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L’Eritrea, Isaias Afewerki “il Kim Jong-un africano” e la diaspora dei bambini

Dal 2016 sono 2.963 i minori eritrei arrivati in Italia che hanno fatto disperdere le loro tracce

28 settembre 2018

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Grafici: Pietro Giovanni Panico (Index Mundi)

Ascesa e politica del dittatore

L’ascesa al potere di Isaias Afewerki, Presidente ormai da 25 anni, è avvenuta in undici mosse:
- 1) 1991: a capo del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (FLPE), conduce la nazione all’indipendenza dopo trent’anni di guerra con l’Etiopia.
- 2) 1993: referendum sull’indipendenza e riconoscimento dello Stato di Eritrea da parte della Comunità Internazionale. Afewerki ne diventa ufficialmente il Presidente.
- 3) Creazione del partito unico, Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ), che domina con 150 seggi. Di fatto, la dittatura presenta un monopartitismo.
- 4) 1995: diaspora Income Tax Proclamation (D.Lgs 67/95), con cui gli espatriati devono versare il 2% del loro reddito per la ricostruzione del Paese.
- 5) 1997: soppressione di elezioni libere e democratiche tramite la mancata applicazione della Costituzione. Finisce ufficialmente la democrazia (già terminata ufficiosamente con la nascita stessa dell’indipendenza).
- 6) 1998: viene proclamato lo Stato di Emergenza a seguito del conflitto con la confinante Etiopia. La Costituzione, ratificata il 23 maggio 1997, è rimasta inapplicata ed eternamente in sospeso.
- 7) Pieno controllo del ramo esecutivo e legislativo, con conseguente uso spropositato ed illimitato dei due poteri: è la piena introduzione della censura. Il Parlamento non si riunisce da un decennio, i ministri sono fantocci nelle mani del Presidente.
- 8) 2003: riforma scolastica. La scuola non dura più undici anni, ma dodici. Gli ultimi dodici mesi vengono fatti alla scuola militare "SAWA Defence Training Center".
- 9) 2007: chiusura dell’Università di Asmara. Al suo posto sono stati installati college (controllati dai militari) distribuiti nel paese. Ufficialmente ciò è avvenuto per decentrare l’istruzione, ufficiosamente per stroncare sul nascere le proteste degli universitari.
- 10) 2011: i G-15 (ex combattenti eritrei) pubblicano una lettera in cui invocano democrazia. Seguono gli arresti: "nei loro confronti non è mai stato avviato un procedimento penale e il governo non ha mai rivelato il luogo di detenzione. Nove degli 11 membri del G-15 incarcerati sono morti, secondo segnalazioni non confermate." [1] Si aggiungono ai prigionieri politici, che oscillano tra 5.000 e 10.000.
- 11) 2014: tentato golpe da parte del colonnello Osman Saleh. Il tentativo di rovesciamento è fallito, portando all’arresto di un centinaio tra politici, militari e giornalisti.

A queste mosse, segue la conseguente soppressione della libertà di stampa: solo i media statali sono autorizzati a diffondere le notizie (agenzia di stampa ERINA e stazione televisiva EriTV). L’ultimo corrispondente internazionale accreditato è stato espulso nel 2007 [2], moltissimi giornalisti sono finiti in carcere a tempo indeterminato, i media privati sono stati soppressi nel 2001 (quindi è seguita la chiusura dei quotidiani più famosi quali Meqaleh, Wintana, Mana, Admas, Tsigena e Zemen).

Di cinque giornalisti incarcerati all’alba del nuovo millennio non si hanno più notizie, la probabilità che siano morti in carcere è altissima.

"Con 17 giornalisti dietro le sbarre, l’Eritrea rimane la nazione peggiore per quanto concerne i giornalisti incarcerati nell’Africa sub-Sahariana, e la peggiore abusatrice dei giusti processi" [3]: i cronisti incarcerati non hanno neanche avuto un capo d’accusa e non sono stati neanche processati.

L’Eritrea è tra i dodici peggiori stati del mondo ed è considerato un paese "not free" [4].

Capitolo internet: solo l’1% della popolazione usufruisce del servizio, risultando così il Paese "meno connesso tecnologicamente al mondo" [5].

