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Notte di Mezza Estate a Ventimiglia. Aggiornamento atipico dal confine

Testo e fotografie di Emanuela Zampa

20 agosto 2018

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Mezza estate a Ventimiglia, l’aria spessa e calda viene spezzata dalla musica in una piazzetta della città vecchia.
Ma la tua vita adesso puoi cambiare solo se sei disposto a camminare, gridando forte senza aver paura contando cento passi lungo la tua strada.
Allora... 1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi! 1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi!

Sono i Modena City Ramblers sul palco, e sotto, una piazza affollata salta, canta, grida, muove teste di ogni età con qualsiasi tipo di capigliatura: bionda, bruna, rossa, crespa. Il caldo ed il sudore, invece, sono uguali per tutti.
Braccia alzate di ogni colore.

Ci sono concerti dove questo non è strano, e per un momento non ci faccio caso, poi mi giro, guardo i volti.
Quei volti che evito di fotografare, per rispetto, e perché non resti traccia, nella vita di questi ragazzi, che ad un certo punto si sono trovati ad essere privati di qualsiasi dignità. Quei volti sempre tesi, arrabbiati, tristi.
Quei volti adesso riflettono invece una gioia profonda di poter fare qualcosa di perfettamente normale per la loro età. Stare fuori la sera, andare ad un concerto, ridere, saltare, ballare!
Allora prendo la macchina fotografica, perché la loro gioia in quel momento è bellissima e contagiosa. Perché questa situazione, a Ventimiglia, non è affatto normale.

Portarli al concerto non è stato semplice, avendo fatto la richiesta di rientro oltre l’orario davvero all’ultimo minuto, ma, con un po’ di pazienza, e senza arretrare di un passo, è stata ottenuta. Avendo già accordato con il gruppo lo spazio per un piccolo intervento, ci è sembrato normale insistere per farli partecipare, così, in un clima a metà tra la gita scolastica e la “fuga per la vittoria”, una trentina di richiedenti asilo alloggiati presso il campo della CRI, hanno avuto la possibilità di essere presenti, e soprattutto visti, non come un problema, ma come semplici ragazzi. Un momento speciale.

Ventimiglia, Agosto 2018, Ragazzi (Photo credit: Emanuela Zampa)


Come lo è vedere uno dei volontari del progetto 20k parlare sullo stesso palco, ricevere gli applausi della piazza, e subito dopo, uno stupito sindaco prendere la parola e non poter far altro che parlare di dialogo.
Aspetta.
Cos’è successo? Ventimigliesi che applaudono un solidale? Sindaco che invita al dialogo? Dove sono i signori con la spillina della lega? dove sono i commenti razzisti, dove gli sguardi di rimprovero che ogni solidale a Ventimiglia ben conosce?

Ovviamente, non sono le stesse persone. Ma allora dove sono stati, fin ora, con le loro magliette e tatuaggi “da buonisti”? Perché non superano quella linea immaginaria tra il “noi” ed il “loro”?

Ventimiglia, Maggio 2018, Intervista (Photo credit: Emanuela Zampa)


Sono molti gli aggiornamenti che potrei scrivere. Di come la disumanizzazione sia quasi completa, e le presenze, al minimo storico, siano state sapientemente relegate a poche zone della città. Ma per questo tipo di approfondimento, rimando ai puntuali Parole sul confine e Progetto20K che monitorano e riportano costanti aggiornamenti dal territorio. Ora vorrei soffermarmi su un altro ragionamento.

Dallo sgombero del campo informale lungo il Roja, lo scorso Aprile, Ventimiglia vive in una sorta di stallo, di sospensione. Le misure prese sono state efficaci, e la “presenza migrante” è quasi scomparsa, lasciando spazio a mercatini estivi e turisti. Paradossalmente, però, questa calma apparente potrebbe essere un’opportunità. Se cambiamo la prospettiva e pensiamo a come, nella città di Ventimiglia, la reintroduzione dei controlli alla frontiera abbia generato una sorta di invasione, non solo da parte dei migranti bloccati, ma da tutti gli attori che sono accorsi in conseguenza. Una minor pressione in questo senso, in questo momento, forse, può forse tornare utile a creare dei ponti.

A Ventimiglia, come in generale, la sensazione è di due poli in lotta tra loro, mentre esiste una terza entità: quelli che vanno al concerto, applaudono, ma non agiscono. Sono quella parte di popolazione che non è razzista tout-court: si sente minacciata, ma non ha ancora preso una posizione chiara. Sicuramente non è entrata mai in contatto con “gli altri”, e senza contatto non è possibile capire l’altro, è inevitabile temerlo e rifiutarlo.

