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L’immigrazione irregolare. Origine del fenomeno ed efficienza del sistema di accoglienza

di Ilaria Penzo *

4 settembre 2018

Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi
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* Ilaria Penzo è laureanda in Giurisprudenza dell’Università di Bologna e da qualche anno si sta specializzando nello studio del fenomeno delle migrazioni irregolari dal punto di vista giuridico e criminologico.
In questi anni ha elaborato tre papers di ricerca su vari temi legati alla tutela dei diritti umani dei migranti.
Ilaria ci ha segnalato i suoi lavori che volentieri pubblichiamo.
Questo terzo contributo è una ricerca socio-giuridica che attraverso delle interviste ai migranti e richiedenti asilo, analizza l’origine sociale del fenomeno dell’immigrazione irregolare e verifica l’efficienza del sistema di accoglienza, individuando nelle lacune giuridiche e sociali del diritto UE e nazionale sull’immigrazione la principale responsabilità che alimenta il fenomeno dell’immigrazione irregolari e delle conseguenti morti.
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L’ipotesi di questa ricerca socio-giuridica è che la normativa italiana in materia di immigrazione e asilo, così come integrata dal diritto dell’Unione Europea, eserciti una pressione sulla categoria dei giovani migranti fino al punto di spingerli a mettere in pratica condotte non legittime per raggiungere i Paesi dell’UE, come l’avvalersi di un mezzo di immigrazione irregolare, il chiedere asilo pur con la consapevolezza di non possedere i requisiti soggettivi necessari, il dichiarare il falso in atto pubblico in occasione del ricorso in Tribunale in merito a tali requisiti, l’abusare di sostanze stupefacenti, il commettere reati tipici della criminalità “di strada”, svolgere mansioni nel mercato del lavoro informale e così via.

Come è stato sostenuto da eminenti giuristi di diritto internazionale umanitario quali Costello (2016) e Goodwin Gill (2016), questo studio sostiene che ciò avviene poiché il migrante si rivolge ai trafficanti in quanto escluso da altre tipologie di immigrazione sicura o regolare e che, una volta diventato necessariamente un richiedente asilo, nell’attesa di un provvedimento che definisca il suo status, potrebbe sperimentare varie tipologie di esclusione, da quella economica a quella sociale, compromettendo la propria stabilità giuridica.

Si ipotizza, dunque, che il formalismo delle leggi europee e italiane sia diventato inefficace nel controllare il fenomeno dei flussi migratori irregolari (nonostante l’apparente diminuzione dei flussi registrata a partire dalla metà del 2017 [1]) perché non tiene in considerazione l’importanza attribuita alla meta del migrante, cioè ottenere un qualsiasi tipo di papier che regolarizzi la sua permanenza nel territorio: ciò porterebbe ad un basso livello di integrazione fra obiettivi personali (e culturali) e regole burocratiche e, secondo la teoria della frustrazione strutturale di R. K. Merton, aumenterebbe anche il rischio di alcuni fenomeni ritenuti connessi al comportamento deviante.

L’esposizione della ricerca si dividerà in tre parti: la prima si concentrerà nell’indagare il rapporto tra normativa in materia di immigrazione e le motivazioni che hanno spinto gli intervistati ad entrare illegalmente nel territorio italiano avvalendosi di un mezzo di immigrazione irregolare; nella seconda si verificherà il rapporto tra il sistema di accoglienza e il livello di influenza che esso ha esercitato sugli intervistati; la terza parte verificherà il rapporto tra i tipi di esclusione sperimentati durante l’attesa della regolarizzazione dello status ed eventuali episodi di deviazione secondaria messi in atto dai richiedenti asilo. [2]

Conclusioni

Le testimonianze raccolte in questa ricerca dimostrano che si è ormai consolidata una sub-cultura africana del sogno europeo, ma che la reazione a livello istituzionale da parte dell’Unione Europea e dei suoi Stati Membri, in particolare dell’Italia, non si è dimostrata in grado di comprendere la portata di tale mutamento culturale.

Nella maggior parte degli Stati dell’Africa occidentale, la nuova generazione avverte la necessità di porre in essere un cambiamento culturale che migliori le condizioni di vita dei giovani, soprattutto di quelli più emarginati, senza che essi siano necessariamente portatori dei requisiti soggettivi per avere diritto all’asilo politico: per ottenere questo risultato, una maggiore libertà di ingresso nel territorio dell’Unione Europea è reputata a tal punto fondamentale che i singoli si sentono spinti a utilizzare qualsiasi mezzo a loro disposizione per raggiungere efficacemente l’obiettivo, indipendentemente dalla sua legittimità o sicurezza.

