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Io non ho sogni - L’accoglienza dei rifugiati in Turchia: un fallimento annunciato

Inchiesta in merito agli effetti prodotti dall’accordo UE - Turchia

10 agosto 2018

"L’accoglienza dei rifugiati in Turchia: un fallimento annunciato" è il quarto capitolo dell’inchiesta "Io non ho sogni" nata all’interno del progetto "La merce siamo noi"; oltre a questi quattro elaborati è stato prodotto un documentario pubblicato da OpenDBB - Distribuzioni Dal Basso.
- Leggi i primi tre capitoli:
* L’infanzia negata
* Il lavoro sommerso e lo sfruttamento dei rifugiati in Turchia
* L’accesso alla sanità per i rifugiati siriani in Turchia
- Pagina Facebook


Io non ho sogni è un reportage introspettivo e analisi ragionata sulle conseguenze subite dal popolo siriano a seguito dell’accordo internazionale stipulato tra l’Unione Europea e la Turchia: lavoro minorile, campi governativi, deficit e carenze dell’accoglienza.

Progetto della campagna #overthefortress, prodotto da Melting Pot Europa in collaborazione con Borders of Borders

Testi di: Andrea Panico
Foto di: Andrea Panico
Foto credit dei settlements informali nella provincia di Izmir: Are You Syrious

Reportage in collaborazione e consulenza con: Human Side Project

L’uomo è vittima di un ambiente che non tien conto della sua anima.
(Charles Bukowski)

Ci sarà, in una delle prossime generazioni, un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici, in quanto verranno sviati dalla volontà di ribellarsi per mezzo della propaganda o del lavaggio del cervello, o del lavaggio del cervello potenziato con metodi farmacologici. E questa sembra essere la rivoluzione finale.
(George Orwell)

- Scarica l’inchiesta in pdf

PDF - 1.7 Mb
Io non ho sogni - L’accoglienza dei rifugiati in Turchia: un fallimento annunciato

1. L’imbuto greco e la trappola turca

Le popolazioni in fuga dalla polveriera mediorientale, dai conflitti che hanno provocato migliaia di morti innocenti, ridotto in macerie le economie dell’Iraq e della Siria e favorito l’avanzata dei fondamentalismi nel silenzio della comunità internazionale, prima della chiusura della rotta balcanica, raggiungevano il suolo greco per poi dirigersi, nel più breve tempo possibile, verso i paesi dell’Europa occidentale.
Con la chiusura a catena delle frontiere di Ungheria, Serbia e Macedonia, si è creato un effetto domino per cui l’ultimo tassello a restare in piedi, la Grecia, ha continuato per mesi ad aumentare il suo bacino migratorio. Come un enorme imbuto la pressione migratoria ha raggiunto il suo apice nel marzo del 2016, quando un accordo siglato dai paesi dell’Unione Europea e dalla Turchia ha stabilito che quest’ultima si adoperasse, con ogni mezzo a sua disposizione, a interrompere la rotta e bloccare i migranti che arrivavano nel paese del sultano Erdogan, impedendogli così di raggiungere la Grecia [1].
Da allora è cresciuto esponenzialmente il numero dei rifugiati in Turchia, passando dai due milioni settecentomila siriani registrati fino alla prima decade dell’aprile del 2016 agli oltre tre milioni e cinquecentomila di luglio 2018 [2]: la UE ha stanziato - in ottemperanza a quanto stabilito dall’accordo - i primi 3 miliardi di euro come contributo economico per la gestione dell’accoglienza [3] e Ankara si è autoproclamata il paese più generoso e accogliente al mondo.

