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Migranti raccontati dalle mappe di Migreurop

L’intervista a Filippo Furri tra i curatori dell’Atlante

3 luglio 2018

A cura di Simone Massacesi.

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L’uscita della terza edizione dell’Atlas des migrants è particolarmente significativa per dare una giusta interpretazione dei fenomeni migratori e delle loro reali ricadute; per far conoscere l’Atlante al pubblico italiano, e in attesa della sua traduzione, abbiamo deciso di intervistare Filippo Furri, membro di Migreurop e della coalizione Boats4people.

D. Ciao Filippo puoi brevemente presentarci Migreurop?

Migreurop è un network euro-mediterraneo fondato nel 2002, che ad oggi raggruppa 50 associazioni e 56 membri individuali, distribuiti in 17 paesi, in Africa, Europa e Medio oriente. Uno degli obiettivi della rete è quello di analizzare e monitorare l’evoluzione delle pratiche e delle politiche sviluppate dall’Unione europea (UE), dai paesi membri e dai “paesi terzi” per contrastare, “gestire” e criminalizzare il fenomeno migratorio contemporaneo : criticando e denunciando le violazioni dei diritti fondamentali e le derive xenofobe dei media, della politica e della società, le pratiche di detenzione amministrativa e lo sviluppo della “forma campo”, le politiche di “inospitalità”, la degradazione del diritto d’asilo, le politiche di esternalizzazione dei controlli e della “gestione”, la militarizzazione delle frontiere ecc.
Oltre alle diverse attività dei singoli membri, il valore aggiunto della rete consiste nella sua capacità, costruita negli anni, di alimentare lo scambio e la circolazione di informazioni, in grado di comporre una visione complessiva ed organica sia del fenomeno migratorio in quanto tale sia dell’articolazione delle politiche nazionali e delle pratiche/politiche “locali” analizzate in una prospettiva generale e con una volontà di conoscenza e di testimonianza anche dei fronti di tensione e di conflitto, delle lotte, delle mobilitazioni e delle rivendicazioni specifiche. La connessione e lo scambio tra le diverse realtà permette di raccogliere dati e informazioni che sembrano “eterogenei” e di farli convergere per confrontarli, analizzarli e interpretarli nella loro complessità. Alla fase di raccolta e scambio di informazioni e a quella di analisi corrisponde poi una fase di “restituzione” e di diffusione, a livelli diversi (pedagogico, specialistico, politico) che intende sollecitare vari tipi di lettore, per favorire un approccio critico alla questione, fornendo strumenti di lettura e di comprensione dei “fatti” esibiti dai media e dalla politica, fornendo come dicevo una prospettiva globale che non si limita ai diversi orizzonti identitari/nazionali, ma esplicita la complessità del fenomeno, e le responsabilità delle istituzioni nazionali e internazionali che osteggiano la libertà di movimento, criminalizzano la migrazione e militarizzano le frontiere.

D. L’Atlante è molto importante per comprendere il fenomeno dei movimenti migratori, fornendo al lettore strumenti e punti di vista spesso assenti nel dibattito europeo e nazionale. Qual è il vostro obiettivo?

L’Atlas è l’esempio più significativo di questo processo : sotto l’impulso, la guida e la coordinazione del team di cartografi di Migreurop, hanno partecipato alla redazione quasi un centinaio di autori di numerosi paesi, membri associativi, attivisti, esperti, fotografi e giornalisti, ricercatori di diverse discipline, che hanno contribuito a moltiplicare prospettive e punti di vista: questa ricchezza di spunti è andata a integrare il lavoro cartografico principale, di “rappresentazione”, “visualizzazione” e “traduzione” delle informazioni e dei dati.

L’Atlas è uno strumento di quella geografia critica che si propone di sovvertire l’ordine della narrazione (mediatica, verbale, iconografica) “ufficiale” e normalizzata, di demistificare la retorica istituzionale.

