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Tavoli aperti e strade chiuse

Lo sgombero a Roma della comunità sudanese a via Scorticabove

14 luglio 2018

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"Il terzo momento di sofferenza è determinato dall’incertezza dei sistemi in cui vengono accolti, dall’incompletezza delle risposte fornite alle loro problematiche".

Roma - Le risposte date al tavolo di incontro congiunto al Vicariato ed alla sindaca Raggi, per lo sgombero in via Scorticabove a Roma, palesano, da un lato, l’inefficienza del sistema di accoglienza italiano che non integra e, dall’altro, l’evidenza di delibere politiche che anziché mediare i conflitti sociali - ed oggi in una fase ministeriale critica - li amplifica.

I 120 sudanesi sgomberati non sanno dove andare sino al 23 di luglio, giorno in cui ci terrà un secondo tavolo di confronto che allargheranno dicono - anche alla Regione Lazio.

L’unica proposta avanzata durante l’incontro del 13 luglio, tenutosi otto giorni dopo l’irruzione irruenta delle forze dell’ordine nello stabile, è stata, per i sudanesi fuoriusciti dal circuito di accoglienza, di rientrarvi al fine di una nuova presa in carico di modalità assistenziale. Soluzione di tre mesi prorogabili ai sei, comunque di breve /medio periodo, ed, inoltre, concessa - dato il numero residuo di posti disponibili nel circuito - solo a 40 nuovi beneficiari, fin quando si valuterà l’ipotesi di aprire un tavolo permanente per lavorare sui beni confiscati alla mafia, le cui tempistiche di applicazione sono triennali o incerte.

Posti disponibili che rientrano in un’emergenza sociale, extra - Sprar, per cui sono adottate misure eccezionali e che, da un giorno all’altro, potrebbero diminuire, in "una violenza governamentale che […] pretende tuttavia di stare ancora applicando il diritto [1]".

Proposte che, per i sudanesi residenti in via Scorticabove non tutela i legami della loro comunità - sottolineati e ribaditi anche dall’UNHCR -, ma, anzi, sembra delegittimarla in tutta la sua presenza, danneggiando anche una rete di solidarietà attiva che la stessa comunità aveva, in lunghi anni di vuoto istituzionale, attivato. A ciò connesso, le problematiche relative ai beni mobili - dove metterli? - di ognuno di loro e più spinoso, il dubbio del ’diritto di residenza’.
"Hanno aperto il tavolo ma chiuso le strade. Di certo, ci sarebbe stato un modo più lucido per risolvere il problema". Tra le macchine di passaggio e sotto il sole cocente, resiste una nuova complessità sul territorio, in nome di una decisione non analizzata in termini di frizione, negoziazione ed interazione tra gli attori.

Roma - Un momento della riunione (Photo credit: Vanna D’Ambrosio)

La comunità sudanese entrò a via Scorticabove in modo istituzionale nel 2005, in quell’accoglienza che porta ’più soldi della droga’ e lì rimasta fino al termine del progetto, nel 2015 - progetto d’affitto legato alla struttura e non alle persone. Più volte avevano richiesto al IV Municipio spiegazioni riguardo l’accaduto senza riceverne risposta, iniziando un’esperienza autonoma di accoglienza, praticata secondo logiche di collaborazione e condivisione.

La comunità sudanese a Roma Metropolitana

Molti di loro vivono da più tempo di me a Roma. Via Scorticabove non era un palazzo occupato dagli immigrati, ma lo stabile che gli immigrati avevano rivalutato a comunità di accoglienza per i sudanesi in transito in Europa, ospitando chi, in emergenza, avesse bisogno di un alloggio. "Qui abbiamo ospitato anche 400/500 persone al mese. Arrivavano tutti i sudanesi dalla Calabria, dalla Puglia, ma anche dalla Svezia o da altri paesi. Chiunque fosse a Roma per rinnovi o per pratiche burocratiche collegate al PdS era accolto da noi. Ci contattava, entrava lasciando la copia dei documenti e collaborava in tutto per il tempo necessario. Per questo svolgevamo anche una funzione di orientamento legale ed anche integrativo, dall’interno dell’edificio. Sì, eravamo un punto di riferimento in Europa per l’intera comunità sudanese".

