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Il Niger subappaltatore della politica migratoria europea

Christophe Châtelot, Le Monde Afrique - 28 giugno 2018

9 luglio 2018

- Link all’articolo originale (FR)

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Nel 2016 il Paese ha accettato di smistare i migranti presenti sul suo territorio in nome della lotta al traffico di esseri umani, riducendo a un quinto il flusso di candidati alla partenza.

Durante il Consiglio europeo tenutosi giovedì 28 e venerdì 29 giugno, i ventotto capi di Stato e di governo dell’Unione Europea (UE) hanno deciso «di valutare l’idea di piattaforme di sbarco regionali», create al di fuori delle proprie frontiere, dove ricondurre i migranti salvati in mare e smistare i richiedenti asilo. Se la questione susciterà interesse, potranno contare sul sostegno di almeno un Paese africano, a più di 6.000 km da Bruxelles: il Niger. Questo Paese di transito dei migranti sperimenta già da parecchi mesi un sistema che la maggior parte dei suoi confinanti si rifiuta di attuare.

Già in occasione del vertice Europa-Africa tenutosi nell’autunno del 2015 a La Valletta e dedicato alle questioni migratorie, il Niger si era distinto sulla questione, tanto da comparire sulla stampa nigerina come il «gendarme africano degli europei». Niamey si era infatti dissociato dagli altri partner dell’Unione Africana (UA) sostenendo la proposta europea di creare dei centri di registrazione dei richiedenti asilo sul continente. Operazione che la Cimade, un’associazione francese di sostegno ai migranti, denuncia qualificandola come «politica di esternalizzazione dell’asilo e del controllo delle frontiere».

Fino a poco tempo fa, il Niger era il principale paese di transito dei migranti subsahariani in viaggio verso l’Europa. La città di Agadez costituiva allora l’ultima tappa, un punto di concentramento e rifornimento logistico prima di affrontare l’inferno del Sahara nel tentativo di arrivare alle coste del Mediterraneo libico o algerino, o in Europa per i più fortunati. «Nel 2015 e 2016 ad Agadez arrivavano 100.000 migranti all’anno», ricorda Hassoumi Massaoudou, attuale Ministro delle Finanze che al tempo era Ministro degli Interni. «Nel 2017 non ce n’erano più di 20.000». Le cifre fornite dell’Ufficio Internazionale per le Migrazioni (OIM) per quel periodo sono quasi il triplo, ma evidenziano la stessa tendenza: un movimento ridotto a un quinto.

«Un calo spettacolare»

Quando era al Ministero degli Interni, Hassoumi Massaoudou fu il grande artefice dell’applicazione, a fine 2016, di una legge datata 2015, ma rimasta fino ad allora lettera morta, che puniva in maniera drastica il traffico dei migranti. L’Europa ha applaudito questa legge, prima fra tutti la Francia, che ha fatto del Niger uno dei suoi migliori alleati della regione sul fronte della lotta al terrorismo e del controllo degli aspiranti partenti in provenienza da molti dei Paesi vicini, anch’essi membri della Comunità Economica degli Stati Africani dell’Ovest (Cédéao). Anche l’OIM ha accolto favorevolmente questo «calo spettacolare» ottenuto grazie a «misure energiche».

La popolazione nigerina è meno entusiasta. Un centinaio di veicoli utilizzati per scortare chi intendeva partire sono stati sequestrati dalla polizia, alcuni trafficanti sono stati arrestati, giudicati e condannati. Tutta la florida economia ufficiale di trasportatori, commercianti, locatari, procacciatori di clienti, ecc. è stata annientata, in uno dei paesi più poveri al mondo e in particolare nella regione di Agadez, che se un tempo fu un prospero crocevia di carovane, per poi diventare una destinazione turistica, venne più tardi rovinata prima dalle ribellioni tuareg degli anni ’90 e in seguito dall’attività dei gruppi jihadisti.

«La situazione è estremamente complessa», riconosce l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), Filippo Grandi, durante una visita ad Agadez del 21 giugno. «Chiedo fermamente che un aiuto allo sviluppo sia dato alla comunità locale. Che ci piaccia o meno, l’interruzione della tratta di esseri umani ha comportato per migliaia di famiglie la perdita del proprio mezzo di sostentamento. Se la comunità internazionale non darà sostegno al Niger, queste famiglie potrebbero rifarsi ai danni degli stranieri bloccati qui

Agadez è diventata una strada senza ritorno

L’UE - tramite il Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa - e i partner bilaterali hanno promesso centinaia di milioni di Euro per aiutare la popolazione locale, offrire un’alternativa professionale agli ex trafficanti, dare sviluppo e mettere in sicurezza la regione. Ma i risultati tardano a farsi vedere.

Parallelamente la situazione si è modificata e comporta dei rischi. Da una parte, i trasportatori scelgono ora altre vie per attraversare il Sahara, più pericolose di quelle utilizzate in precedenza dato che queste ultime sono ora sorvegliate dalle autorità. Dall’altra parte, Agadez è diventata una strada senza ritorno per gli aspiranti emigranti che hanno visto chiudersi le rotte.

Infine, gli hot spots hanno attirato una nuova clientela. La città ha visto arrivare diverse migliaia di sudanesi, spesso rifugiati del Darfur, alla ricerca dello status di rifugiato politico che teoricamente i funzionari francesi dell’Ufficio Francese per la Protezione dei Rifugiati e degli Apolidi, inviati appositamente in Niger per lo smistamento delle pratiche in collaborazione con l’Oim e l’Unhcr, potrebbero loro accordare.

La Francia ha preso l’impegno di andare a prendere 3.000 rifugiati in Ciad e in Niger. Ad oggi, ne sono stati accolti in Francia solo qualche decina. Ma l’afflusso di richiedenti asilo (in Niger, ndt) ha provocato tensioni con la popolazione locale.

È proprio questa la ragione per cui il Ciad, che confina con il Niger, si oppone all’idea di questi centri di smistamento e registrazione. «Rischia di creare un effetto di richiamo», ha spiegato recentemente il ministro degli Affari Esteri del Ciad, Hissein Brahim Taha. «Migliaia di aspiranti rifugiati verrebbero da noi».
«La cosa fondamentale è che la gente possa scegliere se restare o continuare il viaggio», aggiunge Patrick Youssef, vice-direttore della divisione africana del Comitato internazionale della Croce Rossa. «Tutti hanno il diritto di partire alla ricerca di una vita migliore, se ne sentono il bisogno».