Per quanto riguarda il fenomeno migratorio in particolare, si tratta di fornire informazioni e dati esatti, mettendo in evidenza e sottolineando tutto quello che la narrativa predominante tende ad eludere, a minimizzare, ignorare ed occultare.
Una delle scelte significative a mio avviso anche in questa edizione è stata quella di inserire nell’Atlas delle carte e delle testimonianze “soggettive “, in prima persona : racconti di persone “in migrazione”, in grado di personificare e di concretizzare un’esperienza sempre individuale, anche quando collettiva, in antitesi rispetto ai “dati oggettivi” forniti dalle istituzioni, che tendono ad anonimizzare e a “filtrare”, riducendo tutto a cifre e statistiche ; ma anche come contrappunto alla prospettiva “eurocentrica” che – per paura, per ignoranza e per presunzione di superiorità – si adotta, il più delle volte, nell’analizzare questo fenomeno.

D. Rispetto alla seconda edizione, cosa è cambiato? Quali sono i nuovi scenari?

L’evoluzione dell’Atlas, alla sua terza edizione dopo quelle del 2009 e del 2012, segue inevitabilmente l’evoluzione, la complessificazione e direi il peggioramento della situazione internazionale per quanto riguarda i fenomeni migratori e l’accesso alla mobilità delle persone. Al di là di un’evoluzione della veste grafica e all’integrazione di elementi nuovi in grado di facilitare la consultazione e di fornire al lettore chiavi di lettura e “piste” di approfondimento ulteriore, abbiamo lavorato con l’obiettivo di rendere fruibile ed accessibile uno scenario estremamente complesso e articolato.
Il volume si articola in 5 parti : la prima consacrata alla prospettiva critica in quanto tale, propone di “interrogare” la storia, le categorie della migrazione, le frontiere, come concetto e come limite, le cifre dell’immigrazione poi le carte stesse come strumento di conoscenza o di propaganda, e infine il vocabolario mobilizzato dalla politica, dai media e dalla società. La seconda parte, “confinamenti”, è dedicata ad una cartografia delle forme di detenzione amministrativa, di “isolamento” e di marginalizzazione, e rinvia più direttamente al progetto “Close the Camps”, un repertorio interattivo della limitazione di libertà dei migranti in Europa e alle sue frontiere. La terza parte è dedicata ad un tema sempre più scottante, quello dell’esternalizzazione e della delocalizzazione dei controlli, alla delega della “gestione” e del controllo della mobilità ai paesi di origine ed ipaesi di transito. La quarta parte è dedicata all’evoluzione delle rotte migratorie, che corrisponde all’evoluzione del dispositivo militare-poliziesco di controllo delle frontiere. La quinta parte pone l’accento sulle forme di resistenza e di organizzazione delle comunità migranti e della società civile che le appoggia : le rivendicazioni (libertà di movimento), le proteste, le forme di ospitalità e di solidarietà che (r)esistono e si oppongono apertamente alla “criminalizzazione della solidarietà” che si sta diffondendo in Europa.
Dunque, da una parte il volume continua a porre l’attenzione sulle problematiche che si erano già al cuore delle edizioni precedenti. Su tutte, la proliferazione dei campi (con la Carta dei Campi regolarmente aggiornata dalla rete). Dall’altra si focalizza su fenomeni più recenti, come l’accelerazione dei processi di esternalizzazione e l’implosione dei sistemi di accoglienza.
La prima parte è un lavoro più “teorico” che esplicita la prospettiva del volume, mentre la parte conclusiva è quella più “riflessiva”, nel senso che è dedicata alle forme di resistenza, alle lotte e alle mobilizzazioni, sia per testimoniare la loro diffusione sia per sollecitare ancora di più le forme di condivisione e di collaborazione tra realtà e situazioni diverse : perché

di fronte alla crescente criminalizzazione della solidarietà, oltre che della migrazione, sarà necessario organizzarsi e sostenerci a vicenda, studiare esempi ed esperienze, trasmetterli, diffonderli ed adattarli ai diversi contesti. In questo senso, la dimensione euro-mediterranea di Migreurop favorisce e deve favorire questo tipo di connessioni.

D. Quali sono stati, negli ultimi anni, i principali eventi geopolitici che hanno ridisegnato le mappe del fenomeno migratorio verso l’Europa? E verso l’Italia?

