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Sfatando un mito: “Aiutandoli a casa loro” aumenteremo l’emigrazione

Gli aiuti allo sviluppo non riducono le migrazioni

13 agosto 2018

Il famoso motto ‘Aiutiamoli a casa loro’ è stato predicato e sbandierato in campagna elettorale da politici di diverso orientamento, i quali sostenevano l’importanza degli aiuti allo sviluppo per ridurre le partenze dei migranti verso l’Europa. Sembra logico pensare che gli aiuti allo sviluppo migliorino le condizioni di vita di molte persone nei paesi poveri, rendendo meno interessante l’opzione di emigrare verso i paesi più ricchi. Purtroppo, quest’assunzione, intuitivamente semplice, si scontra con la realtà.

‘Aiutiamoli a casa loro’ così non verranno a casa nostra

Per ridurre l’emigrazione, gli aiuti dovrebbero essere rivolti alle cause dell’emigrazione. Concentriamoci su due di questi fattori (che alcuni definirebbero ‘miti’) spesso citati da giornalisti e politici, ovvero la disoccupazione giovanile e la condizione di povertà economica. Secondo molti, le persone emigrano perché sono povere e senza lavoro. Gli aiuti allo sviluppo dovrebbero quindi contribuire alla crescita economica a lungo termine e dovrebbero creare posti di lavoro per i giovani.

Photo credit: Karpov / Sos Mediterranee


Già negli anni settanta, il geografo americano Wilbur Zelinsky, con la teoria della transizione della mobilità, sosteneva ci fosse una relazione inversa tra migrazione e sviluppo, con la prima che aumenta insieme alla seconda, per poi stabilizzarsi ed invertirsi. Michael Clemens [1], economista dello sviluppo americano, in un report per il Center for Global Development di Washington, spiega che, fino a quando un paese non arriva ad un reddito annuo pro capite equivalente a 10 mila dollari l’anno, la crescita economica non incide sulla tendenza ad emigrare. 10 mila dollari l’anno è una soglia molto alta.

Per spiegare la dinamica dell’emigrazione dalle nazioni povere, Michael Clemens fa l’esempio di un ipotetico cittadino del Niger. Se decidesse di restare nel suo paese, avrebbe un reddito annuo di circa 1.000 dollari. Partendo per l’Europa, invece, potrebbe arrivare a guadagnarne anche 13000-14000. Ora, continua Clemens, se anche il suo reddito in Niger potesse raddoppiare grazie agli aiuti allo sviluppo concentrati sull’economia del paese, avrebbe a disposizione 2000 dollari. Che cosa farebbe il cittadino del Niger? Clemens sostiene che partirebbe comunque. Anzi, avrebbe il doppio dei soldi per finanziarsi il viaggio, ovvero per pagare il visto, i documenti necessari e i pagamenti ai trafficanti per poter raggiungere l’Europa.

Come si può vedere dalla mappa, basata sui dati più recenti del Fondo Monetario Internazionale, la maggioranza dei paesi dell’Africa sub-sahariana si trova al di sotto della soglia dei 10 mila dollari l’anno. La maggior parte si trova infatti al di sotto della soglia dei 5 mila dollari l’anno. Secondo le stime di Bruegel, una think tank belga, ai ritmi attuali di sviluppo, il 20 per cento dei paesi più poveri del mondo raggiungerebbe la soglia di 10 mila dollari l’anno nel 2198. Anche immaginando che gli aiuti potessero raddoppiare a questo ritmo, la soglia verrebbe toccata nel 2097.

Mappa economica dell’Africa: il reddito pro capite basato sui dati del FMI


Gli aiuti allo sviluppo aumentano i posi di lavoro per i giovani? Molti studiosi sono scettici sulla risposta. David McKenzie [2] in un report per la Banca Mondiale ha esaminato le politiche attuate nel mercato del lavoro da parte dei governi dei paesi in via di sviluppo. Gli studi mostrano “che queste politiche sono generalmente molto meno efficaci di ciò che i politici e gli economisti generalmente si aspettano”. È vero che gli aiuti allo sviluppo possono contribuire parzialmente alla creazione di posti di lavoro per giovani, ma in nessun caso è stato dimostrato che le politiche di occupazione giovanile sostenute dagli aiuti allo sviluppo abbiano ridotto la disoccupazione giovanile su vasta scala.

Molti studiosi suggeriscono che, nei paesi poveri, gli aiuti allo sviluppo incoraggiano l’emigrazione. Può sorprendere, ma il punto è semplice: non sono i poveri, i poverissimi, i disperati ad emigrare. Non si spiegherebbe, ad esempio, come mai tra i paesi di origine dei migranti al secondo posti vi sia la Nigeria, considerato come il paese africano che sta vivendo una crescita economica più alta rispetto ad altri paesi. Emigra chi ha abbastanza risorse per tentare l’avventura. Coloro che migrano sono infatti quelle che, nel contesto africano, chiamiamo le classi medie emergenti. Più aiuti allo sviluppo, più reddito, più classi medie, più migranti.

Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi

Il problema delle migrazioni è complesso e non verrà risolto con soluzioni di breve periodo, semplici e a basso costo. Ciò che continua a mancare nel dibattito sulle migrazioni è una presa di coscienza delle dinamiche complessive, che permetterebbe di affrontare i nodi chiave del problema. Il Global Compact on Migration, l’accordo sulla migrazione delle Nazioni Unite firmato nel 2016 a New York, dovrebbe essere adottato ad ottobre. Servirà per stimolare un dibattito a livello internazionale o rappresenterà un’altra opportunità mancata?

Per saperne di più sul Global Compact on Migration: https://www.iom.int/global-compact-migration (in inglese)