2. Il paese più “accogliente” del mondo: i campi profughi in Turchia

Sono le quattro eppure il sole, troppo pallido a questa latitudine, scendendo giù fino all’orizzonte ha già toccato le barricate, lunghi blocchi di cemento quadrangolari disposti a pochi metri da noi che frappongono la caserma militare, circondata dal filo spinato, all’ennesimo vicolo tagliato fuori dal traffico della città in nome della sicurezza.
Il brulicare della vita che, poco meno di un anno fa, scorreva freneticamente tra le bancarelle dei mercati, è oggi sacrificato alle misure di sicurezza imposte dalla guerra intestina che Erdogan ha mosso al popolo curdo. L’effige di Ataturk, il simbolo della laicità e della libertà di questo paese presente in ogni locale, scompare sotto la polvere alzata dai decreti e dai provvedimenti con cui il sultano continua la sua epurazione di ogni dissidente, intellettuale o voce libera che si opponga al suo regime. Tutto ciò nel veloce declino dello stato di diritto e nel silenzio della comunità internazionale.

La diga sul fiume Eufrate, sorvegliata giorno e notte dai militari turchi

Sulla torretta, un soldato in controluce imbraccia un AK47, la carnagione pallida del suo viso riflette il rosso di cui è avvolta la luna della bandiera turca. Ci osserva sospettoso da mezz’ora e continua a seguirci con lo sguardo fino a quando non entriamo in un taxi giallo.
Il conducente curdo capisce immediatamente dove vogliamo andare. Saranno stati gli zainetti, deformati dalla consistenza delle custodie delle reflex, o l’esserci intrattenuti così a lungo con Yusuf, che continua a scaldare çai da dietro il suo carretto parcheggiato a ridosso del muro di cinta della caserma. Contrabbanda tè siriano facendo la spola tra la Turchia e la Siria, “per raggiungere i campi è necessaria una vettura privata. Non arrivano i pullman laggiù. Per passare da una parte all’altra del confine però basta avere qualche buon contatto e lasciare una generosa mancia ai militari che controllano il confine”.

I numerosi posti di blocco lungo la provinciale, dove i militari sono alle prese nell’esaminare i documenti dei conducenti delle auto più vecchie e sporche, mi fanno fortemente pregare di non essere fermati per un controllo. Non sono solo le città e gli snodi principali ad essere controllati nel sud est turco, ma anche tutti i maggiori punti di accesso che portano ai campi profughi. I militari controllano rigorosamente le zone circostanti affinché né giornalisti né fotografi possano documentare la situazione, e coloro che vengono sorpresi senza un permesso ufficiale rilasciato dalle autorità turche (estremamente difficile da ottenere) rischiano il fermo o peggio il carcere. E’ successo a decine di corrispondenti e freelancer finora, accadrà anche a Gabriele del Grande di lì a pochi mesi, costretto alla detenzione per 14 giorni senza neanche la possibilità di incontrare un avvocato [4].
Lascio che il fascio di luce, penetrando dal vetro scuro del veicolo semi abbassato invada gli occhi e incoraggi le pupille a restringersi. Li chiudo abbandonandomi per qualche minuto alla voce di Tom Yorke. “Stop whispering, start shouting, stop whispering, start shouting! [5]”.

Il campo profughi di Nizip 2

Lungo la strada, da un lato e dall’altro, solo terra alla terra e campi di ulivi e pistacchi.
Imboccata una strada sterrata, la carreggiata si restringe e le file di alberi da frutto lasciano improvvisamente il posto alle coltivazioni di verdura e di ortaggi. Decine
di donne, anziane e bambine, dal volto coperto e con le schiene piegate riempiono i cesti di vimini con operazioni meccaniche e ripetitive. E poi, tutto d’un tratto, l’Eufrate. La culla dell’umanità, un tempo il fiume che bagnava la grande Babilonia, oggi solo uno spartiacque tra gli enormi e sovraffollati campi profughi di Nizip 1 e Nizip 2.

2.1 L’inizio della crisi, i primi campi rifugiati

Era il 29 aprile del 2011 quando i primi 263 siriani entrarono in Turchia per sfuggire dal conflitto. Nel giro di pochi giorni il governo turco allestì la prima tendopoli di emergenza nella provincia di Kilis che accolse le prime 252 persone. Nel settembre dello stesso anno nacquero i primi 4 campi per rifugiati, che diventeranno 13 l’anno successivo e 21 alla fine del 2013 [6].