Se prendiamo come riferimento la scorsa edizione dell’Atlas, del 2012, è evidente che un momento chiave è rappresentato dalle “primavere arabe” del 2011, ma evidentemente parlare genericamente di “primavere arabe”significherebbe mantenere la prospettiva eurocentrica di cui parlavamo, e rimanere vincolati alla logica di “esportazione della democrazia”... Quello che è accaduto in Tunisia è sensibilmente diverso da quanto accaduto in Egitto, al di là della lettura “europea” di cause, fatti e sviluppi. È chiaro che il conflitto in Siria e l’emergenza dello stato islamico, con la conseguente destabilizzazione dell’area mediorientale, hanno prodotto un movimento di popolazioni in fuga dalla regione – ovviamente verso i paesi limitrofi più che verso l’Europa. È altrettanto vero che crisi militari, politiche, economiche e sociali nell’Africa Sub-sahariana (Mali, Niger, Sudan, Corno d’Africa, Africa occidentale) hanno intensificato la mobilità, o i tentativi di movimento, verso altre regioni. Le ragioni di queste crisi, come della destabilizzazione del medioriente, sono evidentemente da imputare anche alla pressione di un neo-colonialismo “occidentale” - e di una ingerenza diretta o indiretta su queste regioni, in aperta contraddizione con la retorica dell’ “aiutiamoli a casa loro” brandita per giustificare politiche di contenimento di gestione e di controllo della mobilità umana. La situazione degenerata in Libia, che da regione di contenimento forzato ma anche di immigrazione sotto il regime di Gheddafi si è trasformata in una terra di nessuno, scenario di conflitti tribali e oggetto di mire egemoniche, in particolare di Francia ed Italia, ha evidentemente “riaperto” una rotta che è sempre esistita.

Credo che il dato di fatto sia che da almeno due decenni i movimenti di popolazione si stanno intensificando, e non esclusivamente sull’asse sud-nord, anzi, in ragione di una fragilità geopolitica diffusa e di una contemporanea “possibilità di movimento”, evidentemente non uguale per tutti, che l’apertura di un orizzonte mondializzato ha progressivamente esplicitato. In questo senso, è possibile provare a periodizzare individuando degli eventi chiave, e ne abbiamo menzionato alcuni, ma a mio avviso il punto è che la migrazione e la mobilità umana rappresentano uno dei fenomeni che caratterizzano la contemporaneità in quanto tale, fenomeno intimamente legato ad un disfunzionamento, ad una crisi dell’equilibrio tra stato nazionale e modello postcapitalista “globale”.

Da due decenni le « rotte » migratorie si chiudono e si riaprono, si accavallano e si intersecano nel mondo, alle frontiere dell’UE e al suo interno. La Balkan route “chiusa” per alcuni mesi a causa dell’irrigidimento a catena delle frontiere tra Grecia ed Austria, pare riaprirsi attraverso l’Albania. La rotta occidentale verso le Canarie sembra riattivarsi, altre rotte da nord est si stanno delineando e l’unica “soluzione” immaginata dai paesi dell’UE è il rafforzamento ulteriore dei controlli, la militarizzazione delle frontiere e il subappalto del contenimento, come nel caso dell’accordo con la Turchia. Ma è chiaro che non stiamo assistendo a nessuna invasione (nell’Atlas evidenziamo e denunciamo questa mistificazione), il problema è che il nostro orizzonte “occidentale” da una parte ha perduto il controllo di un fenomeno che storicamente ha gestito cinicamente (dallo schiavismo alle migrazioni « coloniali »), dall’altra è nell’incapacità culturale, politica e sociale di un’integrazione diversa da quella che ha sempre imposto, deciso, definito. L’Europa, che ha bisogno di lavoratori e di “corpi” da sfruttare, non vuole tra i piedi nuovi soggetti di diritto, con la propria libertà (mentre sta progressivamente erodendo anche i diritti dei cittadini europei) : si accettano solo “irregolari” da clandestinizzare e sfruttare, o vittime da ingurgitare in un dispositivo umanitario assistenziale e lucrativo. Una forma di “scelta” che dovremo ad un certo punto riconoscere; come dimenticare l’allora presidente della Commissione europea, Romano Prodi, che nel 2000 dichiarò che “abbiamo bisogno di immigrati, ma devono essere scelti, controllati e collocati”.

