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Razzismo e discriminazioni nello sport e nella società

di Davide Drago, Sportallarovescia.it

23 maggio 2018

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Parlare di razzismo e antirazzismo in Italia è molto difficile. Due sono le problematiche maggiori: l’arretratezza del modello Italiano e l’immobilismo del movimento antirazzista nei confronti di quello che succede in ambito sportivo.
Di questo abbiamo parlato venerdì 18 maggio con Mauro Valeri durante il festival della Polisportiva San Precario. A margine del dibattito pomeridiano dal titolo “Sport e antirazzismo da una prospettiva intersezionale”, ci siamo soffermati con l’esperto sullo stato dell’arte di razzismo e discriminazione nello sport e nella società.

Lo sport non è un diritto previsto dalla costituzione, i padri costituenti non lo hanno inserito, perché nel periodo fascista veniva utilizzato come strumento di propaganda. Di contro però il massimo ente di promozione sportivo, il CONI, dal 1942 al 1999 ha lasciato nel suo statuto una parte in cui si parlava dello sport come pratica per favorire l’integrità morale e fisica della razza.

Dopo cinquant’anni hanno tolto la parola “razza”, ma ancora le tracce di discriminazione sono visibili nelle sale del Coni. È da ritenersi davvero offensivo che nel Salone d’Onore sia ancora ben visibile l’enorme dipinto degli anni venti del secolo scorso intitolato: “Apoteosi del fascismo”, opera di Luigi Montanarini, raffigurante un Mussolini in trionfo su un altare. Stiamo parlando di un regime che ha promulgato le leggi razziali, le quali hanno avuto conseguenze tragiche anche nello sport causando la deportazione nei campi di concentramento e la morte di atleti ebrei, colonizzati, italiani e neri.

Il sistema sportivo è fortemente discriminatorio: sono pochi gli atleti neri che giocano nelle nazionali e che partecipano alle Olimpiadi. Quando oltre alla non partecipazione ai mondali di calcio si inizierà a non vincere medaglie forse inizierà a cambiare qualcosa. Negli ambienti decisionali del mondo sportivo c’è una fortissima visione nazionalista, nessuno è favorevole al cambio della legge sulla cittadinanza, ma alcuni sono favorevoli a uno ius soli sportivo: sei extracomunitario? Sei forte? Ti do la cittadinanza sportiva perché mi serve che tu vinca. È evidente come in questo modo si stacchi totalmente lo sport dal contesto sociale, e si voglia evitare che i movimenti sportivi popolari, che stanno crescendo sempre più, diventino movimenti d’emancipazione.

Il secondo problema di fondo identificato da Valeri è che il razzismo nel corso degli anni si è andato trasformando e le realtà antirazziste, soprattutto in ambito sportivo, non sono rimaste al passo con i cambiamenti. Nello sport e sopratutto nel calcio si è prima tifosi e dopo antirazzisti.
L’episodio Balotelli-Totti, in cui il capitano giallorosso colpì con un calcio l’avversario, è emblematico per sottolineare quanto l’antirazzismo venga in secondo piano. Totti colpì Balotelli e l’apostrofò in maniera pesante perché, secondo il calciatore giallorosso, Mario insultò Roma. Per alcuni quel calcio rappresentò il più alto gesto “antirazzista”: il calcio non fu dato perché Balotelli fosse nero, ma per il suo essere stronzo. In questo modo, secondo Valeri, tutte le aggressioni possono essere giustificate.

Nel mondo del calcio sono molti gli addetti ai lavori che pensano non ci sia razzismo: un allenatore è razzista se non fa giocare un’atleta perché nero, ma il mister potrebbe giustificare la sua scelta dicendo che non gioca perché non è bravo; nelle curve si può parlare di razzismo soltanto se entrambe le tifoserie insultano tutti i giocatori neri presenti nel rettangolo di gioco. Spesso i tifosi, anche quelli che si definiscono antirazzisti, affermano che insultano i giocatori neri perché sono ricchi.

I movimenti antirazzisti italiani non hanno mai preso parola in merito a episodi razzisti avvenuti nel mondo del calcio. Secondo Valeri il non prendere posizioni su quello che avviene nel mondo sportivo è un retaggio del passato. Lo sport nell’ambito culturale della sinistra degli anni Sessanta e Settanta è stato considerato l’oppio dei popoli, una pratica che non si doveva svolgere perché borghese. Questa visione fortunatamente è stata ribaltata dal movimento dello sport popolare, anche se tuttora l’aspetto capitalistico dello sport mainstream è quello che viene attaccato maggiormente dalle realtà in questione. Anche la narrazione deve cambiare, non bisogna raccontare soltanto le nefandezze del calcio, ma è vantaggioso esaltare gli aspetti positivi e far passare il messaggio che lo sport è un mezzo utile per cambiare la società. In questo senso, lo sport diventa davvero integrazione se lo si lega al concetto di cittadinanza.

