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“In Libia ho imparato a non avere paura della morte”. Storie di adolescenti migranti soli e del loro percorso sul territorio cremonese

Tesi di laurea in Scienze dell’Educazione di Giulia Fiammenghi, che ringraziamo

20 agosto 2018

Papers una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi
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Introduzione

La storia di Sousa, unica ma non la sola

Sousa è un ragazzo della Guinea Bissau, è arrivato in Italia due anni e mezzo fa, ora vive a Cremona in un appartamento della Cooperativa per cui lavoro, insieme ad altri ragazzi africani come lui. Sousa ha da poco compiuto 18 anni, è arrivato in Italia da minorenne.

Sousa ha un sorriso contagioso, ha un carattere aperto, per nulla timido o intimidito, ha sempre la battuta pronta, fa osservazioni acute e intelligenti, parla un buon italiano, con una cadenza portoghese - sua seconda lingua -; dagli amici è soprannominato Pirlo, come il calciatore, perché Sousa non può fare a meno di giocare a calcio; è iscritto ad una squadra di calcio locale, ma può fare solo gli allenamenti perché per poter giocare il campionato serve il tesseramento e per tesserarsi servono alcuni documenti che lui non ha ancora. Ha fatto domanda di asilo, ed è in attesa di essere ascoltato dalla Commissione territoriale che deciderà se riconoscergli o no lo status di rifugiato.

Nel frattempo, oltre a giocare a calcio, Sousa studia in una scuola professionale di Cremona e per ottenere il diploma di terza media.
Sousa è nella nostra Cooperativa da poco meno di un anno, è stato accolto dopo un periodo che ha trascorso in Caritas, sempre a Cremona. Durante l’anno ho poche occasioni per incontrarlo e parlarci, tra la scuola e il calcio è molto impegnato.

Qualche volta vado in domiciliare a casa sua, ma anche questo non basta per entrare in un rapporto un po’ meno formale.

Dovrò aspettare l’estate e le vacanze di Calabria. Sono ormai più di sei anni che la nostra Cooperativa organizza per i ragazzi stranieri che accoglie una settimana di vacanza in Calabria, a Scarcelli, frazione di Fuscaldo, paesino un po’ disperso sui monti ma a pochi chilometri dal mare. Lì si è ospiti della Cooperativa il Segno che ha avviato una piccola azienda agricola a filiera corta, nella quale si producono e si commercializzano ortaggi freschi e conservati, certificati Bio. Questa attività è nata dal recupero di un fondo abbandonato di due ettari, di proprietà del Comune di Paola, e della stazione ferroviaria di Fuscaldo, inattiva da almeno 15 anni. Durante la settimana con i ragazzi si svolgono attività che ruotano attorno ai campi e al laboratorio di trasformazione ricavato nella Stazione e nel tempo libero si va al mare.

È proprio questo tempo più informale, dilatato e condiviso, in cui non si deve correre da una parte all’altra, non si hanno scadenze o orari ferrei che scandiscono la giornata, che mi permette di conoscere meglio i ragazzi che accompagno e vederli sotto altri punti di vista.

È durante uno di questi pomeriggi passati in spiaggia, mentre alcuni ragazzi sono in acqua, altri giocano a bocce e altri ancora sonnecchiano sotto l’ombrellone, che Sousa mi racconta un po’ la sua storia. Senza titubanze, in semplicità risponde alle mie domande, mi sento quasi più timorosa io nel farle che lui a rispondere. La sua schiettezza è disarmante.

Così scopro che suo padre era un militare e ricopriva un ruolo di primo piano anche nella politica nazionale, in seguito al un colpo di Stato del 2012 suo papà viene ucciso in quanto accusato di tradimento. A questo punto per la famiglia di Sousa diventa pericoloso rimanere a vivere in Guinea e quindi decidono di spostarsi nel vicino Senegal. In Senegal però Sousa non riesce ad abituarsi alla nuova vita, e così decide insieme al fratello maggiore di scappare, di nascosto dalla nonna, e tentare la via che, attraverso il deserto e poi il mare, porta in Europa.

Così inizia il viaggio di Sousa attraverso il deserto, con mezzi di fortuna e lunghi tratti a piedi, fino ad arrivare in Libia. In Libia alloggia in un appartamento, insieme al fratello e ad altri uomini in attesa che qualcuno gli dica che è il loro turno per salire sulla barca. È a questo punto del suo racconto che Sousa mi dice “In Libia ho imparato a non avere paura della morte. I primi giorni avevo paura, ma poi mi sono abituato. Ogni giorno uscivo da quell’appartamento e non sapevo se sarei riuscito a tornarci”. Non ricorda quanto tempo ha passato in Libia in quell’appartamento, sa solo che ad un certo punto è salito su una barca ed è arrivato in Italia.

La storia di Sousa è una tra le tante, non è l’unica, non è la più tragica, ma è significativa: per me, che da più di tre anni lavoro in una Cooperativa che accoglie ragazzi come Sousa e per il territorio di Cremona, che da più di dieci anni è interessato dal fenomeno migratorio di minori soli e che solo nel 2016 ha registrato un aumento esponenziale degli arrivi. Che fare con tutti questi ragazzi? Come accoglierli, con quali modalità e strumenti? Come fare a mettersi in ascolto delle loro storie? Quale sfida educativa lanciano?

In questo elaborato cercherò di rispondere a queste domande presentando, nel primo capitolo, alcuni dati del fenomeno dei Minori stranieri non accompagnati giunti in Italia negli ultimi anni e in particolare a Cremona nel 2016; nel secondo capitolo mettendo a fuoco una delle modalità di accoglienza - quella dell’affido -; e infine, nell’ultimo capitolo, illustrando in modo più dettagliato il sistema di accoglienza della Cooperativa Nazareth, in cui lavoro come operatrice da più di tre anni proprio sul servizio dedicato ai minori stranieri e minori richiedenti asilo.

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