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Conoscere la Grande Distribuzione Organizzata e il caporalato per non dimenticare Soumalya Sacko

di Antonia Cannito

15 giugno 2018

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E’ doveroso continuare a parlare di caporalato in un Paese in cui Soumalya Sacko, padre, bracciante e attivista in difesa dei diritti dei braccianti contro la tirannia dei caporali, viene ucciso a soli 29 anni.
Soumalya Sacko ha perso la vita in quella stessa terra in cui per anni si è svegliato e ha lavorato chino sotto al sole, nel cuore di quella Terra che fu il palcoscenico della storia del bracciantato agricolo.

E’ stato ucciso per vendetta, dicono, per razzismo, dalla criminalità organizzata, dai caporali, per sbaglio. Lo abbiamo ucciso tutti noi con le nostre frasi e azioni xenofobe; lo abbiamo ucciso mandando al governo chi oggi decide di chiudere i porti a più di 600 migranti.
Credo fortemente che continuare a parlare di caporalato, di sfruttamento del lavoro voglia dire portare la luce su questi fenomeni. Vuol dire chiedere “Verità e giustizia per Soumayla”, vuol dire ricordarsi di chi è morto per chiedere più diritti, vuol dire continuare a lottare per i vivi che ancora oggi subiscono gravi violazioni dei diritti umani.

Non vi è dubbio che la prassi del caporalato sia un’offesa permanente e ripetuta alla Costituzione della Repubblica ed una negazione della personalità dell’uomo che la nostra Costituzione pone al centro delle sue disposizioni come oggetto di tutela, giacché ne disprezza e ne calpesta i principi di tutela della dignità della persona e del lavoro.
Nonostante le denunce delle ONG sul lavoro schiavistico e gli sforzi di organizzazioni internazionali, come l’ILO e l’Unione Europea, tesi a promuovere il lavoro dignitoso (“decent work”), queste forme moderne di schiavitù persistono e anzi tendono a diffondersi con prepotenza nel cuore dell’Occidente. Il Mezzogiorno italiano e, in particolare, la regione Puglia hanno registrato il ritorno e l’espansione di una forma di intermediazione che la modernità sembrava potesse superare. Tale metodo di ingaggio della manodopera è tornato prepotente negli ultimi venti anni in forme particolarmente virulente.
E’ ormai chiaro che il caporalato sia un sistema ben consolidato con delle caratteristiche ben precise. Ma a chi conviene? E perché?

Partendo dalla base della piramide della schiavitù, si può affermare che il caporalato conviene, in primis, ai braccianti stranieri immigrati. Questi ultimi si trovano spesso in una situazione debole e giuridicamente vulnerabile: il più delle volte sono sprovvisti di documenti, vivono in ghetti segregati e lontani dai centri delle città, senza alternative concrete al caporalato nella ricerca di un impiego, con una bassa conoscenza della lingua e del luogo in cui si lavora. Tutto ciò permette al caporale di approfittarsi dei corpi e della vita di queste persone.

Il caporale è visto come un vero e proprio garante dell’accesso al mercato agricolo. Se la situazione non fosse drammatica si potrebbe parlare di funzione “benemerita” del caporalato nell’avvicinare l’offerta alla domanda di lavoro [1]. In effetti il caponero ha oggi un monopolio sull’attività di intermediazione, essendo considerato come necessario dai braccianti e dagli agricoltori. Il caporale è l’unico in grado di soddisfare tutto un insieme di bisogni e di fornire servizi indispensabili.

Viepiù, la questione non meno importante dell’utilità del caporale per gli imprenditori agricoli. Gli imprenditori ammettono con chiarezza che il caporale offre servizi fondamentali ad alcune aziende agricole. La mediazione con gruppi di braccianti che spesso non parlano l’italiano, il trasporto sui campi, il reperimento di un alloggio, sono tutti servizi che l’agricoltore preferisce esternalizzare.
I caporali rappresentano oggi la modalità considerata più efficiente – anche se, o forse proprio perché, illegale – per fornire tali servizi. Secondo alcuni agricoltori nessun ufficio di collocamento sarebbe in grado di offrire un servizio così efficiente. In agricoltura il costo del personale è un costo comprimibile, soprattutto quando il potere contrattuale dell’imprenditore agricolo è basso, cosa che avviene lungo molte delle filiere dove manca la capacità di aggregazione degli agricoltori. Soprattutto nei distretti del Sud si tratta di organizzazioni frammentate e con scarsa funzionalità che, invece, di rafforzare l’agricoltore attraverso l’aggregazione, finiscono per indebolire ulteriormente la filiera.