Elaborazione su dati Afad dell’incremento della popolazione nei campi profughi in Turchia [7]

La vastità dei settlement creati dal governo turco è incredibile, basti pensare che alcuni di questi campi sono o sono stati nella lista dei campi profughi più popolosi del Medio Oriente. Dalla collinetta, appena sopra la diga che strozza l’Eufrate, si ha l’impressione di osservare uno screenshot del gioco di “The Age of Empires”, in cui le strutture abitative vengono costruite l’una accanto all’altra, prefabbricati perfettamente allineati intrappolati tra reti metalliche e torri con vedette e militari che sbadigliano.
Ogni tanto un gruppo di bambini fa capolino sull’enorme distesa di cemento, qualche calcio ad un pallone colorato che sbatte contro il cartello che avverte il forestiero: “güvenlik nedeni ile girilmez! - Vietato entrare per ragioni di sicurezza!”. Qui i campi sono militarizzati e il loro presidio è affidato esclusivamente a dipendenti governativi turchi. L’accesso per chiunque non sia autorizzato dal Governo è praticamente impossibile.

2.2 L’anomalia turca

A differenza di quasi tutti i campi rifugiati del mondo, quelli turchi non vengono gestiti dall’Alto Commissariato per la Nazioni Unite per i Rifugiati, ma dall’agenzia governativa Disaster and Emergency Management Presidency (AFAD). La polizia turca si occupa invece della registrazione dei migranti del campo e di rilasciare loro le ID card (vedi il capitolo "L’accesso alla sanità per i rifugiati siriani"), mentre la sicurezza viene spesso appaltata a società esterne.
Ulteriore anomalia è la difficoltà che hanno le ONG di operare sul suolo turco. Nel 2016 erano solo 16 le organizzazioni straniere che avevano ottenuto il permesso di fornire assistenza diretta ai profughi in Turchia, limitatamente alle persone che erano accolte nei campi a ridosso del confine siriano. Per tutte le altre ONG, l’accesso ai campi è severamente vietato. Ciò sta comportando per molte di loro l’obbligo di operare in silenzio, nascondendosi al controllo del Governo [8].
Tali restrizioni coinvolgono anche l’UNHCR, a cui è concesso solo la possibilità di accedere alle strutture per svolgere le sue attività di monitoraggio, per offrire assistenza tecnica e alcune forme di sostegno logistico ma sempre solo quando richieste da AFAD [9].
La gestione dei campi è fosca e a tratti paludosa, “a volte viene impedito a noi stessi funzionari dell’UNHCR di entrare nei campi. Mi vengono semplicemente passate le notizie che devo utilizzare nella stesura dei report, informazioni che tuttavia non mi è stato in alcun modo permesso di verificare”, racconta Maria dipendente delle Nazioni Unite che lavora a Gaziantep.
La responsabilità finanziaria e amministrativa della gestione dei campi ricade esclusivamente sul governo turco. Seppur dispendiosa, tale strategia permette al governo turco di avere il controllo totale sul modo di operare assicurandosi che non ci siano soggetti esterni, quali dipendenti di ONG, che possano mettere in discussione la loro strategia di gestione della crisi criticando o entrando in conflitto
con le decisioni adottate dal governo o dai responsabili amministrativi locali [10].

Particolare del campo profughi di Nizip 2

2.3 La carenza di alloggi nei campi: un problema che parte da lontano

Al marzo del 2018, degli oltre tre milioni e mezzo di siriani registrati, solo il 6% di loro, 225.557 [11], vivevano nei 21 Temporary Accomodation Centers (TACs) locati nelle province turche a ridosso del confine siriano vicino le 10 città di Sanlurfa, Gaziantp, Hatay, Kilis, Osmaniye, Adana, Mardin, Adiyaman, Malatya e Kahramanmara [12].
Di loro, si stima [13] una popolazione maschile del 29,96% e femminile del 25,36%, con una presenza di minori del 44,68% [14].