La crisi economica generalizzata e il ripiegamento identitario di matrice nazionalista e sovranista sono intimamente connessi a questa incapacità, o non volontà, di confrontarsi con la mobilità umana contemporanea.

Non è un caso che emergano in modo flagrante tensioni tra i diversi paesi membri in merito alle traiettorie di migrazione che li attraversano. Le ragioni che generano o modificano le traiettorie di migrazione sono numerose, e come abbiamo detto imputabili per larga parte a squilibri geopolitici “indotti” dagli stessi paesi di destinazione ; ma la contraddizione più eclatante sta secondo me nel parossismo della doppia logica militare-umanitaria, che “attira” verso un’UE che si vende come terra di democrazia, di libertà e di diritti umani, che non riesce o non vuole garantire nemmeno ai suoi stessi cittadini.

Detto questo, uno dei fattori da considerare è anche la banalizzazione dell’emergenza nel nome della quale tutto sembra tollerabile.

Se è vero che da almeno due decenni osserviamo un peggioramento delle condizioni di accoglienza, una progressiva criminalizzazione della migrazione e una militarizzazione esponenziale, oggi gli interventi militari in paesi terzi, come quello della Francia in Mali o quello italiano in Niger, trovano spazio e “giustificazione” in uno scenario dominato sempre più dall’urgenza, è che diventato il nuovo passepartout. È il dogma dell’emergenza che ha agevolato il dispiegamento di una brutalità e di un cinismo senza precedenti, nei fatti, e nei discorsi. Basta ricordare le frasi di Juncker davanti al parlamento europeo di Strasburgo (27/10/2015): “l’UE non dovrebbe assillare la Turchia riguardo i diritti umani (…) Sappiamo che ci sono delle mancanze, ma è indispensabile implicare la Turchia. Vogliamo essere sicuri che nessun rifugiato arrivi più in Europa attraverso la Turchia”.

D. All’aumento degli arrivi dal 2015 gli stati dell’Unione Europea hanno replicato con l’inasprimento della politica dei respingimenti e del potenziamento delle frontiere esterne. Possiamo individuare una geografia europea della repressione anti-migranti? Se sì, come si declina

Credo che l’attuazione dell’approccio hotspot rappresenti bene questo scenario (non entriamo nel merito qui del legame dell’approccio hotspot con il fallimentare progetto di ricollocazione europeo che si è rivelato un grande bluff).
La logica di controllo e identificazione, di dispersione e contenimento, di gestione dei corpi anonimizzati che si trasformano in entità passive, oggetto di “cura” in quanto vittime/vulnerabili, o oggetto di discriminazione e sfruttamento, di detenzione espulsione in quanto “indesiderabili”, “illegali” ecc., ma mai in soggetti “attivi” è una logica diffusa, organica. Per alcuni, l’errore è stato considerare l’hotspot solo come il luogo fisico, lo spazio entro cui si materializza e diventa visibile il nuovo dispositivo di filtro e di “selezione”.

Ma l’hotspot in sé non esiste, e non è nemmeno formalizzato giuridicamente, esistono spazi che diventano hotspot, ovvero punti nevralgici di “filtro” in relazione alla loro posizione geografica, e quindi di fatto in Italia i porti di sbarco delle operazioni SAR o in Grecia nelle isole di approdo. L’hotspot è un dispositivo intermittente, a Catania non esiste fisicamente, si materializza solo in occasione degli sbarchi (hotspot mobile),

