche se su ben remunerate commissioni - da falegnami che le consegnano senza alcun documento alle piccole “mafie” di “potenti locali” i quali, con l’aggiunta di un motore e una bussola, le fanno salpare con imbarchi non inferiori alle 100 persone. Le guidano dei giovanotti per cifre tra i 6.000 e i 7.000 dinari, abili marinai che ben conoscono non solo le rotte, ma anche le dinamiche dei respingimenti in ingresso, degli hotspot e dei rimpatri. Sanno che verranno fermati, ma che torneranno a casa in aereo in un tempo compreso tra le due settimane e i tre mesi, che si riposeranno un po’, e che saranno pronti a ripetersi a breve. Alcuni sono partiti anche due o tre volte, e non è affatto un cattivo mestiere. Sembrerebbe quasi un gioco, magari un po’ d’azzardo anche se in fondo neanche troppo.

Ciò che forse non sanno o a cui non pensano, ciò che i “reclutatori” certamente non gli dicono, è che questo è quel che accade finché va tutto bene, ma se avviene un naufragio e li accusano di strage, sempre ammesso che sopravvivano, vanno incontro ad anni di galera. La persona che venne individuata come “scafista” della barca del già citato 6 settembre ha scontato 5 anni in Italia, e una volta rimpatriato gliene sono stati notificati altri 3 dalla Tunisia che ha a sua volta inasprito le pene per le partenze clandestine punibili ora con 5 anni di reclusione e non più uno.

Tunisia, Kerkenna (Foto di Monica Scafati, aprile 2018)

Spero sia chiaro che il racconto che faccio non è un contributo all’accusare, né al facilitare la possibilità che vengano individuati. Né tantomeno al gettare benzina sul fuoco di chi in questo cieco e sciocco “primo mondo” legge come buonista un sistema di frontiera che non spara a vista sugli invasori, e che sicuramente leggendo della “sfrontatezza” con cui s’attende il ritorno in aereo si sarà sentito vittima dell’ennesima infamia ai danni della Patria, e reclama vendetta. Racconto perché da un lato sono contenta di sapere e poter dimostrare che più la nostra avida Europa si affanna a perpetrare il tentativo paradossale di imporre ai popoli una limitazione del diritto alla libera circolazione - senza mai disinteressarsi di conservar garantita la propria -, più gli uomini e le donne di questi popoli extra-europei, con il potere rivoluzionario delle loro ragioni, e con tutta la forza dei loro corpi disobbedienti, si riappropriano con intelligenza e coraggio del mal tolto.

Dall’altro, per dare di questi giovanotti uno spaccato umano che ne racconti anche la buona fede, l’ingenuità, e quel pizzico di goliardia non certamente criminale. Non sono loro a poter decidere quanta gente sale, non più, e non dipenderà da loro se la barca si sbilancerà e verrà ingoiata dal mare, o se qualcuno cadrà tra le onde. Io sono stata sempre dalla parte di questi giovani capitani che con audacia sfidano il potere che tenta di sottometterli, perché non parliamo di criminali ma di bravi ragazzi, persone educate e gentili, oneste, in nessun modo accumulabili ai torturatori libici.

Sono ragazzi che lavorano in mare da quando sono poco più che bambini, che sentono di dover prendersi cura delle loro madri e sorelle, dei loro anziani, che hanno cercato a vuoto un futuro lavorativo nella desolazione di un territorio che oltre alla modesta immutabilità di ciò con cui sono cresciuti, di occasione per un vero cambio di passo non offre che questa o di peggio.

Tunisia, Sfax - Ai battelli per Kerkenna, i mezzi militari utilizzati nei pattugliamenti della costa (Foto di Monica Scafati. aprile 2018)

Le partenze clandestine tra disobbedienza civile e speculazione economica: capitani e trafficanti

