logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Quando la sopravvivenza è un crimine: i venditori ambulanti di Barcellona

di Marianna Cavalli*

12 giugno 2018

Assegna il tuo 5‰ al Progetto Melting Pot!

BARCELLONA A Plaça de Catalunya, sottoterra, la fermata della metro è gremita di africani, perlopiù senegalesi, e di lenzuoli bianchi chiusi a fagotto e stracolmi di qualcosa che non si riesce ad intravvedere. C’è una grande agitazione: tra chi passa al di là dei tornelli e si guarda intorno, chi si siede osservando vigile i movimenti degli altri compagni, pronto a seguirli al primo cenno, chi ancora parte, da solo, e abbandona Plaça de Catalunya. Sono i manteros, i venditori ambulanti di Barcellona che scappano dalle retate della polizia municipale, con la quale devono fare i conti giornalmente. “All’inizio, non capisci come riconoscerli, i poliziotti, perché spesso sono in borghese. Di colpo arrivano di corsa verso di te, per prenderti la roba. A quel punto non ti resta che lasciare la tua merce e correre, per non farti prendere.” Racconta Assane. “Poi, con il tempo, inizi a riconoscerli e a prepararti prima che piombino su di te.” Assane aspetta insieme agli altri che la polizia si allontani, e poi, con cautela, i manteros riemergono uno alla volta in superficie, sulla piazza. “Certi giorni, non riusciamo a vendere niente, perché la polizia continua a passare.” Osserva Bamba, un ragazzo che vende magliette da calcio. “La vita di un mantero non è facile”, aggiunge. “Vendere questa roba è la nostra unica fonte di sostentamento, e se non riusciamo a vendere, non riusciamo a pagarci l’affitto e da mangiare”.

A marzo di quest’anno, un’ondata di protesta dei manteros è serpeggiata a Madrid, Barcellona a Saragozza, dopo la morte per arresto cardiaco di un venditore ambulante senegalese, Mame Mbaye Ndiaye, che è deceduto poco dopo una fuga dalla polizia, che lo inseguiva perché vendeva per strada. Sebbene Mame sia morto di infarto e non per mano della municipale, questo avvenimento ha provocato una forte indignazione da parte dei manteros e delle associazioni migranti. La protesta ha dato sfogo infatti alla rabbia di centinaia di migranti che in Spagna lottano per sopravvivere e che si trovano di fronte all’indifferenza delle istituzioni, che sembrano voler sopprimere ogni tentativo di uscire dalla miseria, in particolare, appunto, attraverso la criminalizzazione della vendita ambulante.

Essere mantero è praticamente l’unica opzione per un migrante che arriva in Spagna senza documenti. L’iter per ottenere il permesso di soggiorno è infatti lungo e contraddittorio, tanto che viene da pensare che sia stato disegnato ad hoc per scoraggiare i migranti a restare in Spagna. Ma chi ha rischiato la vita attraversando il Mediterraneo non desiste certo a causa della burocrazia europea, altrimenti chiamata “razzismo istituzionale” dagli attivisti del Sindacato Popolare dei Venditori Ambulanti di Barcellona, come anche dall’Associazione dei Senegalesi in Spagna.

Quando uno straniero arriva in Spagna, deve fare richiesta di un documento, chiamato empadronamiento, che attesta legalmente che la persona si trova effettivamente sul territorio spagnolo. Ma già i tranelli iniziano con questo primo documento, che infatti si può richiedere solo presentando il passaporto e un contratto di affitto. Ora, il migrante cosiddetto “clandestino” è per sua natura spesso sprovvisto di passaporto, e anche se riuscisse ad ottenerlo, difficilmente un padrone di casa farà un contratto d’affitto a una persona che non ha un permesso di soggiorno. Vero è, però, che si può fare domanda per l’empadronamiento anche trovando qualcuno disposto a dichiarare che il richiedente è ospite presso la propria abitazione. A questo punto, quindi, entrano in gioco le reti di solidarietà. Così, ad esempio, molte famiglie senegalesi ospitano o dichiarano di ospitare i concittadini nuovi arrivati. Laddove le istituzioni falliscono, fortunatamente c’è la solidarietà umana.