Nello stabile di Via Scortibove 2 - come lo chiamano - una comunità di accoglienza, con regole basate sulle relazioni e non sul controllo, dove le persone condividono esperienze e nodi di vissuti, in modo non del tutto fortuito e accidentale, perché unite da intense finalità comuni. Una ’accidental communities’, come gli spazi abitati da migranti e viaggiatori che, per loro composizione, sono i siti di rinnovamento sociale e culturale.

Un portavoce della comunità (Photo credit: Vanna D’Ambrosio)

A via Scorticabove, un’identità fatta di persone che non possono vivere gli senza gli altri, di uomini che si uniscono nel momento familiare della condivisione di pranzi e cene, di esseri umani che si organizzano e si rinforzano per proteggersi, evitando la solitudine dell’assenza di punti di riferimento. Una storia dal basso, ’history from below’, di attori che hanno costruito un numero sempre crescente relazioni possibili e di legami spontanei tra gli individui; un riuscito esperimento di ricomposizione sociale nel tessuto urbano. "Li conosciamo. Vigiliamo la zona. Con loro non abbiamo avuto mai problemi, mai una telefonata per un intervento".
Uno spazio perfetto per un esperimento interculturale.

Non solo una comunità impegnata a portare avanti il ’most magnificent drama’ la vita, ma anche uno spazio perfetto per un esperimento interculturale, nell’ottica della rivalutazione dei pluralismi e della mediazione del conflitto, per la costruzione di un tessuto sociale quotidianamente più inclusivo anziché dispersivo.
"Se si classificassero le società secondo il modo in cui si sbarazzano non solo dei loro morti, ma anche dei vivi, si avrebbe una classificazione in società massacranti o società dell’omicidio rituale, società dell’esilio, società dell’indennizzo, società dell’internamento [2]".

Photo credit: Vanna D’Ambrosio

Dall’accoglienza si viene e si va

Gli alloggi sono gli stessi da sempre e non cambiano mai. Gli immigrati sono flussi di dati, nei database, nelle e-mail, nelle ammonizioni, nei comportamenti, nei colloqui, nei numeri. L’ospitalità diventa roba da ’palazzinari’ e traffico di contanti.

L’integrazione una macchina di permessi di soggiorno delle durate più varie. "Io operatrice proteggo i confini" [3] che intensificano il conflitto tra ’ospitalità e sovranità’, insider ed outsider.
"Perché avete bisogno di controllarmi anche quando dormo? / Perché abbiamo bisogni di controllarli anche quando dormono? "
Da quell’accoglienza che promuove la mancanza di legature e la fine dei legami sociali; che apporta un’ennesima separazione tra noi e loro; che duplica incessantemente le categorie politiche di amico/nemico proviene la comunità sudanese.

Nel corso di tredici anni, invece, hanno lavorato a lungo, sull’esperienza simmetrica e sulle mansioni analoghe, cercando "un modo naturale di esistenza della collettività umana indipendentemente da ogni contratto che progredisce attraverso gli impulsi e non attraverso le leggi [4]".

"Lo puoi vedere dall’esterno come lo abbiamo tenuto lo stabile. Guarda, che qui siamo tanti, sarebbe stato impossibile se tutti non avessero avuto un comportamento innato per la spirito della comunità. È difficile che rimproveriamo qualcuno per cattivi comportamenti, se qualcuno sente di aver fatto un errore, saluta autonomamente la nostra casa e va via. È semplice".
Come se non fossero esistiti tredici anni di comunità, i sudanesi sono stati invitati a ritornare indietro, a ognuno il suo posto ed il suo numero, in un’accoglienza che, già precedentemente, ha mancato degli strumenti necessari per incidere nella vita dei soggetti che ha inteso tutelare.

Rimangono in strada, stanchi ed affaticati, sino al prossimo tavolo d’incontro del 23 luglio.

Photo credit: Vanna D’Ambrosio