La differenza tra i capitani e i trafficanti è un terreno di discussione paludoso in cui un gran numero di attivisti si è impantanato a partire dagli effetti prodotti sulla dinamica migratoria dall’esodo dei profughi di guerra siriani. Per esser brevi, dal mio punto di vista se non avessimo persone disposte a far la parte di “Caronte”, le frontiere ci avrebbero già sconfitto. Se il libero attraversamento delle frontiere può essere rivendicato politicamente e trovare ascolto - anche se nei fatti segue comunque all’ascolto la resistenza -, è merito del fatto che gli arrivi continuano a mettere in crisi i progetti di “governance dei flussi” predisposti dalle autorità, e in evidenza i paradossi delle logiche e delle prassi del sistema di respingimento e accoglienza. Se si fermassero d’un tratto le partenze e gli arrivi clandestini, non resterebbe più neanche uno spazio interstiziale di negoziazione politica per rivendicare l’abolizione dei visti. Per questo i capitani sono una forza importante della lotta per il diritto alla libertà di movimento, e non si può lasciare che diventino tutti e in blocco, nella nostra percezione grazie a narrazioni ad-hoc, ripugnanti trafficanti di esseri umani.

Alcuni lo sono, alcuni ci nascono e altri ci diventano. Alcuni sono un po’ come gli imprenditori edili che festeggiavano il sisma aquilano del 2009 prefigurando il bottino della ricostruzione, altri come quelli che senza aver mai fatto un giorno di volontariato fondano cooperative sociali per aggiudicarsi gli appalti SPRAR e diventare lucrando, imprenditori della solidarietà.

Ma la differenza per fortuna si vede. Tra la buona e la cattiva accoglienza come tra il capitano e il trafficante. L’uno è un buon marinaio, un uomo onesto che non fa salire più esseri umani di quelli che possono viaggiare sicuri, che usa una barca di cui si prende cura come una figlia da anni e che sa gestire un’emergenza. Uno che non ha case né reti di complici, che non trasforma un ripostiglio in un carnaio, che non ha tre cellulari e la lista d’attesa. Trafficante invece è chi spesso sulla barca non sale affatto, che la riempie fino a scoppiare, che ottenuto il compenso in denaro si disinteressa completamente della sorte delle persone.

Il trafficante considera merce il popolo migrante, ma merce pure i capitani che attrae o costringe a sé. Mi è stato detto cosa ottiene un giovanotto che accetta di guidare, ma non cosa ottiene se invece rifiuta!

Sfax, i militari presidiano gli imbarchi per l’isola di Kerkenna (Foto di Monica Scafati, aprile 2018)

A Kerkenna, un’isola di 40 km circa dove l’unica risorsa del territorio è la pesca, dove si vive in non più di 2.000 e si raggiungono le 5.000 unità solo computando i turisti in estate, dove i rincari che si sono abbattuti su tutta la Tunisia sono aggravati dal costo dei trasporti dalla terra ferma (che ha prodotto un’ulteriore impennata dei prezzi delle materie prime come acqua e farina), dove non ci sono particolari occasioni di guadagno e sviluppo economico, i flussi migratori stanno diventando un importante settore dell’imprenditoria locale. Arrivano sull’isola anche i sub-sahariani e gli algerini, certamente non con i traghetti del servizio pubblico ormai presidiati da polizia e militari che all’imbarco chiedono i documenti, le ragioni del viaggio ed effettuano perquisizioni. A molti le forze dell’ordine hanno anche sequestrato i soldi già risparmiati per la traversata, cogliendo senza indugio l’occasione di portare a casa un bel “fuori busta”. Al gruppo di ragazzi tunisini originari di Bir el Hafey morti poi sulla nave speronata l’8 ottobre 2017, hanno preso 100 dinari ciascuno e li hanno lasciati passare. Quelli che pattugliano in mare invece, prendono sacchetti tra i 3 e i 4 kg di pesce fresco da ogni imbarcazione fermata per controlli di routine; opporre resistenza comporterebbe restare bloccati un paio d’ore per una minuziosa ed irreale perquisizione, e tornare a casa senza aver guadagnato la giornata. Alcuni in una giornata arrivano ad accumulare in estorsioni anche 20 kg, e in buona pace del “servire la Nazione” impunemente lo rivendono.

Una volta sull’isola, i migranti che per sottrarsi a questo racket di Stato ormai la raggiungono con un servizio di “navette” clandestine da località che per ovvie ragioni non riferisco, vengono distribuiti in una rete di case in cui attendere la partenza, piccoli appartamenti generalmente non più grandi di trenta metri quadri in cui si coabita anche in 120 persone. Una volta le attese erano brevi, non più di qualche giorno, ma stando agli ultimi cambiamenti sopravvenuti, tra le tempistiche per la costruzione della barca, l’intensificarsi dei pattugliamenti delle coste, e la necessità di condizioni meteorologiche favorevoli, alcuni gruppi hanno atteso anche un mese e mezzo. Gli vengono forniti acqua e cibo, ma le condizioni di vita in questi luoghi di concentramento, soprattutto dal punto di vista igienico sono indignitose.

