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L’insegnante di Italiano e l’aiuto

Alcune riflessioni in merito al non riconoscimento della professione e del ruolo dell’insegnante di italiano all’intero dei CAS

15 maggio 2018

di Alessandra Ligabue.

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E’ tanto tempo che vorrei scrivere queste parole perchè ormai sono già più di tre anni che faccio questo lavoro. Saranno le ultime vicissitudini che mi spingono a parlare senza paura, perché quando viene toccato il fondo, ditemi, che paura c’è oltre.

Lavorare in un Centro d’Accoglienza come insegnante di italiano è (sarebbe) un lavoro bellissimo. Soprattutto per coloro che sono consapevoli del valore dell’aiuto, quello linguistico in questo caso, ovvero la base per fare progetti di vita in Italia. L’insegnante di italiano, quando è conscio del proprio lavoro all’interno di questo contesto, vive tutti gli alti e bassi dell’andamento del progetto con i propri studenti. Vive l’ansia della commissione, vive la gioia del risultato positivo della commissione come l’amarezza di quello negativo. Non perché l’insegnante, come alcuni cercano di far sentire, si lascia troppo emotivamente andare. No, non raccontatecela così perché non è credibile.

Perché SIAMO E RESTIAMO UMANI.

Perché crediamo nell’aiuto.

Perché stiamo fornendo uno strumento d’aiuto, che se compreso, sarà l’arma più importante che i ragazzi avranno per districarsi all’interno della complessa società italiana.

La lingua, quello strumento che se non compreso resta e resterà sempre una barriera che terrà le persone emarginate dalla società, che contribuirà a fomentare il lavoro in nero, il caporalato, l’aumento delle persone senza fissa dimora, persone fantasma. Tante persone, dall’alto, sono consapevoli di queste conseguenze, ma vige il silenzio più totale.

La lingua, quello strumento che se compreso resta e resterà sempre quella luce di speranza e di positività per trovare un lavoro decente, di vivere una vita dignitosa, come quella che si sognava nelle lontane terre prima di intraprendere il lungo, pericoloso viaggio fino qua.

L’insegnante, un lavoro d’aiuto, una figura che accompagna il ragazzo all’interno del tortuoso e spesso lungo percorso abitativo, sociale, legale. L’insegnante sarebbe un lavoro bellissimo se lasciato fare. Sarebbe un lavoro bellissimo se dietro non ci fossero modelli aziendali da seguire come se dovessimo produrre qualcosa (ma che cosa) di competitivo sul mercato (quale mercato). L’insegnante è una figura amica, una figura creativa, una figura d’appoggio. Questa professione non deve essere inquinata con modelli rigidi, semi capitalistici senza alcun motivo né fondamento. Già la maggior parte degli insegnanti è vittima di precariato e lavora in condizioni difficili, spesso senza strumenti adeguati ne riconoscimento della propria professionalità.

Ma lo si fa sempre fa col cuore e con la passione.

Se addirittura vengono tolte credibilità e fiducia, e vengono sostituite con rigidità e richieste da azienda, oltre che avere diritti calpestati, allora ci sono dei processi educativi che non sono stati compresi e che sono in antitesi con tutto ciò che di formativo ed educativo questa professione si prefigge come obiettivo.

Quando la qualità non è più palesemente un fattore importante all’interno di un percorso d’aiuto in ambito di diritti umani ed educazione, allora ditemi che futuro possono avere i nostri studenti.

E l’educazione resterà sempre l’arma più potente contro ogni tipo di ipocrisia, da un lato e dall’altro.