Veniamo, adesso, alla GDO. Il potere contrattuale non è certo in mano degli industriali, ma è più nelle mani della Grande Distribuzione Organizzata che, soprattutto in determinati comparti, come il pomodoro da industria, stabilisce il prezzo prima della stagione di raccolta, mediante il cosiddetto meccanismo delle aste online con doppia gara al ribasso. Inoltre, il compratore (la catena di supermarket) detta anche tutti gli standard di produzione come qualità e quantità. In definitiva, la richiesta di standard di qualità e sicurezza alimentare più elevati la pressione sui prezzi esercitata sulle industrie conserviere si scarica poi sull’azienda agricola e sul bracciante.

Ma quindi, come si può lottare contro il caporalato? Come si può abbattere questa piramide tirannica? Come si può rinascere dal caporalato?

Decido di fare queste domande a Papa Latyr Faye, (detto Herve) che, insieme a Mbaye Ndiaye, ha dato il via all’associazione Ghetto Out – Casa Sankara a San Severo (in memoria dell’ex presidente del Burkina Faso Thomas Sankara ucciso durante un colpo di Stato il 15 ottobre 1987). Herve mi dice subito: “Non nascondiamo la verità. La colpa è solo della GDO, invisibile a noi ma unico e vero motore di tutto il sistema. Il caporalato rende possibile il sistema, fa sì che niente cambi. Il potere economico e finanziario di questo sistema è tutto nelle mani della GDO. Se la GDO non cambia il suo modo di produrre non è possibile lottare contro il caporalato”.

E’ necessario, dunque, per comprendere questo fenomeno, guardare alla filiera nel suo complesso. Da un lato, vi sono i “ghetti” in cui trovano riparo i braccianti stranieri in Puglia, vere e proprie istituzioni indispensabili per la filiera agro-alimentare, in quanto regolano la disponibilità e il costo della manodopera. Dall’altro lato vi sono gli “imperi del cibo”: grandi aziende di trasformazione e catene della distribuzione, che hanno un grande potere di regolazione dell’intera filiera [2].

Herve e Mbaye, entrambi senegalesi, entrambi braccianti, sono dei veri e proprio rivoluzionari. Hanno deciso di lottare contro i caporali in una maniera non violenta, preferendo le parole alla violenza, le idee e il coraggio al silenzio. Non hanno deciso di fare guerra alle multinazionali. No, la loro battaglia affonda le basi in un percorso di emancipazione, di liberazione e di consapevolezza.

Chiedo ad Herve, come definirebbe Casa Sankara a chi non la conosce. “Casa Sankara è un’alternativa di vita, nata inizialmente come alternativa al ghetto Rignano. E’ nata grazie alla cooperazione tra istituzioni, associazioni e semplici persone che si sono messe insieme per trovare delle piccole risposte al fenomeno del caporalato che non può essere eliminato così, all’improvviso”.

“Quali sono le azioni che svolge concretamente Ghetto Out contro il caporalato?”, domando ad Hervè.
La Missione di Ghetto Out è molto difficile perché la situazione non è affatto facile. Il nostro primo obiettivo era la chiusura del ghetto di Rignano, una vera e propria zona franca da cui il sistema prendeva linfa. Volevamo convincere le persone che vivevano in quel ghetto che c’erano altri modi di vivere; eravamo decisi a spostarle in un posto dignitoso. E ce l’abbiamo fatta. Grazie alla Regione e al consigliere Stefano Fumarulo, abbiamo potuto sognare, pianificare e avviare il progetto di Casa Sankara.
La lotta al caporalato non si compie soltanto attraverso le denunce, fondamentali ma non sufficienti ad estirpare il fenomeno. La lotta avviene ogni giorno, creando delle possibilità, delle alternative, ascoltando i desideri, le aspirazioni delle persone, offrendo loro un lavoro regolare, documenti regolari ed una vita dignitosa
”.

