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Patrasso: la violenza della polizia di frontiera e i respingimenti dai porti italiani

di Anna Clementi, APS Lungo la rotta balcanica *

16 maggio 2018

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«La settimana scorsa sono riuscito ad arrivare al porto di Venezia. La polizia di frontiera italiana mi ha fatto scendere dal camion, mi ha chiuso in una stanza, mi ha chiesto nome, età, nazionalità e mi ha rispedito indietro sulla stessa nave con la quale ero arrivato. Ed eccomi qui di nuovo, a dover ricominciare il viaggio».

A Patrasso l’umanità sa di fabbriche abbandonate e di vecchi edifici consumati dal tempo e dalla storia dove circa 400 ragazzi afghani e pachistani hanno trovato rifugio. Vivono in stanze pericolanti, in case di cartone, in tende della Quechua, arrotolati nei loro sacchi a pelo. Samir è arrivato a Patrasso quattro mesi fa, attraversando a piedi il fiume Evros, che segna il confine terrestre tra Turchia e Grecia. Ha lasciato l’Afghanistan 22 mesi fa, quando aveva 18 anni, perché ricercato dai talebani. Ha un fratello in Francia e tanti amici in Italia.

Dopo la chiusura della rotta balcanica e l’accordo tra Unione Europea e Turchia a marzo 2016, Patrasso è tornata ad essere una delle principali tappe per arrivare in Italia, l’ennesimo confine da superare per raggiungere l’Europa che conta. Non solo per gli afghani e i pachistani ma anche per i tanti algerini e marocchini, che hanno più facilità ad ottenere un visto per la Turchia e a proseguire, affidandosi ai trafficanti, fino in Grecia, piuttosto che intraprendere il viaggio via mare verso la Spagna.

"We want to go to Italy. Every day we play the game".

Ogni giorno sono centinaia i ragazzi che provano il “gioco” con la polizia: saltano l’inferriata d’ingresso al porto, proprio davanti alle fabbriche dove vivono, nel tentativo di infilarsi nei camion diretti in Italia. Spesso però il loro viaggio finisce prima ancora di raggiungere la nave. Quando la polizia li prende, vengono picchiati. Alle mani, alla testa. Ai piedi. C’è chi ha cicatrici ai polsi, chi ha una benda sul collo, chi fa fatica a camminare, chi ci mostra le ferite del manganello sull’avambraccio.

«Il problema è quando veniamo feriti alle gambe perché siamo costretti a rimanere fermi per giorni. La polizia lo sa bene e prende la mira di proposito». Adnan zoppica vistosamente, è stato picchiato pochi giorni fa con un manganello mentre cercava di nascondersi sotto ad un camion. Per almeno una settimana non potrà tentare il "gioco" dell’attraversamento del confine. Ha 20 anni, ha lasciato la sua città, Kunduz, in Afghanistan, due anni fa e dopo aver attraversato Iran e Turchia ha raggiunto la Grecia in gommone rimanendo bloccato nell’hotspot di Moria, a Lesbo, per oltre sei mesi. Destinazione Italia, dove vuole chiedere protezione internazionale e dove sogna di lavorare in un ristorante proprio come faceva nel suo Paese.

Eppure, l’Italia, dai racconti delle persone incontrate a Patrasso, continua, in silenzio, a respingere. Minorenni, maggiorenni, trovati dentro e sotto i tir nei porti italiani, vengono imbarcati sulla stessa nave dalla quale sono venuti, spesso senza che venga nemmeno rilasciato loro un documento che attesti il respingimento. Si tratta di pratiche illegali per la quale il 21 ottobre 2014 la Corte Europea dei diritti dell’uomo, nel caso denominato Sharifi e altri contro l’Italia, ha condannato il nostro Paese per aver respinto indiscriminatamente un gruppo di richiedenti asilo verso un Paese “non sicuro”. Un caso iniziato nel 2009 da alcune associazioni veneziane dopo la morte di Zaher Rezai, un ragazzo afghano, che per paura di essere scoperto dalla polizia di frontiera al porto di Venezia, è rimasto attaccato sotto al tir fino a quando non ce l’ha più fatta, ed è scivolato a terra venendo travolto dal camion alla periferia di Mestre. Eppure in molti porti italiani, di sempre più difficile accesso e monitoraggio da parte delle associazioni locali, i respingimenti non si sono mai fermati. Da Patrasso tutto appare più chiaro: che l’Italia respinga è noto a tutti, ma il fatto che qualcuno riesca comunque ad arrivare, tiene viva la speranza.

«Due mesi fa circa sono salito su una nave diretta a Bari. Era la prima volta che arrivavo in Italia. Quando abbiamo attraccato, sapevo che sarebbe iniziata la parte più difficile. Mi sono fatto piccolo piccolo nella speranza di non essere visto. Niente da fare. La polizia mi ha trovato. Mi ha chiuso in una stanza e mi ha detto di aspettare. Sono arrivati due poliziotti e un traduttore. Ho cercato di spiegare loro che volevo chiedere asilo in Italia, ma non mi hanno ascoltato. Cinque minuti dopo, ero di nuovo dentro la stessa nave. Sono stato quasi un giorno intero senza bere e senza mangiare. Ma ora la strada è una sola, non si torna indietro. Voglio arrivare in Italia e in Italia arriverò».
Zahid ha 25 anni, è a Patrasso da sei mesi e almeno quattro volte a settimana tenta il “gioco” al porto. E’ stato ferito più volte dai colpi della polizia e, come tanti suoi amici, è stato detenuto cinque volte dopo essere stato trovato all’interno di un tir.

Intanto nelle fabbriche, in una sorta di dimensione parallela rispetto a quella della città di Patrasso che si trova a poche centinaia di metri di distanza, la vita va avanti. Ogni giorno, da circa un anno, l’ong svizzera FoodKind prepara la colazione e il pranzo per circa 300 persone, mentre i medici volontari dell’organizzazione tedesca Doc Mobile forniscono assistenza sanitaria, curando le ferite causate dai pestaggi della polizia greca e fornendo delle medicine contro la scabbia, malattia praticamente impossibile da eradicare in condizioni igienico-sanitarie così precarie. E nello stesso tempo, con l’aiuto di varie organizzazioni locali, tra cui l’associazione Kinisi, monitora quotidianamente la situazione e le violenze da parte della polizia di frontiera.

La situazione a Patrasso, come nel resto della Grecia, è destinata a peggiorare. Nel solo mese di aprile circa 2700 persone hanno raggiunto il Paese via terra attraverso il fiume Evros e ora in Grecia, secondo i dati dell’UNHCR, ci sono più di 51.000 tra richiedenti asilo e rifugiati, di cui 11.500 bloccati nelle isole. E la maggior parte, come Samir, Adnan e Zahid che abbiamo incontrato, se ne vuole andare. Tuttavia, in questa politica dei confini chiusi, l’unica rotta a loro aperta è la via dei trafficanti, della violenza da parte della polizia di frontiera, dei respingimenti illegali.