Nonostante l’importanza che rappresenta per i migranti la possibilità di poter accedere ad un ricovero, solo durante i primissimi anni del conflitto tale problema è stato realmente affrontato dal Governo turco. Gli anni successivi alla seconda metà del 2013 hanno lasciato invece emergere il totale disimpegno di Ankara.
A fronte della crescita esponenziale del flusso migratorio dovuto, da una parte all’acuirsi del conflitto siriano, dall’altra all’impegno assunto dal sultano di bloccare con ogni mezzo l’emigrazione verso l’Europa, la disponibilità di posti nei campi rifugiati è rimasta sin dalla loro costruzione pressoché invariata. Né il governo ha sopperito a tale necessità prevedendo l’accoglienza in altri tipi di strutture che puntassero a una migliore integrazione della popolazione migrante sul territorio.
Fino ai primi mesi del 2013 coloro che arrivavano in Turchia con l’intenzione di restare potevano trovare rifugio nei campi allestiti dal governo. Il problema della disponibilità di alloggi si è presentato a cavallo dei mesi di febbraio e marzo del 2013 quando si sono cominciate a registrare le prime 50.000 richieste di esubero [15].

Particolare del campo profughi di Nizip 2

Il numero di coloro che erano riusciti a trovare un ricovero nei campi è rimasto tuttavia superiore agli “esclusi” fino all’inizio dell’estate dello stesso anno, quando a cavallo dei mesi di luglio e agosto la situazione si è invece ribaltata: l’incapacità del Governo di far fronte al crescente flusso migratorio ha comportato una crescita rapida e costante degli outsider .

https://data2.unhcr.org/en/situations/syria/location/113

Se tuttavia alla fine del novembre del 2013 la percentuale dei siriani che alloggiavano nei campi era ancora del 38,3% (205.545) dei 536.371 registrati sul suolo nazionale [16], durante gli anni successivi al crescere vertiginoso della curva migratoria non è seguito un aumento della disponibilità in termini di posti all’interno dei campi.
In particolare, è a partire dal mese di febbraio del 2014 che il problema si acuisce arrivando, alla fine della prima decade del dicembre del 2014, a una percentuale di accolti che crolla al 20% (223.921) su un numero di siriani registrati cresciuto a 1.115.551 [17]!

https://data2.unhcr.org/en/situations/syria/location/113

La situazione peggiora ulteriormente negli anni successivi arrivando il primo ottobre del 2015 a un numero di accolti di 258.504 su 2.066.601, il 12,51% [18].
A fine dicembre del 2016, risiedevano nei campi il 9,16% della popolazione migrante siriana, 258.597 su 2.823.987 [19].
L’anno successivo, al dicembre del 2017 su 3.424.237 siriani registrati, solo 258.597 vivevano nei campi, il 7,55% [20].
Quanto appena illustrato mostra una evidente negligenza nella gestione della crisi in corso. Da una parte, ciò è dovuto sicuramente ad un deficit in termini di previsione degli arrivi causata da un’inadeguata governance dell’emergenza. Dall’altra, occorre rilevare la grave assenza sul piano politico di attori internazionali che, una volta iniziati a versare nel 2016 i primi tre miliardi nelle casse della Turchia come contributo economico, hanno scelto di non preoccuparsi adeguatamente delle condizioni di vita dei profughi siriani. Del resto le frasi del Presidente della Commissione Europea Juncker, del 27 ottobre 2015 davanti al Parlamento Europeo di Strasburgo, espressero in modo molto chiaro i veri obiettivi dell’accordo che da lì a poco sarebbe stato stipulato: “L’Unione Europea non dovrebbe insistere sulla questione dei diritti umani in Turchia... Sappiamo che esistono delle carenze, ma dobbiamo coinvolgere la Turchia nelle nostre iniziative se vogliamo garantire che nessun altro rifugiato arrivi dalla Turchia nell’Unione europea. [21]

Percentuale di siriani beneficiari di protezione temporanea che aleggiano nei campi nelle dieci città che attualmente ospitano i 21 campi profughi. Elaborazione dei dati forniti da AFAD il 02.04.2018. (https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/fles/resoEurces/Sitrep_Turkey_Q1_2018.pdf)

3. Abbandonati? Il destino degli oltre tre milioni di siriani esclusi dal sistema di accoglienza turco

Quando siamo arrivati non avevamo nessuno, nulla. Ci siamo spostati per mesi, vivendo in vecchi edifici disabitati o nelle rimesse. Non fosse stato per alcune famiglie che ci hanno aiutato a trovare un alloggio e che hanno pagato le prime mensilità di affitto, permettendoci di respirare e a me di cercare un lavoro, saremmo ancora per strada, io e i miei cinque nipoti”, gli occhi di Sara, coperti dalle lacrime tradiscono il dolore della vergogna del benessere perso in Siria.