l’allora ministro dell’interno Alfano aveva pensato ad hotspot galleggianti (probabilmente per occultare e sottrarre alla critica pratiche che discutibili di identificazione forzata ecc.) ; a Mineo (CARA) qualcuno aveva pensato di costruire un hotspot all’interno del centro di accoglienza (sono ancora visibili dall’esterno le barriere metalliche che dovevano delimitarlo). Hotspot è un vocabolo della telefonia e della logistica, insieme ad Hub, ed è, potremmo dire, uno dei sintomi della frontiera come limite, come punto di discontinuità. Un geografo francese, Michel Lussault, osservando gli aeroporti descrive il “funzionamento” del dispositivo frontiera attraverso tre operazioni : filage (il mettere in fila, il far convergere verso il punto x), il triage (il fatto di selezionare persone o merci a seconda di determinate caratteristiche, separandole e facendole proseguire secondo “rotte” o itinerari predeterminati o controllati) e il traçage (il fatto di “seguire” l’itinerario al di là del punto x, inevitabilmente fino ad un altro punto di transito).

Voglio dire che le operazioni e le pratiche di controllo, repressione, dissuasione, espulsione, di identificazione, di limitazione di libertà, di dispersione e di confinamento iniziano ben prima degli hotspot, e si protraggono ben oltre, estendendosi a tutte le zone di transito.

I processi di Rabat (2006) – con l’adozione della Strategia di Dakar (2011) - e di Karthoum (2014), gli accordi de La Valletta (2015), gli accordi con il Niger e lo sviluppo dei Migration Compacts raccontano gli sforzi europei per implementare un sistema esternalizzato sempre più coercitivo di gestione della mobilità (la Libia di Gheddafi e la Turchia odierna sono emblematici). In questo senso salta agli occhi come progressivamente il discorso di esportazione della democrazia, di salvaguardia dei diritti umani, di sostegno allo sviluppo e capacity building, predicato per anni e raramente applicato, si sia rivelato essenzialmente un pretesto per introdurre e veicolare le sole misure “che contano”. Oggi in nome dell’urgenza non c’è più tempo e tutto si riduce ad una realpolitik che ha come unico obiettivo il controllo e la gestione della migrazione, il controllo di quelli che chiamano “flussi”, desoggettivizzando completamente il fenomeno migratorio: è impressionante osservare ad esempio la velocità con la quale il fondo fiduciario europeo sia stato immediatamente riconvertito a questo scopo.
La militarizzazione del Mediterraneo e la ripartizione delle aree di intervento e di pattugliamento, con la progressiva estromissione delle ONG a vantaggio delle guardie costiere libiche, gli hotspot “di frontiera” e i centri di detenzione disseminati in Europa e oltre, la proliferazione di centri di “accoglienza” di matrice emergenziale, che si riducono ad essere una concatenazione di centri di raccolta e smistamento, offrono un panorama sconcertante, una visione d’insieme dell’ampiezza del dispositivo repressivo e di controllo, soggiacente all’approccio hotspot. Dispositivo operativo in entrata come in uscita, o di “recupero”, se si pensa al centro di accoglienza di Parigi la Chapelle, presentato come luogo di accoglienza per i “primo-arrivanti” ma che in poco tempo è stato riconvertito dalla prefettura in una sorta di hotspot di secondo livello, per far convergere i migranti in fuga dalla jungle di Calais smantellata, ri-identificarli, e ri-immetterli nelle maglie del dispositivo, verso nuovi centri di accoglienza, verso una destinazione “Dublino” o verso rimpatri coatti.
Al di fuori di questi itinerari prestabiliti, di queste aree di stoccaggio o di confinamento predeterminate (e disposte strategicamente o in luoghi remoti per sottrarle alla percezione pubblica, o al contrario in punti nevralgici e problematici che ne garantiscano una “giustificazione” e una “legittimazione”)

esistono linee di movimento e spazi di convergenza e di transito informali, spesso in contesti urbani o zone di frontiera, che sono sistematicamente oggetto di smantellamenti, retate delle forze dell’ordine, ordinanze di sgombero, vessazioni, violenze e violazioni dei diritti fondamentali

da Roma a Ventimiglia a Bardonecchia, da Parigi a Calais, dalle stazioni ferroviarie alle aree industriali dismesse, la presenza di migranti è monitorata e controllata sistematicamente, repressa e dispersa all’occorrenza.