Alcuni ragazzi finiscono col restare senza soldi per le sigarette o per ricaricare i telefoni, e cominciano quindi ad uscire dalle case in cerca di lavori a giornata per ottenere 10 dinari in cambio. Chi li vede li riconosce, sa chi sono e cosa aspettano, tutti sanno. A volte in effetti fanno anche comodo: sono pur sempre una manovalanza da sottopagare. I gestori di questo “traffico” siedono nei caffè di Mellita dove incrociano telefonate in cui danno istruzioni e ricevono nuove “adesioni”: chi è? L’hai già portato? Ha pagato? Allora non vi muovete finché non vi chiamo, ci sentiamo alle 11. Attaccano e contano soldi. L’industria delle partenze fa bene all’economia locale, anche se in molti percepiscono che averle rese un “lavoro” le ha private di dignità umana e politica. Di questi molti però quasi nessuno parla, o almeno non apertamente, non sarebbe una scelta intelligente fanno subito capire. Parte della popolazione è irretita da un sistema che percepisce ormai come mafioso, e di cui teme l’inimicizia.

Tunisia, Sfax - I militari presidiano gli imbarchi per l’isola di Kerkenna (Foto di Monica Scafati, aprile 2018)

È così dunque che le “illegalizzazioni” producono la dinamica criminale, offrendo l’occasione di speculare sul desiderio di riscatto di chi ha subito la violenza di un diritto negato. Giovani ragazzi vittime di un sistema disfunzionale possono essere fatti apparire facilmente come forti aguzzini dei più deboli, e l’Europa si lava la coscienza nell’atto stesso del colpevolizzarli: trafficanti di esseri umani li racconta! Mentre viola il diritto alla libertà di circolazione, offre terreno fertile al radicamento delle mafie vere, e diffama chi le si oppone.

Il copione governativo per la gestione del contrasto all’emigrazione

La dinamica ci è ben nota, ed anche a Kerkenna dopo la militarizzazione delle acque limitrofe, l’inizio dei lavori per la costruzione di una caserma militare, e i tempi di attesa per le partenze che si dilatano producendo di fatto la permanenza a tempo indeterminato dei migranti, sembra di poter riconoscere l’esportazione dello schema lampedusano dell’isola carcere. Anche Lampedusa è stata uno snodo importante dei viaggi clandestini durante i primi anni di Schengen, e prima che le mafie potessero rilevare l’affare di un traffico a spese della solidarietà dei pescatori e del diritto del mare e della dignità del bel paese, la militarizzazione ha tagliato le gambe del problema. Kerkenna è a sua volta una piccola isola, e il traffico che si è articolato per “aziendalizzazione” della disobbedienza, con tutto il suo portato di “tradimento della causa” e disumanità, è recente ed avrà vita breve a mio avviso. Sarà morto ancor prima che il mondo abbia avuto contezza della sua esistenza, sepolto sotto radar e caserme, contingenti nazionali e internazionali di mare e di terra dispiegati ovunque intorno ad un ennesimo carcere a cielo aperto. Forse ci sarà presto anche un Hot-Spot gestito da OIM. Un’altra isola lager, e infine verrà meno anche il turismo. Ennesimo tracollo economico e sociale. Un copione già visto.

Infatti la Tunisia riesce ad essere al contempo un attore sia “africano” che “europeo” del fenomeno della migrazione clandestina. Se da un lato è “africano” in relazione all’importante numero dei propri cittadini in fuga e all’essere un luogo di partenza, è anche “europeo” nel suo essere destinatario dell’esternalizzazione della frontiera e nell’offrire così, alle politiche europee, un territorio più distante dagli occhi e dal cuore alla sua società civile - che mal sopporta di non poter conciliare le retoriche umaniste con il silenzio assenso accordato a spettacoli di violenza, discriminazione e morte - in cui lasciare che si manifesti l’evidenza del disastro umano che producono.

