logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Il sequestro dell’umanità: pensieri ed emozioni dopo le “cinque giornate di Catania”

31 agosto 2018

Fai una donazione al Progetto Melting Pot!

Così lontani eppure così vicini. Così si potrebbe riassumere il legame tra noi e i 177 migranti rinchiusi al porto di Catania per cinque giorni dentro quella maledettissima nave. Non ci hanno fatto avvicinare né per terra né per mare perché viviamo in un paese e in un mondo dove chi esprime umanità è considerato pericoloso così come chi salva vite in mare è considerato criminale.
Con il “caso Diciotti” è stato sancito il definitivo sequestro dei Diritti e dell’Umanità: un ministro, Salvini, palesemente e orgogliosamente razzista e fascista (le due cose vanno sempre assieme) che, sostenuto dal suo governo, si rende artefice di un’incessante sequenza di violazioni dei Diritti Umani fondamentali trasformando in carne da macello i corpi di 177 esseri umani stremati dentro una nave sospesa in un “non luogo” fisico e giuridico tra la terra e il mare, una nave trasformata in un vero e proprio lager galleggiante. Un ministro che ha anche l’arroganza di rivendicare la liberazione dei migranti come suo merito (un po’ come se una persona ne picchiasse violentemente un’altra prendendosi il merito di non averla uccisa).

Nonostante le forze dell’ordine e le varie barriere che hanno eretto tra noi e loro, abbiamo provato lo stesso ad avvicinarli: prima con un gommone, poi salendo sul muro che circonda il molo, poi ancora a nuoto e poi ancora via terra, rivendicando il diritto di poter guadagnare qualche metro lungo quel molo che giorno dopo giorno diventava sempre più lungo, quasi infinito. E intanto noi continuavamo a urlare con i megafoni, a esporre il nostro striscione-simbolo “Stop the attack on refugees”, a organizzare fiaccolate notturne coi cellulari. E in qualche occasione i migranti sono riusciti a vederci e a sentirci come nell’ultima, commovente, giornata quando durante la manifestazione hanno salutato un gruppo di attivisti - che era riuscito ad arrivare a nuoto sotto la nave - urlando “Freedom! Hurriya! Libertà!”, il nostro slogan che era anche la nostra incessante richiesta.

Tra i manifestanti si era creato un rapporto di grande empatia e condivisione: tante persone diverse tra loro ma che avevano ben chiaro in mente il senso dell’essere lì, del resistere senza “se” e senza “ma”. E ringrazio di cuore tutti i miei compagni e compagne (sia quelli di vecchia data che quelli appena conosciuti) per tutti i momenti vissuti in quei cinque giorni.
Ogni giorno il numero di dimostranti aumentava e col passare del tempo quel varco 04 diventava sempre più un luogo sospeso nello spazio e nel tempo con una crescente sensazione che quella sospensione sarebbe durata in eterno. E noi sempre lì, sempre più numerosi fino al momento clou della partecipatissima manifestazione di sabato, a urlare “Freedom! Hurriya! Libertà!” sperando che i migranti potessero sentirci anche solo per un attimo ma con la consapevolezza che in ogni caso stessero “sentendo” la nostra resistenza che si alimentava grazie alla loro.

Davanti a quella nave pensavo non solo a quel fascioleghista, bullo e sciacallo di Salvini (a proposito: chi dice che Salvini non è fascista evidentemente o non sa chi è Salvini o non sa cos’è il fascismo...), non solo al governo che lo sostiene, non solo ai vomitevoli neofascisti venuti a manifestare al porto (e prontamente zittiti dalla gioia e dall’umanità dei tanti manifestanti antifascisti). Pensavo anche a tutti coloro che sostengono o anche solo tollerano quanto sta accadendo. E mi sono venuti i brividi nel pensare a quanto siamo diventati disumani, a quanto odio e disprezzo vomitiamo sugli altri, a quanto ormai lontani e obsoleti appaiono i sacrosanti principi per cui occorre aiutare chi scappa dalle guerre e opporsi a chi le guerre le fa, occorre aiutare gli sfruttati e opporsi agli sfruttatori. Cose ovvie, diremmo. Ma non adesso, non in un paese dove i fatti e i dati reali stanno sparendo di fronte alle retoriche dell’ “invasione” e della “sicurezza” e allo sdoganamento di un razzismo che, dalla politica alla strada, anziché ridurre consensi e “like”, li accresce.

E in tutto questo è sempre importante ricordarci che Salvini ha sfondato una porta aperta già negli anni precedenti da leggi come la Bossi-Fini fino ad arrivare a Minniti. E poi c’è sempre la Fortezza Europa, vigile sulle sue frontiere come ci ha ben ricordato la nave militare dell’agenzia Frontex costantemente ormeggiata di fronte alla Diciotti. La stessa Europa che sta respingendo e lasciando morire moltissimi migranti al confine con la Spagna e con la Grecia ma anche in Africa. E il Mediterraneo è sempre più un cimitero.