D. Particolarmente significativo è il caso italiano, soprattutto dopo l’insediamento al ministero dell’Interno di Marco Minniti. Qual è, a tal proposito, la realtà fotografata dall’Atlante sulla rotta mediterranea?

Ho ritrovato un articolo (Repubblica) dell’ottobre 2016 che diceva « Nel 2015, per la prima volta dopo molti anni, il numero di cittadini italiani residenti all’estero ha superato quello dei cittadini stranieri residenti in Italia ». Quindi prendiamo atto prima di tutto che ci sono più italiani che se ne vanno che “stranieri” che arrivano, il che vorrà dire qualcosa. Statistiche a parte, consideriamo che da sempre l’Italia è principalmente un paese di transito e non di destinazione, sia per evidenti difficoltà socio-economiche di insediamento, sia per ragioni culturali, linguistiche ecc. Dico questo perché credo che sia importante avere una visione d’insieme quando parliamo di “rotte”, evitando di concentrare l’attenzione esclusivamente sul segmento, in questo caso sulla rotta marittima del Mediterraneo centrale, sul Canale di Sicilia.
È chiaro che è su questo segmento di “frontiera” che si concentra il dispositivo di controllo e di “intervento” delle istituzioni nazionali ed europee : pensiamo all’evoluzione della situazione dopo Mare Nostrum, all’azione di Eunavformed, all’apertura di una centrale operativa di Frontex a Catania, all’intervento delle ONG e alla loro delegittimazione attraverso un attacco mediatico diffamatorio prima ancora che sul piano legale (che ha come corrispettivo il delitto di solidarietà in Francia, ora in Ungheria e temo presto anche in Italia), di fronte alla legittimazione di una sedicente guardia costiera libica da parte di Minniti.
Ma le pratiche e le politiche di contenimento e di repressione, come dicevamo, si estendono ben oltre ipunti o le zone di frontiera, secondo una logica costante. Se pensiamo al territorio italiano, con l’inasprimento del Regolamento Dublino e, dal 2015, con l’approccio hotspot ed il fallimento complementare del progetto di rilocalizzazione, la presenza di migranti sul territorio italiano è aumentata, ma nonostante il bombardamento mediatico e l’angoscia dispensata da politici xenofobi siamo lontanissimi dalla tanto paventata invasione. La reazione politica italiana, invece di provare a fare pressioni perché la rilocalizzazione fosse attuata (e qui è flagrante l’inconsistenza politica dell’UE d evidenticontrasti e tensioni) e ad invertire la tendenza riflettendo sull’adozione di pratiche e politiche di accoglienza e solidarietà che gioverebbero a tutti (cittadini e migranti temporaneamente o stabilmente nel paese), è stata quella di insistere sulla dimensione emergenziale, cercando di disperdere sul territorio queste persone, di isolarle, di invisibilizzarle quando non si riusciva a “contenerle”.

La proliferazione degli hotspot, la proposta di apertura di centri di espulsione in ogni regione, ecc, sono la dimostrazione che l’Italia ha accettato questo ruolo di “baluardo” della fortezza Europa, ha accettato di farsi terra di confine, sottovalutando (o speculando su) le conseguenze di questa scelta scellerata

