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Gli operatori sociali portano in Tribunale l’Arci di Perugia

27 settembre 2018

Ad entrare nei tribunali sono stati gli operatori dei centri di accoglienza di Perugia, perché, per oltre un anno - secondo quanto raccontano - sono stati presi in giro e sfruttati dall’Arcisolidarietà Ora d’Aria Onlus, nota cooperativa che si occupa di richiedenti asilo e che avrebbe dovuto rispondere a quei principi etici di solidarietà e rispetto delle norme contrattuali, mentre invece si approfittava della situazione a discapito dei lavoratori e dell’utenza, entrambi ’ingabbiati’ nel progetto ’Accoglienza’.

Fino a quel giorno, ’le vittime ignare’ della fitta rete ’consociativa’ instauratasi sul territorio perugino avevano creduto di aver trovato un lavoro che gli avrebbe permesso di trovare un ambiente sociale e culturale rispettoso di determinati principi.
Avevano pensato, inoltre, che un’esperienza svolta presso l’Arci, meta di numerosi invii curriculari, sarebbe stata un ottimo trampolino di lancio. Lanciati invece nel vuoto, gli operatori ci hanno raccontato che i dirigenti li «ricattavano per affrontare il lavoro con lo spirito giusto, dando tutto se stessi».

Nel gennaio del 2017, infatti, si sono ritrovati licenziati e senza soldi perché il Presidente Franco Calzini gli aveva comunicato che «le istituzioni non avevano rinnovato il progetto».
Il duro ed amaro colpo quando, all’accoglimento dell’istanza di accesso agli atti della Prefettura, gli operatori leggevano che i fondi pattuiti erano stato destinati all’intera gestione della struttura, personale compreso, ma mai intascati dai lavoratori.

Inoltre, il virtuoso progetto ’Accoglienza’ non era terminato ed era stato, in realtà, rinnovato.

A Perugia, la vertenza sindacale portata avanti dagli operatori dell’accoglienza denuncia l’ennesimo caso di una gestione che, per sistema e per struttura, de-umanizza e pone agli stessi confini operatori ed utenti, mettendo in luce, come controparte di una accesa criminalizzazione della migrazione, una emergenziale richiesta di sicurezza di vita, attraverso il diritto al lavoro che, rimane oggi come ieri, lo strumento privilegiato per creare precariato sociale, guerra tra poveri ed odio razziale.

La città di frontiera non è quella che “sta” su un confine, ma quella che è meta della mobilità: «è una città dove provare a comprendere e affrontare quell’insieme di questioni come l’immigrazione, l’occupazione, la gestione delle risorse, l’ospitalità, la cittadinanza, la tolleranza, che vengono ne­cessariamente a trovarsi a cavallo tra la dimensione locale, quella metropolitana e quella internazionale, intrecciandosi profondamen­te e condizionandosi a vicenda [1]»

Eppure, gli operatori del sociale di Perugia, svolgevano tutte le mansioni che venivano richieste: accompagnavano gli ospiti ovunque, anche laddove non avrebbero dovuto; insegnavano l’italiano sebbene non fossero insegnanti; igienizzavano la struttura anche se non erano accreditati a farlo.
Un lavoro, con ruoli e mansioni, inquadrato all’interno di un generico operaio sociale che, tra le soft law e il welfare dei ’miserabili’, si trasforma, all’occorrenza, in pubblico ufficiale predisposto al controllo; operatore dell’igiene predisposto al lavaggio delle lenzuola; segretario predisposto alla chiamata ai colloqui; operatore della mensa predisposto alla somministrazione e alla verifica del gradimento dei pasti; operatore del rischio e operatore dell’incendio, manutentore del sistema elettrico ed idraulico.

Una generazione di ’dipendenti atipici’, voluti dal pacchetto Treu e dal Jobs Act, che ha reso i lavoratori persone ’pronte a tutto’ pur di lavorare.

