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Trump e i diritti umani: un matrimonio che non s’ha da fare

Cosa ci dice il caso dei bambini detenuti in gabbie e separati dalle proprie famiglie

22 giugno 2018

Di Alessio Mirra *

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L’amministrazione Trump incolpa il Congresso Democratico di essere stato inattivo per troppi anni e non aver lavorato con la controparte Repubblicana per cambiare le disposizioni in materia di migrazione, avendo quindi provocato una reazione dura ma necessaria di “Tolleranza Zero”, che ha separato fino ad ora 2.000 minori accompagnati dai propri familiari, alla frontiera tra Messico e gli Stati Uniti.

Il 7 maggio 2018, il Procuratore generale Jeff Sessions annunciò che avrebbe adottato una politica durissima di dissuasione per tutte le famiglie migranti che entravano in maniera irregolare negli USA, separando i minori dai propri genitori, invece di tenerli insieme nei centri di detenzione.
In questo modo, si trattano i genitori come “trafficanti”, e i bambini sarebbero considerati come “vittime di traffico” e posti in custodia delle autorità competenti in punti diversi del Paese (per questione di etica, ci rifiutiamo di utilizzare la parola illegale con riferimento all’attraversamento di un confine, sebbene in questo contesto risulterebbe più corretta).

Kirstjen Nielsen, Segretaria di Sicurezza Nazionale, in una conferenza stampa il giorno 18 giugno, ha dichiarato che tutto quello che sta facendo il Dipartimento di Stato è (semplicemente) far rispettare la legge, sulla base del c.d. Flores Agreement [1], che prevede il rilascio immediato di minori in detenzione, ponendoli a disposizione (in ordine di importanza) dei propri genitori, di altri parenti o di programmi di custodia minorile. Nel caso in cui un alloggio adeguato non sia disponibile nell’immediato, il governo è obbligato a porre i minori nel contesto meno restrittivo possibile, considerando l’età e altre necessità specifiche.
Secondo quanto affermato da Nielsen, questa politica ha come obiettivo la protezione dei minori e il rispetto della legge, negando apertamente eventuali violazioni dei diritti umani nell’implementare questo genere di politiche pubbliche: afferma, a sua difesa, che 10.000 dei 12.000 minori in custodia del DHS “furono inviati soli dai propri genitori, che non si preoccupano del loro benessere”.

Oltre ad aver dunque affermato indirettamente che 2.000 dei 10.000 minori in custodia del HHS (Health and Humanitarian Services) sono stati effettivamente separati dai propri genitori o dai propri tutori legali (e da notare che qualsiasi numero superiore allo 0, rappresenta una violazione a una quantità innumerevole di diritti umani), Nielsen -in rappresentanza del governo nordamericano- ha manifestato direttamente il proprio disprezzo per minori non accompagnati che a migliaia attraversano ogni anno il corridoio centroamericano.

Numerosi report smentiscono l’affermazione: l’UNICEF [2], il Centro de Derechos Humanos Frai Matias de Cordoba [3], l’OIM [4], la Comisión Nacional de Derechos Humanos [5] e finanche la Comisión Interamericana de Derechos Humanos con una Opinione Consultiva [6] hanno descritto la situazione dell’infanzia migrante centroamericana come tragica, considerando che i minori centroamericani sono tra le maggiori vittime dei gruppi criminali locali (maras e pandillas), costretti così a fuggire dai propri luoghi di nascita alla ricerca di protezione internazionale.
Insomma, la descrizione del “viaggio alla conquista dell’oro” o dello “scudo per i trafficanti” è quantomeno inesatta.

Tuttavia, la Segretaria ha continuato la propria conferenza stampa affermando, in una forma abbastanza disinvolta, che il Presidente Trump ha provato a collaborare con il Congresso, e che, dato che il Congresso non ha voluto piegarsi alle sue richieste, si puniscono direttamente “trafficanti di persone, trafficanti di droghe e terroristi”, in questo caso nell’inusuale veste di rifugiati.
In poche parole, l’amministrazione Trump ha deciso di “punire” il Congresso “ribelle” separando i bambini dai propri genitori, trattando gli stessi come dei criminali che rappresentano una minaccia alla sicurezza nazionale.
La questione preoccupante è che l’amministrazione statunitense non sta facendo altro che implementare quello che aveva proposto in campagna elettorale: in termini strettamente politici, sta mettendo in atto le proprie promesse elettorali.