 propaganda politica e media conniventi hanno veicolato una vera e propria paranoia da migrazione, mettendo a nudo la xenofobia (nemmeno troppo) latente del paese, legata probabilmente alla constatazione più o meno consapevole che la presunta identità nazionale si basa su una finzione fragile e pericolosa. È chiaro che in questo modo Minniti ha tirato la volata a Salvini, che continuerà sulla linea del suo predecessore (un po’ come la Bossi Fini ha seguito la Turco Napolitano): diciamo dunque che oltre la “linea di frontiera” la condizione esistenziale (legale, sociale, fisica e mentale) di chi si è mosso lungo la rotta del Mediterraneo centrale è difficile, ambigua, esposta a forme sempre più violente e sempre più “tollerate”di razzismo e xenofobia che vanno dall’insulto allo sfruttamento, dalla marginalizzazione all’assassinio.
Al di “fuori”, e pensiamo ora in particolare alla Libia, la situazione si ripropone amplificata e ancora più drammatica: rimangono infinte zone d’ombra, perché le possibilità di monitorare quanto accade sono estremamente limitate; i centri di detenzione ufficiali in cui i prigionieri versano in condizioni disastrose lasciano solo immaginare cosa accada nei centri informali gestiti dalle varie milizie (le poche immagini che sono circolate mesi fa danno un’idea). Nel frattempo paesi europei si contendono le zone di influenze nella regione: la legittimazione da parte del governo italiano (e di un ministro delgi interni per giunta) di (almeno) una sedicente guardia costiera libica, armata ed addestrata per bloccare in mare i migranti aggredendo le ONG umanitarie con il tacito accordo del MRCC ecc., per rigettarli in pasto ad aguzzini pronti a ricattarli di nuovo, rappresenta una delle fasi più buie della politica del nostro paese. La soluzione è stata, come spesso accade, quella di sottrarre alla vista e alla critica: se le violazioni di diritto e norme internazionali in mare cominciavano ad essere denunciate, era necessario da una parte delegittimare l’attività degli attori umanitari, anche attraverso l’imposizione di un codice di condotta estremamente restrittivo, dall’altro garantire un livello ulteriore di opacità. Il deserto, i lager libici, aguzzini pronti a fare il lavoro sporco per permettere alle “democrazie” occidentali di non confrontarsi con le proprie responsabilità. Ma credo che l’operazione di empowerment della guardia costiera libica, l’invenzione di una zona SAR di competenza libica, e l’ipotesi di installare una centrale operativa MRCC in Libia sia destinata a fallire, o a degenerare inesorabilmente. Come con la Turchia, come in precedenza con Gheddafi ecc., finanziare qualcuno per fare il lavoro sporco convalida giochi di potere ed economici (dammi più soldi/armi ecc. o smetto di controllare) che peggioreranno inevitabilmente la situazione, non arrestando il fenomeno migratorio, ma rendendolo i tragitti ancora più pericolosi, difficili, lunghi e drammatici.
Come Migreurop abbiamo appena pubblicatouna nota sulla Libia*, che prova a inquadrare l’evoluzione della situazione, evidenziando le implicazioni e le responsabilità europee, italiane e francesi, recenti e più datate a livello politico, economico e sociale.

D. Che significato politico e sociale ha nell’Europa odierna il termine limes, sul quale si infrangono le speranze di migliaia di esseri umani in fuga da guerre, terrorismo, povertà, e si consumano tragedie che negli ultimi 25 anni hanno causato quasi 40 mila morti?

Migreurop si è costituita come “osservatorio delle frontiere”, e da sempre è impegnata a denunciare la militarizzazione delle frontiere europee e la loro trasformazione in uno vero e proprio Limes nel senso classico di limite fortificato, di confine che esclude, separando un fantomatico “noi” che si difenderebbe da un alterità minacciosa, da un “nemico” esterno. Abbiamo lanciato diverse campagne, la più significativa delle quali è “Frontexit”, che analizza e denuncia il funzionamento dell’agenzia Frontex:

è chiaro che le frontiere europee, ed in particolare lo spazio mediterraneo, sono stati trasformati in questi ultimi decenni in una zona di conflitto, nel teatro di una guerra ai migranti,

