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Al confine tra la vita e la morte, dove Hezbollah vince. E il sentimento anti-rifugiati cresce

Foto e storie raccolte dal viaggio #FragileMosaico in Libano della campagna overthefortress

18 maggio 2018

- "Fragile Mosaico", il crowdfunding su Produzioni dal Basso per supportare il reportage multimediale dal Libano e il nuovo documentario: http://sostieni.link/17836

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Lungo i confini

45 municipalità hanno già stabilito il coprifuoco per i Siriani, monitorato dalla polizia locale o da gruppi di vigilanti. In Libano, il sentimento anti-rifugiati cresce sempre di più, visibilmente nell’assenza di campi formali, proibiti per via della storia complessa con il popolo palestinese; esplicitamente nelle severe restrizioni sui visti; razzialmente nelle politiche di non integrazione. Il Libano ospita oltre un milione e mezzo di profughi su un totale di quattro milioni di abitanti, mentre la classe media scompare e le fratture tra gli estremi della popolazione sono sempre più evidenti.



Beirut, Libano (Photo credit: Vanna D’Ambrosio)

Il 70 % dei siriani vive in condizioni di povertà [1], e il 90% di essi è in debito, perché hanno pagato gli affitti di emergenza e spese alimentari di sussistenza nei primi anni di una guerra che da otto prosegue.
In seguito alle restrizioni libanesi sui visti che garantiscono solo un foglio di registrazione di durata annuale, la maggior parte dei siriani - l’80% - è illegale sul territorio [2]. Alla scadenza, uomini, donne e bambini o si "vendono" al miglior sponsor, vale a dire, "un privato libanese" che li "assume" o sono esposti alle scariche militari e poliziesche e a torture violente.

Per legge, i profughi hanno accesso soltanto ai più umili lavori nell’edilizia, nell’agricoltura e nel lavoro domestico. Ai confini, l’economia delle regioni, da sud a nord, si regge, in tutto e per tutto, sulle loro spalle. La maggior parte proviene dalle prime città distrutte, che adesso non esistono più, come Homs ed Aleppo e qui, ai confini, un grande numero di rifugiati mussulmani sunniti lavorano nei campi agricoli o nelle fabbriche del cemento, per poco in cambio della vita. Limitandone e calpestandone i diritti umani si vogliono rendere sempre più difficili le loro condizioni di vita all’interno del Libano.


Palazzi a Beirut, Libano (Photo credit: Vanna D’Ambrosio)

Nelle case degli autoctoni, invece, i siriani sono la causa del debole sistema di servizi pubblici, della lenta ripresa economica e di tutte le instabilità e i conflitti in un paese dove il sistema politico, sociale ed economico si basa esclusivamente sulle relazioni, fittissime come questi cavi elettrici, che continuano ad infiammare una guerra che non è mai terminata.


Molti libanesi rivedono nei siriani il fantasma della guerra civile. Affermano di aver timore che tornino gli anni attorno al 1970 «quando il Fronte nazionale per la liberazione della Palestina iniziò a radicalizzare politicamente la gente povera, per lo più sparsa lungo i confini; ad arruolare vite precarie ed incontrollabili, che non potevano fuggire dalle bombe o dalle zone di combattimento; ad acquistare bambini e giovani ragazzi, figli di nessuno, e a spingerli, da quartieri ed aree depresse, verso Israele, verso la guerra combattuta».

I rimpatri e la vittoria di Hezbollah

Carretti, vecchi motori, centrali elettriche inquinanti, abitazioni distrutte, mezzi di trasporto occasionali, accampamento e ghetti, fili spinati e militari e la collina di Tel Abass, alle radici della guerra tra i poveri all’ultimo ribasso, è sempre più vicina. «Già da molto, i militari libanesi deportano i siriani oltre il confine. Il dramma è che ci troviamo in una regione molto povera e marginalizzata del Libano, dove gli stessi libanesi non hanno una grande istruzione o una grande prospettiva di vita. Per questo, hanno fatto molto fatica ad accogliere la grande marea umana che si è riversata qui». Queste parole provengono dal campo informale di Tel Abass.