Sappiamo che il razzismo istituzionale - che fomenta quello “popolare” - non è nato con Salvini e non morirà con Salvini ma sappiamo anche che adesso abbiamo toccato il fondo e non è più tempo di aspettare, di stare seduti dentro le nostre case, di accontentarci di un “like” su facebook per pulirci la coscienza. Ora più che mai chi è indifferente è complice.
E per lottare abbiamo bisogno tutte e tutti di essere convintamente antifascisti e antirazzisti nelle nostre pratiche e nei nostri discorsi. Perché è da queste due parole che occorre (ri)partire per migliorare la nostra società. Due parole che dovrebbero essere il punto di partenza e non il punto di arrivo. Due parole sempre più vituperate, violentate, sminuite, due parole che devono tornare ad essere la luce che guida le nostre azioni in questi tempi bui.

Sin dal primo giorno di quelle “cinque giornate” avevamo la sensazione che in quei pochi metri di torrido cemento che separavano noi dai migranti incarcerati nella nave si stesse scrivendo la storia e che quelle 177 persone ne rappresentassero molte di più. Dentro quella nave, giorno dopo giorno, vedevo anche tutti i migranti mai arrivati sulle nostre coste perché uccisi dalla Fortezza Europa ma vedevo anche i milioni di siciliani e italiani emigrati alcuni decenni fa in cerca di un “porto sicuro” e di una vita migliore. E vedevo anche tutti coloro considerati “diversi” rispetto ad una società e ad una politica che stigmatizza e discrimina chi tiene in vita il respiro della Resistenza, dell’Umanità, dei Diritti. E davanti a quella nave ho avuto la certezza che ci fosse in gioco qualcosa di ancora più grande, qualcosa che riguardava tutte e tutti noi. Così con un salto in avanti mi sono visto tra 15-20 anni soffocato da un nuovo regime fascista e da un’ Europa monopolizzata da altri regimi fascisti. E se i nostri figli e nipoti che ci avessero chiesto “Perché non avete fatto qualcosa quando era ancora possibile?” credo che nessuno di noi avrebbe avuto il coraggio di rispondere “Non sapevo”. Perché noi sappiamo e vediamo ciò che sta accadendo. E dobbiamo agire, subito. Prima che sia troppo tardi.

Lì, al varco 04, sono stati cinque giorni di presidio quasi permanente e di infinite emozioni: rabbia, frustrazione, speranza, tristezza fino all’ultima emozione che è stata la più intensa: la gioia. Alla notizia che sarebbero stati liberati tutti i migranti ci siamo guardati intorno cercando gli altri sguardi e ci siamo abbracciati, tutti un po’ “confusi e felici” come direbbe la catanese Carmen Consoli. Tutti convinti che quel momento lì non fosse la conclusione ma l’inizio di un percorso comune che ha visto unirsi tantissime persone e realtà da Catania e da tutta la Sicilia, accorse in 3.000 sabato pomeriggio per urlare la loro solidarietà ai migranti. Un’isola che fa sentire la sua anima antirazzista e antifascista, il suo vissuto di perenne terra di frontiera, la sua ricchezza umana e culturale frutto dell’incontro, del viaggio, della differenza come risorsa e non come problema.

Adesso mentre scrivo alcuni manifestanti stanno cercando di impedire che un gruppo di migranti della Diciotti vengano illegalmente deportati in Albania, nuova bandierina di Salvini nella sua mappa delle violazioni dei Diritti Umani (attendiamo come prossime destinazioni l’Isola di Pasqua e l’Antartide). Non sappiamo che ne sarà delle loro vite e delle loro speranze ma sappiamo che probabilmente dovranno vivere in un paese e in un continente che li rifiuterà e li discriminerà.
Ciò che è certo è che tra qualche giorno saranno tutti molto lontani da Catania e da quel varco 04 eppure per noi saranno sempre vicini, al nostro fianco. Anche se non li abbiamo mai conosciuti di persona. Anche se non sappiamo nessuno dei loro nomi. Saranno con noi a ricordarci il senso delle nostre battaglie e della nostra resistenza, come se ci conoscessimo da una vita. Perché la loro lotta è la nostra. E perché con la loro liberazione siamo diventati un po’ più liberi anche tutte e tutti noi.

P.s: lancio un ultimo appello a coloro che sono o diventeranno razzisti, a coloro che si gireranno dall’altra parte davanti ad un’ingiustizia, a coloro che si faranno sopraffare dall’odio e dall’egoismo: forse siete ancora in tempo per guarire. Probabilmente non state bene e sicuramente non fate stare bene chi vi circonda, probabilmente avete bisogno di cercare un nemico, un “altro”, su cui sfogare la vostra rabbia e la vostra frustrazione e probabilmente vi stanno prendendo in giro e usando come marionette. Ma siete ancora in tempo per rimediare e la medicina è semplice: uscite dalle vostre case e parlate con persone nuove, con persone che hanno molto da raccontarvi e insegnarvi, spegnete la tv e internet e accendete la curiosità, viaggiate, leggete, fate un piccolo gesto di generosità e accoglienza verso chi ne ha bisogno, aprite le braccia, sorridete. E se deciderete lo stesso di non fare nulla di tutto questo e di non guarire dalla vostra malattia, allora per favore sparite, eclissatevi, chiudetevi nel vostro odio e nel vostro rancore così almeno non farete danni agli altri e lasciate il mondo a chi lo vuole rendere un posto migliore, lasciate il mondo a chi sa di essere dalla parte giusta della Storia.