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Dignità nel lavoro: il caso del caporalato

Tesi di laurea di Antonia Cannito, che ringraziamo

7 agosto 2018

Una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi
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Università di Bologna - Scienze Politiche

Corso di Laurea Magistrale in Cooperazione internazionale, tutela dei diritti umani e dei beni etno-culturali

Tesi in Diritto Pubblico e Tutela dei diritti fondamentali

Dignità nel lavoro: il caso del caporalato

Anno Accademico 2017/2018

Introduzione

"L’aspirazione di tutti gli uomini dopo quella alla sopravvivenza e al rispetto dei più elementari diritti umani è quella ad un lavoro degno. La strada da percorrere perché a tutti sia garantita questa possibilità passa necessariamente per una visione integrata dello sviluppo: non esiste sviluppo economico senza sviluppo sociale; non esiste sviluppo senza equità. E’ precisamente questo che significa dare un volto umano all’economia globale”. Juan Somavia, Direttore generale dell’Organizzazione internazionale del Lavoro.

Come bene afferma il presidente dell’OIL, in una celebre citazione, la conquista più grande che appartiene a gli uomini è quella di avere un lavoro ed un’esistenza degna.
Il rispetto dei diritti umani, specialmente in campo lavorativo, permette il progresso economico, sociale e culturale di tutti i Paese, soprattutto nei Paesi più poveri del mondo e nelle regioni del mondo ad alto tasso di intensità lavorativa e di diseguaglianza. Il lavoro dignitoso, dunque, è proprio la chiave di volta, l’elemento essenziale capace di implementare uno sviluppo equo e sostenibile nel tempo.
A partire dagli anni Novanta, l’apertura dei mercati mondiali ha reso possibile la convergenza dei modelli produttivi, la standardizzazione dei modelli di consumo, nonché l’ibridazione di culture diverse. Si è assistito ad un processo planetario di omologazione economica e culturale che trascina con sé diversi effetti tra cui si può citare l’incremento degli investimenti diretti esteri (IDE), l’abbattimento delle barriere tariffarie, la standardizzazione dei prodotti finanziari, la deregolamentazione dei mercati, la convergenza dei prezzi, nonché il collegamento in tempo reale tra località distanti, reso possibile da un uso massiccio delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione. Lo stesso non si può dire per il rispetto dei diritti fondamentali del lavoratore, i quali pur essendo diritti basilari e necessari, restano ancora dei privilegi di pochi paesi e di un numero esiguo di persone.

Non c’è alcun dubbio, infatti, che la globalizzazione economica può raccogliere tutti i suoi frutti e prosperare solo se, in tutto il mondo, senza eccezione alcuna, ci sono forti sistemi sociali che assicurano e promuovono i diritti di base nel lavoro [1]. Lo sviluppo non si crea abbassando la soglia dei diritti, ma intervenendo sui nodi strutturali che ne condizionano il funzionamento.

In realtà, la grande maggioranza dei lavoratori mondiali vive ancora in condizioni di schiavitù o lavoro forzato, è vittima di discriminazione; vive in situazioni di illegalità diffusa, vittima dell‘economia criminale che va – per esempio - dall‘immigrazione clandestina, all’evasione dei trattamenti economici e normativi imposti per legge o per contratto collettivo al mercato del lavoro ufficiale; dall’assenza totale di tutele riguardanti orario di lavoro, retribuzione e ferie alla disoccupazione; dal lavoro minorile all’esclusione sociale, povertà, corruzione, e dignità del lavoro.

In questo contesto si inserisce il discorso della tutela e del rispetto dei diritti umani in campo lavorativo proprio nel momento in cui il prezzo della “merce umana” ha generato un immenso benessere alle élite e ha continuato o aggravato il processo di impoverimento della maggioranza dei poveri [2]. Ecco, quindi, che parlare di diritto al lavoro e dignità, di lavoro sommerso e lavoro dignitoso, di sfruttamento lavorativo e caporalato, nel momento di maggiore espressione per un mondo “civilizzato” quale ritiene di essere oggi il nostro, non risulta essere un discorso anacronistico o legato ad un tempo ormai andato.

In piccoli angoli di mondo, lo sviluppo umano si è bloccato, annodato intorno al un mercato del lavoro gestito interamente dall’illegalità e dalla riduzione in condizioni semi - servili di centinaia di donne, uomini e bambini, che hanno ridotto, violentemente, a merce il bene lavoro e subordinato la loro esistenza dignitosa ad un mero fatto produttivo [3].

Le ragioni che hanno condotto alla produzione del presente lavoro di tesi, pertanto, sono da ricercare nell’appartenenza ad una terra, la Capitanata, in cui al colore dei campi s’oppone il sudore di lavoratori vittime silenziose del caporalato.

Dopo essere stata, in prima persona, nel ghetto di Borgo Mezzanone, e dopo aver visto con i miei occhi quell’inferno a cielo aperto in cui la vita umana è ridotta alla mera sopravvivenza, dove non esistono desideri, alternative, chances di vita e, soprattutto, diritti, ho deciso di approfondire le cause e gli effetti di questa pratica arcaica ed inedita allo stesso tempo.
Una pratica - quella del caporalato - che è solo uno degli elementi che concorre al mantenimento del sistema di sfruttamento, ormai parte della configurazione del lavoro agricolo in Italia e in tutte le campagne dell’Europa mediterranea. Di qui, l’esigenza di trattare il tema da una prospettiva più complessa e attraverso un punto di vista giuridico, filosofico, antropologico e sociologico.

Attraverso un giro lungo si partirà dal concetto di dignità umana, “matrice e misura dei diritti umani” [4], si tratterà del significato di lavoro dignitoso, analizzando le norme che tutelano i diritti del lavoratore in campo internazionale, europeo e italiano. Per poi concludere con il fenomeno del caporalato, vera e propria offesa alla Costituzione e alla dignità umana. Nell’ultimo capitolo dell’elaborato si ripercorrono le vicende storiche, le pratiche e le devianze che hanno prodotto l’evoluzione dal caporalato classico a quello globalizzato dei giorni nostri, con particolare riferimento al territorio della Capitanata, mettendo in evidenza che guardare soltanto il ruolo che svolge il caporale porta ad osservare il fenomeno in maniera limitativa ed inefficace.

Il caporalato di oggi si rivela molto più sofisticato ed attrezzato di quello conosciuto e contrastato negli anni 80; spesso si organizza tramite le agenzie di viaggio, o attraverso le Agenzie di Somministrazioni, che altro non sono che la parte finale della catena dello sfruttamento e della pratica delle illegalità, oltre che anelli funzionali ad un modo di fare impresa. Impresa che in questi anni si è innovata, sia sul versante delle specializzazioni produttive e lungo la filiera, sia sul versante delle tecnologie.
Se «il caporalato in agricoltura è un fenomeno da combattere come la mafia» come ha dichiarato il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina all’indomani dei drammatici casi di braccianti morti nelle campagne pugliesi nell’estate del 2015, «la lotta non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma - amava ripetere Paolo Borsellino - un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni».

Alla luce di tale riflessione, l’obiettivo di questo lavoro di tesi è contribuire, seppur in minima parte, a muovere una operazione culturale che rompa la cappa di vulnerabilità ed invisibilità nella quale vivono le vittime di sfruttamento sul lavoro.

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Dignità nel lavoro: il caso del caporalato - Tesi di Antonia Cannito