giustificata da ragioni di sicurezza (contro il “terrorismo”) e di contrasto del traffico di esseri umani. Oggi, il neo primo ministro italiano Conte si è permesso di dire, in conferenza stampa “non siamo razzisti ma basta traffico”. È evidente che questi argomenti non bastano a giustificare il cinismo e la violenza con cui si ostacola sistematicamente la fuga di decine di migliaia di persone da situazioni di conflitto o da condizioni di vita indegne, con cui si impedisce e si rifiuta ad esseri umani di presentare ai paesi della democraticaUE,terra dei diritti umani, una richiesta di accesso alle forme di protezione internazionale garantite dal diritto: non entriamo nel dettaglio qui, il lavoro encomiabile di repertorio e di denuncia svolto Melting Pot è più che sufficiente per declinare una casistica di abusi e violazioni. L’abiezione con cui ci permettiamo di giudicare il diritto di qualcuno di cercare una vita migliore è intollerabile.
Il Mediterraneo, per secoli spazio aperto di incontri e sconti di culture, di “ibridazioni” e di commistioni, è stato ridotto a limes invalicabile e mortifero, il numero di migranti morti o scomparsi in mare non smette di aumentare, la solidarietà in mare (come altrove) viene perseguitata e la sola preoccupazione sembra essere quella di fermare “i flussi”, gli “arrivi”,con tutti i mezzi e tutti gli “alleati”, imaginando di selezionare gli aventi diritto all’asilo nei paesi terzi, chiudendo gli occhi di fronte alle efferatezze perpetrate nei campi di concentramento libici, che Minniti sembrava considerare un semplice “danno collaterale” per difendere Italia e UE. Certo il Mediterraneo ha assunto negli anni la forma di un limes differenziale: se la circolazione degli esseri umani è osteggiata e/o sfruttata, la dimensione commerciale non è mai venuta meno. È rimasto celebre il discorso di Gheddafi (Jamahiriya news agency, 7/10/04) in occasione dell’inaugurazione della pipeline verso l’Italia, West Jammarihyja Gas Project: “Annunciamo al mondo che l’Italia e la Libia sono determinate a fare del Mediterraneo un mare di pace, un mare di commercio e di turismo, un mare sotto il quale le pipelines di petrolio e di cas congiungano, attraverso Libia e Italia, l’Africa e l’Europa”. Nel 2003 l’Enea (Ente per le nuove tecnologie l’energia e l’ambiente) aveva allo studio un progetto ambizioso: un tunnel ferroviario di 136 km, per sole merci, che avrebbe dovuto connettere Tunisia e Sicilia.

Frontex è forse l’unica agenzia concretamente europea in funzione: un’armata europea schierata alle frontiere per delimitare uno spazio che si vorrebbe unitario e che invece si sta lacerando internamente, tra ripiegamenti identitari, slanci nazionalisti, iperlocalismi, e pulsioni egemoniche.

L’Unione europea – che avrebbe dovuto fare della diversità culturale, e della coabitazione tra i popoli il vessillo della propria fondazione, la propria aspirazione etica e politica –non riesce a manifestare la propria esistenza che trasformandosi in fortezza, rinchiudendosi in una immensa gated community e inventandosi un nemico da respingere. Forse allora il limes è il limite di un’inconsistenza, è la materializzazione di un fallimento, non solo politico ed economico, ma etico e culturale: ci vorrà tempo per ammetterlo, ma siamo di fronte alla negazione dei principi fondatori, primo fra tutti quello della tutela dei diritti umani e dei diritti fondamentali.

D. Per quando è prevista l’uscita in italiano della terza edizione dell’Atlante dei migranti in Europa? E quali saranno le modalità di diffusione?

Attualmente stiamo preparando la versione inglese del volume, che garantirà una diffusione importante dell’Atlas anche in contesti non francofoni. Stiamo valutando l’opportunità di lavorare ad una edizione in spagnolo e ad una versione italiana, magari ridotte, contestualizzate ed attualizzate, ma non abbiamo ancora definito precisamente un calendario. Nel frattempo, abbiamo iniziato a pubblicare sul nostro sito alcune delle tavole e degli articoli contenuti nel volume, traducendole almeno nella lingua del paese interessato. Si tratta di una modalità di diffusione parallela, che permette di accedere direttamente ad una parte dei contenuti, che sono al tempo stesso inscritti all’interno dell’insieme delle pubblicazioni della rete.

Una delle carte presenti all’interno dell’Atlas, in cui sono evidenziate le strutture di accoglieza e quelle di detenzione in Italia.

* E’ di questi giorni la notizia che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la prima volta è intervenuto contro 6 presunti scafisti: quattro sono libici, uno di questi sembra essere un comandante della guardia costiera libica.