La rete è monopolizzata dalla società EriTel, che controlla ogni dispositivo mobile presente. Ogni comunicazione passa attraverso il gateway governativo.
Il tutto è testimoniato da linee principali in uso (per quanto riguarda i telefoni) e da il numero degli abbonati ai telefoni mobili:

Eritrea - Telefoni (Linee principali in uso)

Eritrea - Telefoni cellulari mobili

La nazione del corno d’Africa è in una fase di regressione, in contrasto con la progressione della tecnologia che avanza ovunque nel mondo.

Internet è un veicolo di comunicazione e d’informazione enormemente potente che il dittatore Afewerki ha deciso di debellare come fosse la peste nera.

Di fatto, sta rinchiudendo l’Eritrea ed il suo popolo in una fase tecnologica pre-2000. Una macchina del tempo inquietante che sta avendo effetti devastanti sulla popolazione: la nazione è rinchiusa in una gabbia preistorica senza possibilità, ad oggi, di vedere una via d’uscita, se non la fuga dal Paese.

Eritrea - Utenti internet

Una sorta di militarizzazione informatica che riporta ai tempi della clava. Un ritorno al 1800.

Il risultato della tirannia ha portato l’Eritrea al 179° posto [6] (su 180) nella graduatoria della libertà di stampa: il punteggio globale della censura è 84.24, secondo solo alla Corea del Nord (88.87).

In sintesi, sussistono "gravi limitazioni della libertà di espressione ed opinione, con riferimento anche alla libertà di pensiero" [7] che sfociano con il divieto perfino di attività sociali.

Alla soppressione della libertà di stampa e alle violazioni dei diritti umani, si aggiunge l’articolo 25 della Costituzione Eritrea "Funzioni dei Cittadini". Al punto 3, è stato inserito l’obbligo di "adempiere ai propri obblighi nel servizio nazionale".

Tradotto, equivale al servizio militare a tempo indeterminato, obbligatorio per gli uomini compresi tra i 18 ed i 50 anni (per le donne fino ai 40 anni).

"Un’elevata proporzione di coscritti lo svolge a tempo indeterminato. Non esiste alcuna norma che consenta lo svolgimento di un servizio civile alternativo per chi obietta al servizio militare per motivi religiosi, etici o di coscienza" [8].

La leva militare Hagerawi Agelglot prevede 6 mesi di addestramento più 12 di servizio completo, per un totale quindi di 18 mesi. Tuttavia, viene estesa a tempo indeterminato: "the for indefinite periods of national service".

Minacce, torture e ricatti ai familiari portano i neo-militari a cedere alle pressioni più infime ed a compiere attività di altro genere: lavori pubblici, braccianti, operai, mano d’opera per i vertici del PFDJ. Molti altri vengono costretti ai lavori forzati presso Bisha, zona occidentale, nelle miniere.

L’equazione è elementare: il governo con la scusa del servizio militari crea un esercito di subordinati e sottomessi.

"Gli studenti della scuola secondaria sono costretti a completare l’ultimo anno del ciclo di studi al campo militare di Sawa, situato nel deserto, al confine con il Sudan" [9], secondo quanto previsto dal programma governativo Mahtot. (Prima dell’introduzione del dodicesimo anno obbligatorio a Sawa nel 2003, la scuola durava 11 anni).

Proprio il sistema scolastico è carente: mancano insegnanti ed edifici scolastici, "il rapporto allievi-insegnanti nella scuola elementare era di 41:1" [10].

La situazione dei fanciulli è gravissima: metà soffre di rachitismo, quasi 23.000 invece sono malnutriti. Inoltre, molti bambini non sono scolarizzati e tanti altri ancora non terminano gli studi.

I motivi sono essenzialmente tre:

- 1) inadeguatezze del sistema scolastico;

- 2) necessità di denaro per sbarcare il lunario: questo comporta l’introduzione del fanciullo nel mercato del lavoro nero e dello sfruttamento minorile;

- 3) costo del materiale scolastico, delle divise (obbligatorie) e del trasporto a carico della famiglia per il quale non è previsto nessun aiuto statale. Questo comporta, per molti genitori, l’impossibilità a coprire tutte queste spese. Il risultato è l’abbandono scolastico in età precoce.

Quanto emerge è una situazione ai limite dell’impossibile, invivibile, che porta una gran fetta della popolazione a scappare dall’inferno della propria nazione. Stime dell’Alto Commissariato dei Rifugiati parlano di un terzo di popolazione fuggita. Ogni mese, circa 4.000 persone soprattutto giovani, tentano di lasciare il proprio paese.