Zarzis, Cimitero degli Sconosciuti (Foto di Monica Scafati, aprile 2018)

Zarzis e il suo Cimitero degli Sconosciuti ne sono un esempio. Un luogo in cui come accadeva a Lampedusa, i pescatori trovano cadaveri umani nelle reti insieme ai pesci, salvano i naufraghi in balia delle onde, soccorrono barche guidate da chi non sa navigare. Un luogo in cui in alcune giornate non si va in spiaggia perché il vento porta l’odore nauseabondo dei corpi in putrefazione tra le onde, e anticipa che ci saranno presto ritrovamenti. Anche a Zarzis c’è un Cimitero degli Sconosciuti, come ne abbiamo a Lampedusa e in Sicilia. Un cimitero per brandelli di corpi dal Corno d’Africa e dal sub-Sahara, sepolti nei sacchi bianchi della Croce Rossa in un lembo di terra così piccolo da essere già stato utilizzato due volte in altezza! È il cimitero di Chamseddin Marzoug, che è stato di recente anche a Bruxelles per denunciare il problema. Un cimitero che accoglie corpi di persone che per qualcuno sono “dispersi”, e che rischia di trasformarsi nell’orrore di una fossa comune per le vittime della frontiera.

La Tunisia è per l’Africa quello che l’Italia è per la Tunisia: il luogo dove una verità ultima sul destino di molti uomini e donne, può essere trovata e riconsegnata a chi da anni aspetta di poter mettere il cuore in pace.

Le madri dei dispersi tunisini, 504 dal 2011 al 2014, hanno più volte chiesto l’esumazione dei corpi sepolti in Sicilia o a Lampedusa e Linosa, recuperati in date compatibili con i viaggi dei figli. Lo chiedono ad esempio tre madri i cui ragazzi risultano dispersi nel naufragio del 6 settembre 2012. In alcuni casi c’è stato riscontro, e i defunti sono tornati a casa. Il cimitero di Zarzis ospita ormai già 450 corpi, uno sull’altro, i tumuli sono resi in certi casi indistinguibili dal duplice effetto delle tempeste di sabbia e della crescita delle piante grasse infestanti. Chamseddin dice che sono morti che contano meno perché hanno corpi neri. Non ci si aspetta che una madre eritrea o senegalese arrivi fino in Tunisia a chiedere verità e giustizia sul destino del figlio, che possa averne la pretesa e i mezzi, che chieda l’esame del DNA; non ci preoccupiamo dell’impossibilità di poter eseguire un’esumazione per il riconoscimento di una salma senza dissotterrarne anche altre.

Non ci interessa che una madre che cerca il proprio figlio disperso nel tentativo di varcare una frontiera che lo criminalizza e lo respinge, debba anche vivere l’angoscia di sapere che i figli che ha ancora accanto sono a loro volta pronti a partire. Si creano commissioni bilaterali di inchiesta e si profilano campioni biologici per aiutare i familiari a conoscere la verità sulla tragedia delle scomparse, ma non si agisce sulle cause che le producono, e probabilmente a quei 504 tunisini dispersi che si voleva trovare, in questi 4 anni se ne sono aggiunti altrettanti. I 7 ragazzi di Rafraf partiti il 17 marzo 2017, i 7 ragazzi dello speronamento dell’8 ottobre 2017, i 13 o 14 casi di Dicembre a cui fa riferimento il portavoce del Sottosegretario tunisino all’immigrazione che accenna rapido a circa 1000 casi in tutto. Si agisce dunque come il cane che si morde la coda, e si contano le vittime del confine anche se in fondo, il diritto alla libertà di movimento è già sancito.

Tunisi, le madri dei dispersi (Foto di Monica Scafati, aprile 2018)

Una delle madri dei ragazzi dispersi diceva che se un migrante economico potesse andare all’estero regolarmente per cercare lavoro, se non lo trovasse potrebbe sempre scegliere di cambiar posto o di tornare indietro. Ai loro figli illegalizzati invece, che aspettano i documenti per trovare lavoro, ma hanno bisogno di un lavoro per avere i documenti, l’attesa consente di scegliere tra lo spaccio, l’accattonaggio e il furto. Emarginazione, criminalizzazione e disumanizzazione sono ciò a cui davvero gli riconosciamo diritto.

Ma le discriminazioni hanno un prezzo, e qualcuno prima o poi dovrà pagarlo. Anche se nel frattempo li narriamo tutti come terroristi o trafficanti. Criminali.