Più o meno a metà della conferenza stampa, Nielsen ha dichiarato: "la scelta ricadeva sul tenere le famiglie insieme (e quindi rilasciarle dopo venti giorni di detenzione) o far rispettare la legge". Si è optato per la seconda.
A seguito dunque dei recenti reportage fotografici, e degli audio e video pubblicati in rete, perfino il Ministro degli esteri messicano Luis Videgaray ha dichiarato queste politiche “crudeli ed inumane”.
Come sempre dunque, il governo messicano gioca il ruolo del massimo difensore dei diritti umani nella regione, quando la realtà è ben altra cosa. Dal 2013, in Messico, sono stati registrati più di 700.000 eventi di detenzione migratoria (includendo minori con le proprie famiglie, e minori non accompagnati), con una cifra di circa il 90% di deportazioni verso il paese di origine.

Il report pubblicato a luglio dello scorso anno dal Consejo Ciudadano del Instituto Nacional de Migración [7] a seguito di un’imponente operazione di monitoraggio dei centri di detenzione, ha tracciato una situazione allarmante, che ha oltretutto portato all’intervento della Comisión Nacional de Derechos Humanos e alla chiusura di alcuni centri di detenzione che presentavano le peggiori condizioni di trattenimento.
Probabilmente anche a seguito anche delle dichiarazioni del Ministro degli Esteri Videgaray, il Presidente Trump ha firmato il 20 giugno un provvedimento legislativo presidenziale [8] secondo cui si garantisce che le famiglie sarebbero rimaste unite.

Il linguaggio della prima sezione del decreto presidenziale è categorico: “sotto la nostra amministrazione, l’unica forma legale per entrare nel nostro Paese è attraverso una frontiera prestabilita e concorde alle tempistiche segnalate dalle autorità”. L’entrata irregolare negli Stati Uniti continua ad essere considerata un crimine punibile con una multa o con il carcere.
Usa il termine “alien” nel testo per definire quelle famiglie e quei minori stranieri ai quali non è stato concesso il permesso per entrare e permanere negli Stati Uniti. Questo, come altri termini utilizzati, implica connotazioni estremamente negative volte alla criminalizzazione delle persone migranti.

La terza sezione è quella che contiene il contenuto “innovativo”: il Segretario del Dipartimento di Sicurezza Nazionale può detenere e mantenere in custodia famiglie durante qualsiasi procedimento che includa anche membri della propria famiglia, fatta eccezione per i casi in cui l’adulto rappresenti un rischio per il benessere del minore. Il punto e) della terza sezione da l’ordine al Procuratore Generale di richiedere una modifica del Flores Settlement, di modo da rendere applicabile il provvedimento legislativo.
Si richiede, infine, al Procuratore Generale, di rendere prioritari (per quanto possibile) i procedimenti riguardanti famiglie in condizione di detenzione.

L’aspetto fondamentale riguardo il decreto presidenziale è che non ha funzione retroattiva. La domanda sorge dunque spontanea: che ne sarà dei 2.000 minori già separati dalle proprie famiglie?

Considerando anche la recente protesta degli USA al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, è perciò facile rilevare come l’amministrazione Trump abbia un approccio “problematico” ai diritti umani, con interpretazioni che fanno storcere il naso ai più, che evidentemente sembrano logiche all’attuale amministrazione statunitense.
Resta il fatto che, al di là di qualsiasi interpretazione di diritto, l’utilizzo di bambini e famiglie per perseguire fini di politica pubblica è quantomeno meschino: il principio secondo cui bisognerebbe sempre favorire l’unità familiare è alla base della protezione minorile, e il semplice fatto che si implementi una politica dichiaratamente volta alla separazione del nucleo familiare è quantomeno inumana.

Quando Nikky Haley ha definito il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite “ipocrita e egocentrico”, affermando con indignazione che gli Stati Uniti avevano denunciato che lo stesso consiglio proteggeva governi violatori dei diritti umani, e ha dunque dichiarato l’uscita (temporale) degli Stati Uniti dallo stesso Unhrc, ha verosimilmente operato una mossa per raggiungere un obiettivo: iniziare l’epurazione dei membri del Consiglio aderenti ai principi fondamentali in materia di diritti umani.

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