Qualcosa è vero si sta muovendo, per fortuna ci sono anche molte iniziative che hanno fatto e fanno del calcio un vero strumento di integrazione e di lotta contro il razzismo, in campo e fuori. Grazie anche alle pressioni scaturite dalla campagna nazionale “Gioco anch’io” si è arrivati alle modifiche all’art.11 del Codice di Giustizia Sportiva (nuove misure contro il razzismo), e soprattutto dell’art.40 delle Noif (modifiche sul tesseramento), che tiene conto dei cambiamenti della nostra società sempre più multirazziale, a partire dallo status dei figli degli stranieri, i cosiddetti “G2” come i nazionali Balotelli e Ogbonna.
Questi ultimi però, tiene a sottolineare Valeri, pur essendo nati rispettivamente a Palermo e a Cassino, sono diventati cittadini italiani soltanto al compimento dei 18 anni. Queste modifiche comunque e la tanto agognata legge sulla cittadinanza sportiva saranno una messa alla prova per verificare se questo è un Paese razzista oppure no.
Nel frattempo oltre al nostro sul calcio, sarebbe opportuno che il Coni istituisse un Osservatorio che tenga monitorato il fenomeno su tutto il mondo sportivo, perché la lotta al razzismo riguarda ogni disciplina e non può essere ridotta a mero problema di ordine pubblico negli stadi di calcio. Le nuove norme più severe e restrittive rappresentano un deterrente e sono utili per colpire i violenti, ma prima di tutto va creata una vera e forte cultura antirazzista.

In Italia poter far giocare dei ragazzi senza nessun problema di tesseramento dovrebbe essere l’abc, invece è una lotta dura e ardua: l’attività sportiva non serve soltanto per far giocare delle persone, ma deve essere volano di cambiamento.
Se si fanno le campagne per far giocare i ragazzini, si deve mettere in conto che possono andare a giocare in serie A e che quindi vengono inglobati dal sistema capitalistico del calcio, del tifo e delle sue radicalizzazioni. È quindi fondamentale conoscere ciò che accade nelle curve e nei palazzi del potere per proporre un nuovo modello: o si esalta lo sport popolare ritenendo sia l’unisco strumento per combattere il razzismo, correndo il rischio di creare delle nicchie, oppure bisogna conoscere, criticare e trasformare l’intero sistema calcio.

Nel 2014 è passata una norma sotto il silenzio di tutti, anche delle realtà di sport popolare. Era un momento di picco degli episodi razzisti all’interno degli stadi e la federazione doveva decidere se favorire le società sportive o chi era vittima di discriminazioni razziali, ovviamente sono state scelte le società sportive. Infatti, negli ultimi anni, secondo la Federazione i casi di razzismo sono diminuiti.

Questo calo è dovuto al fatto che la FIGC ha abbassato i parametri che identificano un episodio come razzista: le persone che insultano devono essere in numero sufficiente, l’insulto deve essere chiaramente udibile da tutto lo stadio e prolungato nel tempo e deve essere ripetuto. In pratica questo non succede mai, infatti i dodici ragazzi che hanno insultato Muntari non sono stati puniti.
Nessuno ha criticato queste nuove regole e c’è una federazione che rivendica che non c’è più razzismo. Al finto calo, sbandierato dalla FIGC, c’è un aumento di episodi di razzismo sia nei tornei amatoriali, che soprattutto in quelli giovanili.

Insulti soprattutto all’indirizzo degli arbitri [1], oggetto di pesanti attacchi verbali sia dal pubblico sugli spalti, sia dagli stessi giocatori: perché sono di colore, oppure perché i loro lineamenti tradiscono un’origine straniera.
È un dato in costante aumento e che evidenzia una crescente insofferenza all’indirizzo di chi consideriamo “diverso”: tutti si dichiarano antirazzisti, ma poi, alla prova del nove, dimostrano di avere ancora molto da imparare. Succede spesso anche ai genitori dei giovani calciatori, che non riescono ad accettare che un ragazzo di colore possa giocare meglio del proprio figlio, i quali iniziano a manifestare tale inquietudine nelle forme più diverse. È un disagio che nasce talvolta dall’eccessivo investimento che i genitori fanno sul futuro dei figli: vogliono che diventi un campione, perché risolva i problemi economici della famiglia.

Per contrastare queste derive bisogna intervenire con attività sociali sostenute dello sport di base e delle realtà popolari. Il presidente del Coni Malagò ha dichiarato, ultimamente, di appoggiare la linea della “tolleranza zero” verso i razzisti e la proposta di Valeri è quella di vincolare la distribuzione dei fondi che ha a disposizione a quelle federazioni e a quegli enti che si impegnano a realizzare concretamente progetti contro il razzismo.
Le federazioni, Federcalcio in primis, dal canto loro potrebbero dedicare qualche ora di “formazione antirazzista” inviando esperti e persone qualificate all’interno delle singole società.