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Nessun cambiamento, come era prevedibile: si peggiora solo il peggiorabile

di Antonio Ciniero, MigrAzioni - 15 giugno 2018

16 giugno 2018

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Le iniziative messe in campo dal neo ministro degli Interni, nonostante il tentativo di presentarle come nuove, si pongono in perfetta continuità con gli interventi in materia di politica migratoria e di governance dei flussi attuati dall’Italia e dall’UE da almeno un trentennio. La vicenda della nave Aquarius mostra senza filtri il cinismo e l’aspetto inumano della gestione delle migrazioni anche al grande pubblico, ma non rappresenta un ribaltamento dell’approccio italiano alla gestione dei flussi migratori degli ultimi anni.

Dall’adozione degli accordi di Schengen in poi, la chiusura delle frontiere e la selezione degli ingressi è stata, e continua ad essere, la bussola di tutti gli interventi normativi in materia migratoria del nostro paese, come lo è delle legislazioni nazionali di quasi tutti i paesi europei e dell’Ue nel suo complesso.

Nel nostro paese però, più che altrove, i vari tentativi di ridurre il numero degli ingressi irregolari non solo sono sistematicamente falliti, ma hanno generato un paradosso (solo apparente): quanto più le leggi diventavano repressive e restrittive, quanto più erano orientate a ridurre la clandestinità, tanto più l’irregolarità di soggiorno cresceva (sia l’irregolarità di ingresso, che la cosiddetta irregolarità sopraggiunta). [1] I sedici anni di applicazione della cosiddetta legge Bossi-Fini lo hanno mostrato chiaramente. Ovviamente non è casuale, e l’irregolarità in Italia è aumentata più che altrove perché il nostro paese non ha, a differenza di altri paesi europei, dei meccanismi di regolarizzazione permanenti, ma ha avuto solo sporadiche sanatorie una tantum.

Le politiche di chiusura delle frontiere, la restrizione dei canali d’ingresso regolare, la precarizzazione della condizione giuridica degli stranieri e il mancato riconoscimento dei diritti di cittadinanza hanno fatto sì che si instaurasse una dialettica tra stato e mercato, in cui i processi che costringono i migranti all’irregolarità e all’esclusione consegnano agli agenti economici un utile strumento di svalorizzazione della forza lavoro: una situazione utilissima a chi domanda lavoro, perché mette a disposizione una manodopera priva di diritti da sottoremunerare ed utilizzare per incrementare i profitti.

Questa situazione è nota e assodata da tempo negli studi in materia, le politiche di chiusura delle frontiere, storicamente, più che ridurre il numero degli ingressi, hanno, tutt’al più, contribuito a riorientare i flussi, soprattutto nel breve e medio periodo. Si pensi a quanto avvenuto in Europa negli Settanta, dopo l’emanazione delle cosiddette politiche di stop da parte dei paesi dell’Europa centro settentrionale, o più recentemente, nel 2016, dopo gli accordi tra UE e Turchia. Le politiche restrittive però non sono in grado di ridurre gli ingressi nel lungo periodo perché la pressione migratoria è indipendente dalle politiche migratorie. Questo è un dato di fatto che non si può continuare ad ignorare.

La scelta riprovevole di impedire ad una nave con oltre 600 persone a bordo di attraccare nei porti italiani non avrà alcun effetto in termini di riduzione dei flussi, e men che meno avrà effetti sulla ridefinizione delle politiche migratorie europee, forse, anzi sicuramente, è stata utile, nell’immediato, solo a racimolare un po’ di consenso in un elettorato frustrato, e in parte stremato dalla crisi, e ad infliggere sofferenza aggiuntiva a quelle 600 persone.

Anche il vertice di oggi tra Macron e Conte va nella direzione della continuità con il passato: Hotspot fuori dai confini europei, di fatto campi detentivi non diversi da quelli che già esistono in Libia e in Turchia, dove un fiume di denaro pubblico europeo finanzia la sospensione dei diritti umani, e revisione del trattato di Dublino, che, si e no, vorrà dire discutere (inutilmente) di relocation… Insomma, nulla di nuovo da parte del governo del cambiamento, solo, come era prevedibile già dalla lettura del loro pseudo contratto, esasperazione degli aspetti maggiormente repressivi, quelli più demagogici e che meglio si possono spendere sui media e con le condivisioni dei social.

Se queste sono le prime iniziative, è ovvio che il cambiamento, per lo meno per le politiche migratorie, non verrà da questo governo.

Per un reale cambiamento è necessario superare la logica dell’emergenza ed emanciparsi definitivamente dalla filosofia dell’ordine pubblico. Abbiamo bisogno di un ripensamento radicale delle politiche migratorie, capovolgendo la logica securitaria con cui ci si è approcciati alle migrazioni fino ad oggi.

Per muovere in questa direzione, sono indispensabili strumenti politici e normativi in grado di misurarsi in maniera adeguata con la complessità del fenomeno migratorio e non facili slogan razzisti e securitari.

È necessario che si ponga in sede Europea la necessità di ragionare sulla possibilità di introdurre un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, valido sull’intero territorio dell’Unione Europea. Oggi gli ingressi per motivi di lavoro sono di fatto impossibili su quasi tutto il territorio europeo, e in Italia sono anni che non si emana un decreto flussi ordinario. Nonostante ciò la domanda di lavoro che si rivolge ai cittadini stranieri continua ad essere alta.

Per quanto riguarda i richiedenti asilo bisogna chiedere con forza la semplificazione delle procedure per il rilascio di permessi umanitari e dei ricongiungimenti familiari per chi è costretto alla migrazione, anche questi validi sull’intero territorio europeo. E bisogna farlo non perché si è buoni, o buonisti come amano ripetere i razzisti italiani, ma perché tutti i paesi europei hanno sottoscritto la convenzione di Ginevra.

Inoltre è urgente una riforma del diritto di accesso alla cittadinanza, che, con grave colpa tra le altre, la passata legislatura non ha approvato. Non è più procrastinabile l’acquisizione della cittadinanza per jus soli per un paese in cui sono già presenti oltre un milione di ragazzi e ragazze nati o cresciuti in Italia non riconosciuti cittadini.

Per portare avanti queste proposte politiche è necessario un reale cambiamento di paradigma, abbandonando definitivamente i diktat politici dell’approccio economico neoliberista. Sarebbero necessari interventi normativi ed economici capaci di potenziare gli strumenti di tutela dei diritti dei lavoratori e gli strumenti di welfare: avremmo bisogno di un nuovo new deal, senza il quale, difficilmente, si potranno ridurre le sacche di cronica esclusione sociale che produce l’attuale sistema economico-produttivo. Si tratta di interventi politici da attuare sia a livello internazionale che nazionale, immaginando non solo aggiustamenti marginali, ma un diverso modello di produzione e redistribuzione della ricchezza, che rimetta al centro del discorso l’essere umano e i suoi bisogni, superando la logica dominante del neoliberismo e ristabilendo la priorità della società e delle relazioni sociali nei riguardi dell’economia e delle dinamiche del mercato. Questioni, mi sembra, del tutto assenti nel contratto di governo.