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Fuori campo. Il rapporto di MSF e il progetto pilota di Torino per favorire accesso alle cure sanitarie e integrazione sociale

19 maggio 2018

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Medici senza Frontiere (MSF) ha presentato mercoledì 16 maggio, presso il Circolo della Stampa di Torino, il secondo rapporto - il primo è del 2016 - sul sistema degli ‘Insediamenti Informali’ e costituisce “il seguito dell’indagine contenuta in Fuori Campo - Richiedenti asilo e rifugiati: insediamenti informali e marginalità sociale”.

Come è spiegato nell’introduzione del rapporto “Questa indagine è frutto non solo di un monitoraggio costante compiuto nel 2016 e 2017 ma anche dell’analisi compiuta nei nostri progetti e della collaborazione con una fitta rete di associazioni locali.” (Scarica in .pdf).

In sostanza si racconta da vicino, da dentro, la situazioni degli insediamenti informali. Una realtà multiforme e fluida che accomuna tutto il territorio italiano da Torino a Caltanissetta passando per Roma, Cerignola, Castel Volturno, Reggio Emilia, Ventimiglia, Rosarno e altre decine di situazioni che dire precarie è poca cosa. Un ‘racconto’ che si sviluppa sulle tracce di cinquanta insediamenti nell’arco temporale 2016 - 2017.

Secondo Giuseppe De Mola, responsabile dei progetti migrazione di MSF Italia e curatore del rapporto “Sono almeno 10.000 i rifugiati e migranti che vivono in insediamenti informali in Italia, in condizioni durissime e con accesso limitato ai beni essenziali e alle cure mediche”.

A Torino MSF insieme all’ASL ha realizzato un ‘progetto pilota per favorire accesso alle cure e integrazione sociale [1] ai rifugiati e migranti presenti nelle palazzine dell’Ex Moi. È una occupazione iniziata nel marzo del 2013 dove un migliaio di persone provenienti da circa venticinque paesi occupa quattro palazzine di quello che fu il villaggio olimpico di Torino 2006.

In questo luogo della periferia sud di Torino si è realizzato tra MSF, Azienda Sanitaria Locale, istituzioni e associazioni un mix che pur non risolvendo le problematiche dell’insediamento informale ha certamente creato le condizioni progettuali per avvicinare mondi apparentemente lontani: i migranti, i cittadini e le istituzioni.

In sintesi è spiegato nella nota di accompagnamento di ‘Fuori Campo’ che “Il progetto comprende uno sportello di orientamento socio-sanitario all’interno dell’Ex Moi, attivo da fine 2016, attraverso il quale i volontari MSF spiegano alle persone come registrarsi al servizio sanitario nazionale (SSN), farsi assegnare un medico o ricevere una vaccinazione, accompagnandole se necessario. E da marzo 2018 vede la presenza di due mediatori culturali, scelti e formati tra gli stessi abitanti dell’Ex Moi, presso lo sportello della Asl Città di Torino in Corso Corsica, per facilitare la relazione tra il personale della ASL e gli utenti stranieri”.

Precisa De Mola: “Quando parliamo dell’ex MOI non parliamo di clandestini. Per il 90% degli occupanti si tratta di persone che sono in regola con il permesso di soggiorno”. E allora? Allora accade che quando finisce il periodo di presa in carico quelle persone che hanno i requisiti di regolarità per stare in Italia ma che uscendo “dal sistema di protezione sono senza strumenti di inclusione e finiscono in strada”. È un percorso tipico, sottolinea De Mola dei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS). Ed ecco che gli Insediamenti Informali diventano la risposta ad un problema. Se vogliamo sono dei punti di auto mutuo aiuto ‘informali’.

Fuori Campo traccia anche graficamente le rotte “molto liquide” di questi insediamenti.

Per esempio quello di Ventimiglia per le persone che intendono attendere il momento più opportuno per passare in Francia. Oppure quello di Como con le stesse finalità. Sempre De Mola spiega: “A causa di accordi bilaterali tra le nazioni si attuano i respingimenti alle frontiere. Molti muoiono in questo tentativo di attraversamento (si veda il rapporto di MSF: Mal di frontiera). Altra storia tragica è quella delle baraccopoli nel sud d’Italia. “MSF è dal 2004 che denuncia il fenomeno. Rosarno è il simbolo del mal funzionamento di questo sistema”.

In tutto questo, sottolinea il responsabile di MSF, “La criticità è l’accesso alla salute e l’assenza del Servizio Sanitario Nazionale da questi siti. Il fatto che la sanità non entri in contatto con questi luoghi non è solo un aumento dei rischi per la salute degli abitanti degli insediamenti informali ma ha una potenziale pericolosità anche per tutti i cittadini”.

Elena Mazzola è del gruppo di volontari di Torino di MSF. Opera all’ex MOI e spiega la sua esperienza e l tipologia d’intervento in quel sito: “Noi siamo volontari che non sviluppano attività medicale ma svolgiamo attività informativa e anche attività proattiva porta a porta. In molti casi accompagniamo le persone presso gli sportelli ASL per risolvere i problemi burocratici più gravi. Aiutiamo queste persone, che vivono in condizioni di estrema vulnerabilità, ad accedere al servizio sanitario nazionale, favorendo la loro inclusione e una migliore relazione con le realtà territoriali”.

A conferma della possibilità di migliorare i sistemi di inclusione la testimonianza della dottoressa Stefania Orecchia, responsabile Punto Unico d’Accesso ASL Città di Torino, qualche spiraglio confortante lo offre: “Con MSF abbiamo deciso di presidiare l’aspetto dell’accesso al SSN sviluppando un importante lavoro di spiegazione dei percorsi per essere inseriti nel servizio sanitario risolvendo anche il problema della residenza e dei ticket cercando soluzioni adatte alle persone con lo status di rifugiato”. Il tema è di quelli molto importanti e deve trovare una soluzione che, sottolinea Orecchia, deve dare risposte di “Uguaglianza ed equità non per buonismo ma per diritto”.

Se a Torino qualche spiraglio di soluzione dei problemi o quanto meno di “Uscita da una politica emergenziale” ragionando secondo criteri “solidali ma pragmatici. Che è quello che abbiamo provato a fare all’ex MOI”. L’assessora alle politiche sociali della Città di Torino, Sonia Schellino, così ha inquadrato l’intervento e l’impegno dell’amministrazione cittadina.

MSF, nel suo report, illumina a macchia di leopardo le situazioni di criticità presenti in Italia. Dalla rotta del Brennero al Friuli Venezia Giulia. Dalle frontiere di Como a Ventimiglia. Persone che provano raggiungere situazioni parentali o amicali con la volontà di cercare una vita migliore e che spesso si risolve in una sorta di gioco dell’oca che spesso riporta il migrante all’inizio del percorso: “più del 17% degli intervistati (a Ventimiglia ndr) ha dichiarato di essere stato trasferito a Taranto” e, molti di loro, per più volte. In definitive politiche di respingimenti e di prassi burocratiche non coerenti.

Il tratto finale nella dichiarazione di De Mola: “È il risultato di un sistema di accoglienza inadeguato e di politiche di accompagnamento all’inclusione sociale inesistenti, che da anni continuano a produrre marginalità sociale e tensioni tra i migranti e le comunità locali.