Nella zona agricola del nord del Libano, a soli pochi chilometri dalla Siria, si trova il campo informale di Tel Abass. Da uno stretto accesso sulla strada, dove umani ardono come pneumatici, senza acqua potabile, senza elettricità, senza rilevanza alcuna, si rifugiano i profughi di Assad e/o le vittime degli incidenti spiacevoli delle provocazioni imperialistiche. Seduta dalla parte del torto, si sentiva marcio l’odore del massacro.

Il campo profughi di Tel Abass, Libano (Photo credit: Vanna D’Ambrosio)

«Questo è un campo tranquillo perché il proprietario della terra è libanese e qui i rifugiati pagano l’affitto mensile del suolo per la tenda. Scendendo più in giù - ci dicono - la situazione diventa man mano più complicata. Il secondo campo è gestito, tramite delega, da un siriano che riporta un saudita, primi finanziatori di Daesh. I profughi non pagano il prezzo del suolo ma da loro pretendono altro».

Il campo profughi di Tel Abass, Libano (Photo credit: Vanna D’Ambrosio)

Dopo 9 anni dalle ultime elezioni, il partito di Hezbollah, alleato del governo di Bashar al Assad è vincente, con oltre la metà dei suoi rappresentanti in Assemblea, 67 su 128. "Se prima Hezbollah aveva a disposizione il sud del Libano per fare la guerra, ora ha a disposizione tutto il Libano: risultati positivi a Beirut, Tripoli e Sidone; conquista di Baalbek-Hermel e vittoria nel distretto Sud II e III, con ben 14 seggi sciiti … in queste zone è il vero vincitore di questa battaglia [3]". Il senso del messaggio di Israele, era chiaro: Hezbollah = Libano.

Beirut, Libano - Un cartello durante la manifestazione per brogli elettorali (Photo credit: Vanna D’Ambrosio)

Un partito, quello di Hezbollah, che oggi dispone della più potente forza armata libanese (la sola che permise di rispondere all’offensiva israeliana e americana del 2006) e a cui si legano il nome e le cause della guerra civile interna al Libano, tra palestinesi e libanesi, ma tuttavia, un partito forte e storico che ha reclutato attraverso la copertura di aiuti medici, sanitari e sociali, ingenti fondi finanziari e conquistato anime di giovani martiri: «se chiedi in giro chi ha ricostruito il Libano in seguito alla guerra, tutti risponderanno ’Hezbollah!».



Le strade che collegano le regioni del Libano sono state quasi ricostruite interamente da Hezbollah, come le case danneggiate dalle bombe e dai razzi.

La strada del non ritorno

All’indomani della vittoria elettorale, molti dei politici libanesi hanno indicato, sempre più pressanti, che i rifugiati siriani possono rientrare a casa, promuovendo il diritto al ritorno in un paese per la cui ripresa economica, occorrono, secondo le stime circa trenta anni.

«Il problema più grande è che se ritornassero indietro, è certo, perderebbero gli ultimi diritti di cui sono portatori. Per la strada del rientro, da Tel Abass alla Siria, sono sottoposti ad interrogatori da parte di commissioni di Stato ad hoc che stabiliscono chi sei e quindi se farti morire o vivere. Ad oggi, le persone non vogliono rientrare perché - tantissimi sono i casi – il solo fatto di essere profugo o di essere sospettato di provenire dai quartieri ribelli, può significare o essere arrestato o arruolato forzatamente al fronte. Parliamo di un governo, per cui è sufficiente un sospetto per essere un detenuto. Fino a quando ci sarà Assad, i siriani non torneranno volontariamente».
«L’unico modo per gestire una crisi umana dalle portate così ampie è o attraverso lo sfruttamento o attraverso l’arruolamento forzato nell’esercito, che, ai confini, per i siriani vuol dire morire come carne al macello».

Voi siriani, vittime di un conflitto sempre più esteso e di giochi ad interessi economici ancora più devastanti.

Murale verso il campo profughi di Tel Abass, Libano (Photo credit: Vanna D’Ambrosio)