Una maggiore integrazione tra le aspirazioni di sovranità e controllo sociale degli Stati Membri e quelle culturali dei giovani africani della classe media o bassa costituirebbe uno di quegli incentivi positivi individuati da Merton come il presupposto per una stabilità sociale e una tendenza individuale maggiore ai comportamenti leciti.

La ricerca ha inoltre individuato come i centri di accoglienza siano strutturalmente inadeguati per costruire una percezione positiva del richiedente asilo all’interno della comunità di accoglienza, soprattutto quando si trovano in un luogo geograficamente isolato e privo di connessioni ai centri di aggregazione principali.

All’esito della ricerca, i Cara risultano offrire meno garanzie di tutela dei diritti fondamentali dei richiedenti asilo rispetto al sistema Sprar, e sembrano invece accentuare una discriminazione strutturale dei suoi ospiti, sottoponendoli spesso al rischio di entrare in contatto, anche contro la loro stessa volontà, a situazioni di devianza che mettono in pericolo la loro già precaria situazione giuridica.
Infine, i lunghi tempi di attesa delle decisioni del Tribunale rappresentano un ulteriore disincentivo, oltre che un ostacolo, al soggiorno in condizioni di legalità: l’esclusione sperimentata - e appresa - nei Cara si accentua nel tempo, limitando l’accesso al mercato del lavoro e all’istruzione: in questo modo è spiegato il consistente ricorso al mercato informale o illegale da parte di alcuni soggetti, giustificato dal dover sopperire alle necessità economiche di base.

La finalità di questa ricerca potrebbe essere quella di rilevare l’importanza dei flussi migratori irregolari dalle sponde dell’Africa a quelle dell’Europa in qualità di fatto sociale, esteriore e coercitivo, destinato a consolidarsi come fenomeno sub-culturale.

La devianza connessa a tali flussi troverebbe la giustificazione nel fatto che le leggi sull’immigrazione necessitano di una profonda innovazione che si origini dal basso, proprio a partire dai suoi stessi autori.

Le loro confessioni, infatti, offrono un’interpretazione sia delle singole motivazioni che li hanno spinti ad entrare in Europa illegittimamente, ma anche del fenomeno sub-culturale che si sono trovati a personificare, cioè l’aspirazione di un modello di società fondata sul rispetto dei diritti umani e sull’integrazione culturale ed economica degli stranieri nella comunità di accoglienza.

Per realizzare questo nuovo modello, le norme istituzionali in materia di immigrazione dovrebbero garantire una maggiore copertura delle situazioni giuridiche soggettive, abbandonando l’approccio formalistico utilizzato per individuare i requisiti soggettivi di ingresso nel territorio e promuovere e assicurare una libertà di circolazione “sicura” e concretamente esercitabile da tutti i migranti, non solo da coloro che provengono da situazioni individuali estreme, cioè o al vertice o alla base della piramide sociale.

A variare, inoltre, dovrebbero essere anche le leggi sull’accoglienza: la ratio attuale è ancora esageratamente orientata verso una concezione di “pericolosità” del migrante e la sua efficacia risulta scarsa e disfunzionale, in quanto la devianza viene comunque messa in atto al fine di ottenere “i documenti”; la ricerca, invece, individua il rischio di devianza proprio nel momento in cui si verifica una discriminazione del migrante, intesa come ghettizzazione sociale, economica, linguistica, psicologica e legale.

Le parole di J.K. (uno degli intervistati) per certi versi, potrebbero risultare profetiche: se si presume, infatti, che l’Unione Europea e i suoi Stati membri non prendano provvedimenti per sanare tutte le situazioni individuali di illegalità da loro stesse create attraverso l’applicazione delle normative in materia, saranno gli stessi migranti ad imporre un mutamento sociale che, seppur proveniente dal basso, ha grande probabilità di essere tramandato di generazione in generazione fino a radicarsi nelle nuove generazioni africane come una condivisa aspirazione al riscatto sociale in un’Europa che accetti i giovani migranti, accogliendoli e integrandoli nella società attraverso uno scambio comunicativo basato sulla uguaglianza dei membri della comunità, come lo stesso Z. Bauman (2001) aveva ripetutamente intuito e sottolineato.
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