I campi profughi turchi, per chi scappa dalla guerra, possono essere senz’altro considerati, nella maggior parte dei casi, degli angoli di paradiso nascosti appena dietro l’inferno.
Ed effettivamente per chi riesce ad accedervi c’è disponibilità di acqua, elettricità e molte unità abitative dispongono persino di antenne paraboliche.
Sono state create delle scuole, si stima che circa il 90% dei bambini nei campi frequentino una scuola [22].

Settlement informale nella provincia di Izmir

Ma tutti gli altri? Quale è il destino di tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di trovare un posto all’interno delle strutture governative? Ciò che il governo di Ankara nell’ultimo quinquennio sta spacciando come hotel a 5 stelle, nella realtà che annulla qualsiasi propaganda continua ad essere una fortuna accessibile a sempre meno siriani. Fino a pochi anni c’era maggiore disponibilità di posti anche perché era notevolmente più basso il numero di profughi che arrivavano. Ad oggi però la situazione è catastrofica. Il 98% dei siriani sotto protezione temporanea “risiede nelle aree urbane, periferiche e rurali [23].
La mancanza di disponibilità di posti nei campi, comporta quale primo effetto per la comunità siriana in fuga la ricerca autonoma di un posto dove stare.
Coloro che riescono fuggire dal conflitto e ad arrivare in Turchia possono solo appoggiarsi ai loro contatti qui, a coloro che sono arrivati precedentemente e si sono già inseriti nel tessuto sociale. È in questo modo che riescono a trovare una casa da affittare più facilmente e a un prezzo non troppo alto. Tutti quelli che non hanno questa fortuna spesso si trovano a vivere per strada anche per lunghi periodi”, racconta Hamed.

Settlement informale nella provincia di Izmir

Soprattutto nelle aree urbane i prezzi delle case sono aumentati negli ultimi anni. Ci sono proprietari di case che stanno facendo una fortuna con i siriani, la popolazione locale non li vuole in città e chi offre loro la disponibilità ad affittare una casa lo fa a peso d’oro”, continua indicando un cantiere in costruzione appena fuori il centro di Sanlurfa.
Coloro che non ricevono assistenza statale sono costretti a erodere parte del patrimonio messo in salvo durante la fuga, risparmi già fortemente intaccati dal pagamento per il transito illegale da una frontiera all’altra e dalla incredibile svalutazione subita dalla lira siriana dall’inizio del conflitto sino ad oggi.
Bastano pochi mesi ad una famiglia benestante siriana per prosciugare tutto il denaro che possiede nell’affitto di una casa e finire in rovina. E’ proprio ciò che forza la maggior parte dei padri di famiglia a scegliere di mandare i propri figli (vedi il capitolo "L’infanzia negata"), anche piccolissimi, a lavorare.

Centro di Istanbul

"Tutta la mia famiglia, siamo in sei, vive in un appartamento di due stanze nella periferia di Istanbul. Siamo qui da quasi sei mesi. Mio marito lavora saltuariamente nell’edilizia, due dei miei figli di otto e nove anni in una fabbrica. Ma i soldi non bastano per sopravvivere, è per questo che vi chiedo del latte per lei". Fatima indica con gli occhi l’ultima figlia nata da poco, al sicuro sotto le coperte dal gelo della neve di gennaio che nella nuova Costantinopoli penetra le ossa, irrigidendo i muscoli e ogni pensiero.