Oggi la comunità di Casa Sankara comprende circa 400 persone, tra stanziali e stagionali, dislocati tra i pre-fabbricati in legno autocostruiti e la c.d. Arena, un palazzo che ospita altre 150 persone. Herve e Mbaye hanno ben pensato che per raggiungere il loro obiettivo fosse necessario utilizzare due strumenti: l’autocostruzione di un ecovillaggio e la coltivazione in proprio del pomodoro e di altre colture, da immettere poi sul mercato grazie alla rete del commercio equo e solidale.

La chiave di volta di questo progetto è proprio la sperimentazione in proprio della coltivazione di pomodori, broccoli, grano. Adesso stiamo sperimentando con un’azienda Svizzera la coltivazione della canapa, e per questo abbiamo chiesto alla Regione Puglia altri ettari per la coltivazione. Anche questo è un segnale di lotta contro il caporalato. Cambiare i prodotti. Non dobbiamo solo concentrarci sull’uva e sui pomodori perché ci sono altre opportunità che possono dare lavoro alla persona. La canapa rappresenta un altro orizzonte, un mercato in cui sono presenti molte aziende che lavorano in maniera onesta e non ci sono troppe multinazionali”.

Casa Sankara mi sembra una grande isola felice, un luogo etico, multiculturale ed inclusivo che dovrebbe essere il modello ideale su cui costruire le nostre città del futuro, proprio come ci racconta e ci insegna il paesino di Riace.

Il nostro progetto era solo basato sull’agricoltura e sull’uscita dal ghetto di Rignano ma, poi, ci siamo ritrovati in una marea di pratiche da svolgere perché se vuoi dare alle persone la possibilità di vivere in maniera dignitosa e legale, devi fornire loro necessariamente assistenza legale, percorsi formativi e momenti di comunità, in cui poter parlare delle proprie difficoltà”.

Un grande traguardo per Casa Sankara si è avuto il 2 Giugno, giorno in cui il Presidente Emiliano e la sua squadra di politici hanno deciso di festeggiare proprio lì la Festa della Repubblica Italiana. Emiliano ha affermato che Casa Sankara è proprio il luogo-simbolo della lotta al caporalato. È un luogo pubblico che era stato abbandonato come azienda agricola e che è stato rimesso in piedi da una serie di persone che hanno cominciato a produrre, a lavorare e in questo modo hanno potuto restituire la libertà a decine e decine di persone.

Qualcosa è cambiato nella coscienza di chi vive a Casa Sankara - dice Hervè -. Adesso le persone sanno che si può vivere in un altro modo. La cosa bella è che ora i loro occhi sono aperti. Chi vive nel ghetto e viene a casa Sankara, la sera non vuole più andare via. Ogni giorno vengono persone a chiedere se c’è posto. Ma adesso, purtroppo, siamo al completo - ”Come faccio a ritornare nel ghetto?” Come ho fatto a vivere in quel posto?” sono le domande che ci vengono fatte ogni giorno”.

Da questa chiacchierata con Herve, ne esco felice, arrabbiata ma ottimista, e con tante altre domande.
Mi rendo conto di come il potere delle idee e la forza dell’immaginazione possano salvarci da situazioni che ci sembrano immutabili. L’equilibrio che presiede alla riproduzione ed alla perpetuazione nel tempo di relazioni di sfruttamento e di dipendenza non può esistere se non come equilibrio fittizio, per la natura stessa di fenomeni come quello preso in esame, poiché si basa su divari e contraddizioni.
Azioniamo il nostro cervello, facciamoci domande, cerchiamo sempre la verità e difendiamo chi ogni giorno vede schiacciati i propri diritti fondamentali. Solo allora Soumalya Sacko potrà rinascere.

Come disse Thomas Sankara : “Tutto ciò che l’uomo immagina lo può creare”.