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Storia di un mantero

di Marianna Cavalli*

16 luglio 2018

Nel settembre 2015, Assane ha 32 anni quando arriva in Italia attraversando il Mediterraneo. Finisce in un centro di accoglienza per richiedenti asilo a Mazzano, in provincia di Brescia, con un’altra ventina di ragazzi di varia provenienza, e qui vi resterà per quasi due anni.

Quando la commissione rigetta la sua richiesta di protezione, dopo il risultato negativo che riceve anche al ricorso, Assane capisce che non gli restano più molte possibilità. Dopo aver tentato disperatamente di trovare un lavoro invano, ormai sapendo che di lì a poco verrà buttato fuori dal centro d’accoglienza, decide di partire per la Spagna, a Barcellona, dove un amico gli promette di ospitarlo e di aiutarlo a cercare un lavoro.

La notte del viaggio è nervoso, non sa cosa l’aspetta e non sa se riuscirà ad arrivare. E se anche arrivasse, ha paura di essere riportato in Italia e di essere espulso. Ma tutto va per il meglio, o così sembrerebbe. Alle 2 del mattino, mette piede sul suolo spagnolo. È riuscito a passare, l’adrenalina è a mille, vuole raggiungere e perdersi nella città di Barcellona il più presto possibile, per essere inghiottito dalla folla, in mezzo alla quale si trasformerà da fuggitivo a persona qualunque tra la gente.

Chiama allora il suo amico. Questi sembra sorpreso che Assane ce l’abbia fatta, che Assane sia veramente in procinto di venire a Barcellona. Ed è allora che gli dice con freddezza di aver lasciato la città e di non poterlo più ospitare. Assane non capisce: ma non si erano sentiti ieri e non l’aveva avvisato che sarebbe arrivato oggi? L’amico inventa una scusa e riattacca. Inutili i tentativi di richiamarlo: il telefono squilla ma dall’altra parte non risponde nessuno.

Il panico assale allora Assane: si trova in un paese sconosciuto, di cui non conosce la lingua, né il sistema dei trasporti. Vi si è recato in modo “illegale” ed è considerato un clandestino. Non può dare nell’occhio e deve evitare di essere fermato dalla polizia. Non sa dove andare: non ha una casa, non ha nessun altro che conosce, in Spagna. Decide comunque di avviarsi in autobus verso Barcellona: chi sa che non riesca ad incontrare qualcuno che conosca il suo amico. Mentre viaggia in autobus con l’amaro in bocca, l’angoscia dell’ignoto che sale e la sensazione che forse avrebbe fatto meglio a restare in Italia e trovare un’altra soluzione, dai finestrini dell’autobus salgono le prime luci di quell’alba fredda e crudele che lo accoglie nel paese straniero.

Si dirige verso la periferia di Barcellona, là dove l’amico gli aveva detto abitare. Ma quando arriva, non si vede anima viva. È ancora presto e la gente sta dormendo, nel tepore del proprio letto. Assane è esausto. Preso dalla stanchezza e dalla fame che gli attanaglia lo stomaco, si lascia andare sfinito in un angolo, alla stazione dei treni di Badalona, dove l’autobus l’ha lasciato.

Lo sveglia il rumore dei passi frettolosi dei primi lavoratori del mattino che si dirigono verso Barcellona in treno. Assane si alza lentamente e si avvia per la strada. Sembra un fantasma. Ha voglia di piangere, ma tiene duro. Si dice che ha affrontato di ben peggio, quando era in Libia, e che non sarà la Spagna a spaventarlo. E proprio mentre cerca un po’ di forza dentro di sé, vede un ragazzo alto, in piedi alla fermata dell’autobus, che ha l’aria di essere senegalese, come lui.

Non ha niente da perdere, si dirige senza pensarci due volte verso il ragazzo e gli si rivolge dicendo: “Salam aleikum”, decidendo in quell’istante di affidarsi senza ripensamenti alle mani potenti e misericordiose di Dio.

Photo credit: Matilde Cavalli


Ed è così che Babacar, il ragazzo alla fermata dell’autobus, prende a cuore la situazione di Assane e lo aiuta a trovare una sistemazione provvisoria per qualche giorno, prima che trovi una camera e che inizi a guadagnare qualche soldo come venditore ambulante, come fa lui. Assane trascorre perciò i suoi primi giorni a Barcellona in un garage, insieme ad altri ragazzi che come lui sono appena arrivati e non hanno documenti. Mangia una volta al giorno, per non finire i pochi ultimi euro che gli rimangono, e si lava con l’acqua gelata del bagno del garage. Riesce inoltre ad acquistare una decina di occhiali da sole da vendere in Plaça de Catalunya, fianco a fianco con gli altri ambulanti senegalesi che qui espongono la loro merce.

Dopo qualche giorno, un amico, impietosito dal racconto delle sue disavventure, gli invia dall’Italia qualche soldo per aiutarlo a comprare altri occhiali da sole e a pagare il primo mese di affitto di una stanza. Ed è così che, grazie alla solidarietà delle persone che gli danno una mano, Assane riesce a vendere qualche occhiale e a radunare un po’ di soldi per prendere una stanza in affitto a Badalona, in un piccolo appartamento che divide con una famiglia senegalese.

La sua stanza è minuscola, c’è appena lo spazio per girarsi, ma almeno ha un tetto sopra la testa e l’acqua calda per lavarsi. Grazie alla vendita degli occhiali, riesce a radunare in un mese il denaro appena sufficiente per pagare i 100 euro di affitto e di che mangiare ogni giorno. Ma non può permettersi nient’altro, e soprattutto non può permettersi di mandare soldi alla famiglia in Senegal.

Assane ha abbandonato il suo paese per trovare prospettive migliori, per aiutare la sua famiglia, per cercare un buon lavoro. Invece, si è trovato intrappolato nella giungla europea, nella burocrazia italiana che ha atteso due anni per rispondere alla sua domanda di protezione, che altro non era se non una domanda di aiuto, di asilo non politico, perché non fuggiva da una guerra, ma fuggiva dalla povertà, da un paese che non gli ha dato nemmeno la possibilità di frequentare le scuole elementari. E adesso, è intrappolato non solo nel circolo vizioso del guadagnarsi il denaro appena sufficiente per sopravvivere, ma anche in quello della legislazione spagnola, che vuole che si debbano raggiungere i tre anni di permanenza sul territorio spagnolo prima di poter avere un contratto di lavoro regolare e prima di poter ottenere un permesso di soggiorno.

Assane è un fantasma, da quando ha messo piede in Europa. È un fantasma malvoluto il cui unico desiderio è trovare un impiego dignitoso, ma che trascorrerà almeno cinque anni della sua vita ad attendere, ad attendere un documento, un pezzo di carta, ad attendere un contratto di lavoro. E intanto il tempo passerà, e la sua famiglia attenderà, e lui sarà un po’ più vecchio, un po’ più stanco, un po’ più arrabbiato.