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Tomato discount

8 agosto 2018

La strage dei 16 giovani braccianti morti nel foggiano non è altro che la conseguenza dello strapotere della grande distribuzione, di istituzioni spesso conniventi e corrotte, di un immobilismo sociale che ha le sue radici nell’idea di cibo come status symbol.

La strage dei 16 braccianti africani, avvenuta tra sabato scorso e lunedì, è talmente drammatica e straziante che scrivere qualcosa a riguardo sembra inutile e a tratti oltraggioso, tanta la rabbia che ha scatenato per la stupidità e l’insensatezza di una morte che tanti si aspettavano; quando vivi in quelle condizioni, tra ghetti, baracche, latrine, lavori 10/12 ore sotto il sole cocente, resti stipato in un furgone che percorre strade devastate per portare a casa pochi euro, lo sai bene che la morte è dietro l’angolo.
Zero misure di sicurezza, zero misure igienico sanitarie.

Ecco, allora oggi stridono molto le dichiarazioni di politici (di destra e di sinistra) e di tutti coloro che si sono sperticati a dire che i giovani migranti morti sono vittime di sfruttamento e di un sistema illegale imperniato in un mercato agricolo che, nonostante muova miliardi di euro l’anno, stringe al collasso l’anello debole della catena, i braccianti. La frutta e la verdura che compriamo, nella stragrande maggioranza dei casi, è raccolta da bulgari e africani pagati 20, forse 25 euro al giorno, rigorosamente in nero, schiavi di un sistema di mercato che lascia “sulla strada” i più deboli. Il punto è che tutto questo si sa da anni e viene denunciato da tempo da attivisti e associazioni che lavorano sul campo. Inutile dire che sono state, il più delle volte, parole inascoltate e talvolta criminalizzate.

La grande distribuzione organizzata (per capirci i marchi dei supermercati, dalla Conad alla Coop, dalla Despar alla Lidl e via dicendo) è la prima responsabile dei tanti morti tra i braccianti e i raccoglitori perché negli anni ha avallato politiche di sfruttamento chiudendo più di un occhio davanti al lavoro nero e strizzando (l’occhio) ai grandi capitali derivanti dalla costante diminuzione dei prezzi, già alla fonte, dei generi alimentari (emblematico il caso del pomodoro e dei pomodorini).

Per capirci, il prezzo stracciato delle arance, spesso in offerta, sui banconi dei supermarket, è il frutto di un “risparmio” sul bracciante e sull’intera filiera agricola. Le pressioni di molti, negli anni, hanno portato alcuni grandi marchi, ad esempio la Coop, a ragionare intorno alla questione dell’etichetta narrante ma il tutto si è risolto in un nulla di fatto ed oggi sapere il “percorso” di una confezione di pomodorini è pressoché impossibile; meglio nascondere tutto e vendere a prezzi stracciati.

Lo Stato, altro grande attore della filiera agroalimentare, ha invece attuato una politica di “contenimento” sgomberando le baraccopoli dei braccianti, appoggiando politiche di ghettizzazione ma, di fatto, con l’idea del mantenimento dello status quo. Troppi, e imponenti, i legami economici tra politica, istituzioni e grandi marchi dell’agroalimentare.

Su tutto un cambiamento epocale della visione del cibo assurto a simbolo di una stratificazione sociale che si sta allargando sempre di più: Il discount per migranti e disoccupati, il supermercato scintillante (“La Coop sei tu”) per i borghesi o finti borghesi, Eataly e Slow Food per chi può permettersi di più nell’apologia frenetica del cibo made in Italy, biologico (limoni di Taranto!) e sostenibile. Chi se ne frega se a raccoglierlo sono migliaia di africani in condizioni disumane.

E infine i Gruppi di acquisto solidale (GAS) che, spesso, rinchiusi in gruppi, per l’appunto, chiusi, diventano mosche bianche e non hanno la capacità di creare una coscienza comune alternativa e critica.

Resta, sullo sfondo, il bisogno di una “rivoluzione alimentare” che metta al centro le persone con la loro dignità di lavoratori dando al cibo un valore primario ma non di classe.
Per ora, purtroppo, siamo costretti a piangere altri 16 braccianti.

Matteo De Checchi