Eppure - ci raccontano -, dalla loro parte, avrebbe dovuto esserci un sindacalista della CGIL che dal 2016 pur conoscendo la situazione non aveva mai rivendicato le condizioni dei dipendenti. Secondo gli operatori «altri sindacati con la CGIL in testa hanno formato un sistema costruito su alleanze di potere tra i veri pezzi della sinistra istituzionale delle cooperative creando un clima omertoso nei numerosi luoghi di lavoro che gravitano intorno ad esso».

Lavoravano con collaborazioni occasionali compensate, i co.co.co., senza garanzie, tutele e straordinari retribuiti come spetterebbe agli impieghi subordinati con preciso orario settimanale e tipologia di categoria. Lavoravano a nero e lavoravano a cottimo, in base al raccolto: il compenso era definito dal numero di immigrati che riuscivano a gestire senza rischiare il ’burn out’. Una unità che se voleva essere ’socialmente decorosa’ (all’incirca 800 euro) doveva interessare il controllo di all’incirca 40 persone. Uno stipendio, dunque, proporzionale alla virilità giornaliera: quante più casse di pomodori ammassavano o quanti più immigrati raccoglievano, tanto più aumentavano gli introiti.

Una vertenza lavorativa, dunque, questa depositata in Tribunale a Perugia, che mette a nudo le tante verità nascoste ed omertose della già denunciata accoglienza all’italiana: in primo luogo, il precariato, che non premia, non costruisce, non integra ma anzi sanziona, licenzia e continuamente rende insicuri, di una insicurezza più vecchia della retorica sull’emergenza migranti.
In secondo luogo, come si è ridotto il terzo settore ad essere un sistema a gestione imprenditoriale tra pubblico e privato che non richiede competenze ma esclusivamente disponibilità e flessibilità, al fine di una crescita esponenziale di servizi al massimo ribasso.

«Un’esperienza lavorativa intrinsecamente complicata, imperfetta e piena di ambiguità», come sostengono gli operatori di Perugia, «un laboratorio di precarizzazione finalizzata solo all’accumulo capitalista, da cui non sono esenti né cooperative né sindacati», e che dimostrano, di nuovo, come gli immigrati costituiscano una forma economica di migrazione e i rifugiati una forma politica [2], un dominio delimitato ad uso antropologico ed uno strumento ad uso burocratico.

Una vertenza contro l’Arci, il cui mondo, come si legge dal comunicato degli Operatori Sociali Autorganizzati, «rappresenta uno dei soggetti cardine di questo sistema: immigrazione, tempo libero, doposcuola, ristorazione e attività culturale […] ingranaggi di un sistema economico costruito sulla base di interessi politici ed economici e stranieri a quel bene comune che implica ed esige il riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone».

Il bene comune comprenderà al suo interno anche “tutto ciò che vi è di coscienza civica, di virtù politiche e di senso del diritto e della libertà, e di tutto ciò che v’è di attività, di prosperità materiale e di ricchezze dello spirito, di sapienza ereditaria messa inconsciamente in opera e di rettitudine morale, di giustizia, di amicizia, di felicità e di virtù di eroismo , nelle vite individuali dei membri della comunità, in quanto tutto questo sia, in una certa misura, comunicabile, e si riversi in una certa misura su ciascuno, ed aiuti così ciascuno a completare la sua vita e la sua libertà di persona [3].”

Con queste consapevolezze e coscienti che la lotta non possa soltanto realizzarsi nelle aule dei tribunali, i lavoratori e le lavoratrici dell’accoglienza hanno iniziato una maratona di sensibilizzazione e rilanciato una discussione pubblica intorno alle verità del Terzo Settore, che ha privatizzato ed esternato ogni tipo di prestazione in modo clientelare. Contro la società del Jobs Act e contro la precarietà, contro l’assenza e la violazione dei diritti dell’uomo, gli operatori di Perugia richiamano all’unità tutti gli sfruttati, migranti compresi, che hanno come loro desiderio quello di una vita migliore.
A breve saranno rese note tutte le iniziative pubbliche.

Vanna D’Ambrosio

Contatti: osa.perugia@gmail.com
Pagina FB: Operatori Sociali Autorganizzati Perugia