Ma cercare una casa da affittare non è solo un problema di soldi, i profughi siriani infatti sono discriminati nelle città per una molteplicità di ragioni e la loro presenza, generalmente, non ben accetta. In primo luogo a causa della diffidenza che la popolazione locale nutre nei loro confronti. Molti siriani del nord sono di origine curda, una popolazione che nel sud est della Turchia è ormai da decenni vessata da una vera e propria guerra fratricida.
Anche la paura della radicalizzazione del terrorismo gioca un ruolo essenziale. Sono tanti gli autoctoni che temono l’entrata in territorio turco di militanti jihadisti pronti a colpire e radicalizzarsi nelle città. Tuttavia, la paura più grande, resta quella dell’occupazione. Un esercito di disperati, senza soldi e senza alcun aiuto statale su cui contare, è “carne fresca” per il caporalato, per lo sfruttamento nelle fabbriche, nei campi e nello svolgimento dei lavori più umili. E’ importante sottolineare che la Turchia di Erdogan, anche a seguito della tensione tutt’ora in essere con paesi economicamente strategici per il commercio, sta vivendo un momento di profonda depressione e crisi con una forte svalutazione della sua moneta [24]. Ciò sta comportando un aumento della disoccupazione e una “guerra tra poveri”, in cui l’immigrato in cerca di asilo è la persona che, con alte probabilità, prenderà il posto in fabbrica del turco suo vicino di casa, lavorando il doppio delle sue ore e costando la metà di lui.
L’assenza di posti nei refugee camps governativi e l’impossibilità di affittare un alloggio per la carenza di offerta del mercato o di disponibilità di denaro, comporta quale scelta obbligata l’abbandonarsi ad alloggi di fortuna. I settlement informali nascono quasi sempre lontani dalle città, nei pressi dei grandi appezzamenti di terreni coltivati in cui è facile trovare lavoro come bracciante, sfruttati per una manciata di lire turche l’ora. (vedi il capitolo "Lo sfruttamento lavorativo dei rifugiati siriani in Turchia"). In tale contesto, i siriani vivono dimenticati dal governo e difficilmente raggiungibili persino dalle poche organizzazioni abilitate a prestare assistenza nel paese.
La maggior parte dei bambini non va a scuola per aiutare i genitori nella raccolta della frutta e della verdura; esposti al rischio di subire abusi sessuali o di sparire nel nulla sono definiti ormai la “generazione persa”, i figli della Siria abbandonata alla distruzione e raccontata solo nei trafiletti di fondo pagina in occasione di clamorosi attentati.

Settlement informale nella provincia di Izmir

La piccola Radwa aveva vissuto per quasi un anno in un settlement informale, probabilmente lungo la costa occidentale, prima di arrivare in Grecia. Fu la sola cosa che capii quando, chiedendole da dove arrivava, mi indicava le tende, nominava la Turchia e contava con le dita sporche di fango i mesi che scoprii solo successivamente - aveva vissuto con un amico di suo padre a cui era stata affidata prima di partire dalla Siria. Riuscii a capire, grazie ad una interprete curda che la piccola non aveva né fratelli né sorelle e che, per qualche causa che Radwa stessa ignorava, suo “zio” dopo una decina di mesi passati in un settlement informale la affidò a sua volta ad un’altra famiglia. Con loro, infine, Radwa compii la traversata fino a Lesvos e poi su fino al confine con la Macedonia. Come accade ancora adesso, con molta probabilità, i suoi genitori non ebbero il denaro sufficiente per pagare ai trafficanti il passaggio all’intero nucleo familiare, decidendo di mettere in salvo almeno la loro unica figlia.
Era sola quando la conobbi nel campo di Idomeni, ancora più sola quando se la portò via la polizia greca nei centri per minori stranieri non accompagnati, strutture che nell’area di Salonicco assomigliano più a prigioni che a rifugi per bambini.
Nel campo di Idomeni, nei settlements turchi, in quelli in Italia o Macedonia, i bambini ovunque razzolavano nel fango giocando a fare la guerra con la naturale inconsapevolezza che accompagna l’infanzia, anche quella vissuta in fuga dalla guerra e nella miseria di una crisi ormai dimenticata dai media occidentali. Le loro voci accompagnavano le nostre giornate e scandivano i nostri orari.
Ricordo che i silenzi di Radwa prosciugavano invece l’anima.