Ventimiglia, Agosto 2018, Isolamento, nuovi muri e tedio (Photo credit: Emanuela Zampa)


Un recente rapporto pubblicato da More in Common e condotto da Ipsos (che potete scaricare in italiano e in inglese qui e di cui si parla anche qui evidenzia appunto come, nonostante l’idea diffusa che l’immigrazione sia un male per il paese, la maggioranza degli italiani provi sentimenti di solidarietà ed empatia verso gli stranieri. La stragrande maggioranza (72%) sostiene il principio dell’asilo politico e il diritto di queste persone di trovare rifugio in altre nazioni, compresa la propria. I sentimenti verso i migranti sono più tiepidi (il 32% è
solidale, mentre il 33% distaccato). Si evidenzia anche come ci sia un maggiore supporto per i diritti umani che per i gruppi nazionalisti: un esiguo 11% riferisce un profondo legame con i movimenti politici in difesa della nazione, mentre il 37% sceglie con convinzione quelli a favore dei diritti umani. L’immagine generale è quella di un paese profondamente frazionato: sono stati individuati, infatti, ben 7 segmenti attitudinali, di cui solo il 24% appartiene a gruppi chiusi e nazionalisti, contrapposto al 28% di gruppi aperti e solidali. Il restante 48% è rappresentato da gruppi fluidi, più o meno tolleranti, più o meno accoglienti, più o meno preoccupati per la situazione economica del paese, per le conseguenze della migrazione su di essa, sulla sicurezza e sull’identità nazionale.

Ventimiglia, Agosto 2018, Pacchia sotto al ponte (Photo credit: Emanuela Zampa)

Questi gruppi tendono a rifiutare e temere gli estremismi.
Si sa che i numeri e le statistiche non sono infallibili, ma nel frattempo, un gruppo scout di Rimini che si trovava nella cittadina di frontiera nei giorni scorsi, ha avuto più o meno la stessa idea, e per un paio di giorni, ha intervistato e raccolto le opinioni di passanti, turisti e commercianti. Non è stata certo un’analisi fatta con metodo, ma, in effetti, è venuta fuori a grandi linee la stessa fotografia. Le persone sono mal informate, non hanno contatti con rifugiati o migranti, e molto spesso nemmeno con le realtà solidali, che in buona parte ignorano. Ma quasi nessuno ha espresso veri sentimenti d’odio nei confronti di migranti e rifugiati, la maggior parte riconosce che il problema non siano le persone, ma la loro gestione. E’ stata un’indagine approssimativa, ma sorprendentemente attinente ai numeri.

Allora è questo 48% l’ago della bilancia. Coloro che per un motivo o per l’altro, non hanno ancora preso una posizione chiara, se non attiva.

Lo stesso gruppo di scout, tutti appena maggiorenni o quasi, con cui abbiamo avuto il piacere di discutere prima che ripartissero, erano composti in modo simile, ed è stato molto bello osservare come alcuni, arrivati a Ventimiglia politicamente schierati, convinti di un primo voto dato alla Lega, abbiano concluso l’esperienza ponendosi delle domande e ad ammettendo di vedere le loro convinzioni messe in dubbio. Altri, già sensibili in partenza, invece, hanno preso coscienza
dell’importanza dell’azione, del fare qualcosa ognuno nel suo piccolo. Il contatto con i solidali, la percezione della situazione reale rispetto a ciò che rimandano i Media generalisti e le risposte che abbiamo dato alle loro domande hanno generato pensieri, dubbi, curiosità o voglia di capire e cambiare ciò che succede sul proprio territorio. Aver toccato nel profondo anche solo un paio di loro, è l’inizio di una catena virtuosa, è portare qualcuno a camminare e contare, e tutti iniziano da un primo passo.

E’ una conseguenza abbastanza scontata, in ogni caso a quanto pare, e dalla stessa fonte, gli italiani che hanno contatto diretto con rifugiati o immigrati sono più propensi a fare qualcosa per aiutare. Gli italiani che conoscono personalmente un rifugiato hanno il doppio della possibilità di donare, sei volte la probabilità di fare volontariato e sei volte più la possibilità di partecipare ad una manifestazione a favore dei rifugiati rispetto a chi non ne conosce uno. Avere dei volontari nella propria rete sociale aumenta anche le probabilità di prendere iniziative, anche tramite i social network. Gli italiani che conoscono un volontario che aiuta i rifugiati hanno cinque volte più probabilità di fare volontariato a propria volta, tre volte più probabilità di donare e sette volte più probabilità di condividere in rete notizie positive rispetto a chi non ha questo tipo di contatti.

Ventimiglia, Agosto 2018, In piazza. (Photo credit: Emanuela Zampa)

Non pretendo ovviamente che questa possa essere la soluzione, ma in questa estate di lotte, porti chiusi e morti per mare e per strada, di muri che vengono alzati e ponti che crollano, queste piccole vittorie meritano attenzione, per rincuorarci, e perché osservarle può indicare la strada per replicarle e moltiplicare le possibilità di comprendere, mettendosi nei loro panni, quel centro ansioso del paese, per capire, magari, come programmare comunicazione ed azioni, perché le espressioni di tolleranza e antirazzismo non siano solo un grido che sfoga, ma un messaggio che contagia.