Superato lo scoglio dell’empadronamiento, si passa poi all’obbligo di attendere ben tre anni dalla data dell’ottenimento di questo documento, prima di poter cercare (trovare è poi ancora un’altra impresa) un lavoro “legale” con contratto. A questo punto, quando e se si trova un lavoro e un datore di lavoro disposto a fare un contratto regolare, la persona potrà anche ricevere il tanto agognato permesso di soggiorno. Insomma, il tempo d’attesa, da quando metti piede in Spagna fino a che potrai tenere tra le mani un pezzo di carta che ti permetterà di toglierti di dosso lo status di clandestino, è di almeno tre anni, ma naturalmente la tempistica rischia di prolungarsi ben oltre i tre anni, se non riesci ad ottenere subito l’empadronamiento e se non riesci a trovare immediatamente, alla scadenza dei tre anni, un lavoro.

Photo credit: Matilde Cavalli


Sorge allora spontanea una domanda: e nel tempo d’attesa di questi tre anni, che cosa deve fare il migrante? Mendicare, rubare, oppure spacciare? C’è chi preferisce finire nei campi a raccogliere pomodori a due euro all’ora, spaccandosi la schiena per dodici ore al giorno e senza giorni di riposo e c’è chi preferisce fare il venditore ambulante. Tuttavia, questa scelta di sottrarsi allo sfruttamento e allo schiavismo viene criminalizzata.

Anche il viale che costeggia la spiaggia della Barceloneta è un luogo favorito dai manteros, che uno a fianco all’altro mettono in mostra la loro merce, disposta su quei teli bianchi che poi serviranno a trasportarla di nuovo a casa, la sera. “Senza documenti, non puoi avere un contratto di lavoro, ma con la vendita ambulante si rischia ogni giorno di essere fermati e registrati. Il problema è che se la polizia ti prende e registra i tuoi dati, si crea un precedente e non potrai più ottenere i documenti. Questo è il grande rischio che corrono tutti i manteros. Perciò è evidente che se ci fosse un’altra soluzione per guadagnarsi il pane, tutti noi faremmo qualcos’altro. Abbiamo bisogno di lavoro, siamo venuti qui per questo. Non ci divertiamo a stare tutto il giorno sotto il sole a vendere, a scappare continuamente dalla polizia, e a guadagnare una miseria.” Racconta Babacar, esasperato, e aggiunge: “Io sono in Spagna da due anni e mezzo, e adesso prego che la polizia non mi fermi in questi ultimi mesi che mi separano dal traguardo dei tre anni, altrimenti tutti gli sforzi sarebbero stati vani.”
Poco tempo fa, ho lavorato in prova come lavapiatti in un ristorante. Dopo che ho superato il periodo di prova, mi hanno offerto un contratto, ma quando hanno capito che non avevo documenti, hanno dovuto lasciarmi a casa. Mi ero illuso che si potesse trovare una soluzione.” Dice Abdou, che è in Spagna da sette mesi.

Eppure, come raccontano gli attivisti del Sindacato Popolare dei Venditori Ambulanti di Barcellona, c’è anche chi è in Spagna da oltre dieci anni, ma ancora non ha documenti, proprio perché durante l’attività di vendita ambulante, è stato fermato e registrato dalla municipale. Senza finanziamenti, partendo dal basso, a luglio del 2017 il Sindacato ha dato vita alla marca Top Manta (espressione popolare spagnola che significa “vendita ambulante”). La Top Manta produce vestiti ed è una marca di lotta e di protesta, che nasce dalla volontà di creare un’alternativa alla merce di contraffazione che i manteros vendono abitualmente, e con il preciso intento di poter migliorare le condizioni di vita dei venditori ambulanti, creando opportunità di lavoro e di regolarizzazione, e soprattutto, rivendicando il diritto di lavorare. “Spesso riceviamo nel nostro negozio Top Manta richieste e visite di giornalisti che vogliono parlare con noi, ma a noi non interessa. Non ci interessa avere visibilità, se la visibilità non si accompagna ad un sostegno concreto. Preferiremmo che i giornalisti si avvicinassero ai manteros che sono sulla strada e che dessero loro spazio e attenzione, perché si senta la loro voce”. La voce di chi è ultimo e perseguitato nell’indifferenza generale da istituzioni che non sembrano interessarsi alla dignità umana. Le voci di persone che, per tre anni espulse dalla società, vivono nell’attesa, senza la possibilità di integrarsi, senza documenti e dunque invisibili, clandestini, impossibilitati a far valere ed esercitare i propri diritti.