Per fronteggiare la diaspora, il governo del PFDJ ha attuato pratiche intimidatorie e di repressione violentissime:

- Lo shoot-to-ki: sparare ad altezza uomo o alle gambe chi tenta di valicare i confini nazionali.

- Ritorsione verso le famiglie di coloro che emigrano, con carcere oppure pesantissime multe.

- "Diaspora taxation" [11]: il 2% del reddito degli espatriati finisce nelle casse dello Stato. Coloro che non versano la tassa non possono rinnovare i documenti ed inviare aiuti a casa, non hanno il permesso di partecipare alle successioni testamentarie. Non possono effettuare compere di beni e rientrare in patria.

- Militarizzazione del confine Eritrea-Sudan con la pratica dello "spara ed uccidi" contro tutti coloro che tentano di valicare il confine.

- Rapimento delle persone che tentano la fuga con conseguente richiesta di riscatto al nucleo familiare. La violenza è effettuata dalla tribù Rashaida, collusa coi militari. [12]

A tutto ciò si aggiunge il ruolo del Sudan, paese confinante e snodo chiave per la fuga degli eritrei. Il 30 dicembre 2017 il Presidente sudanese Osmar al-Bashir ha proclamato lo stato di emergenza (poi ratificato il 5 gennaio 2018) ed ha chiuso i confini nel Kurdufan e nel Kassala. La risposta è stata quindi di totale chiusura verso i disperati che muovono i loro passi verso la libertà.

Nella pratica Osmar al-Bashir ha rimpolpato la presenza dei militari al confine con l’Eritrea per bloccare la diaspora dei confinanti. La decisione ha coinciso con l’espulsione di 104 rifugiati eritrei, accusati di immigrazione clandestina.

L’Eritrea, oggi, vive una situazione drammaticamente infernale.

Economia

L’economia dell’Eritrea è fondata sulle esportazioni dei metalli preziosi, dello zinco, sulla citata tassa del 2% ai cittadini emigrati e sull’agricoltura rudimentale e di sussistenza. Le attività agricole impiegano quasi i 3/4 della popolazione.
L’economia è strettamente legata a quella cinese, come testimoniano export ed import.
Per quanto riguarda le esportazioni:

Esportazioni Eritrea


Importazioni:

Importazioni Eritrea


Il tasso di crescita ha subito una drammatica involuzione, passando dal 3,86% del 2000 allo 0,85% del 2017:

Eritrea - Tasso di crescita

Il tasso di mortalità infantile (decessi ogni 1000 feti nati vivi), invece, è passato dal 39.38% del 2013 al 45% del 2017: un + 5,62%.

Per quanto concerne il debito pubblico, appare elevatissimo:

Eritrea - Debito pubblico

Il debito esterno, invece, in miliardi di dollari:

Eritrea - Debito esterno

Il valore della valuta nazionale, Eritrean Nakfa (ERN), è bassissimo.

Rispetto all’euro, una Nakfa non è pari neanche a dieci centesimi (1 ERN = 0,06 EUR).
1 EUR = 17,85 ERN.

Le stime appaiono perfino sopravvalutate e nel mercato nero lo scambio avviene valutando un Euro circa una trentina di ERN.

Il quadro che si presenta è quello di una nazione con un’economia completamente al collasso, fondata su un’agricoltura arretrata ed improduttiva, carente di industrie ma dove vige una militarizzazione estrema.

L’estorsione che avviene puntualmente ai danni degli espatriati, una sorta di "pizzo" versata dai migranti che vivono in Europa ed il cappio al collo dei familiari che rimangono nella terra d’origine (multe) hanno affossato, con metodi sleali ed ignoranti, un sistema già in crisi.

E, logicamente, questo metodo - che può essere definito mafioso - non è bastato al dittatore per risollevare una situazione ai limiti del reale.

La carenza di riforme strutturali e l’assenza di investimenti mirati a risollevare realmente lo stato di povertà in cui vive la popolazione sono un calcio in bocca ai cittadini già senza denti: Afewerki è concentrato solo sul mantenimento del potere attraverso la dottrina militare e gli investimenti in armamenti. Tralascia gli aspetti più importanti: modernizzare l’agricoltura, implementare l’industria e utilizzare in modo ragionato le materie prime.

La valuta nazionale è irrisoria, la situazione disperata.

I cittadini eritrei fuggono dal loro paese a causa di una situazione politica e sociale di estrema invivibilità. Tuttavia, anche dopo il caso della Diciotti si sono levate critiche superficiali e accuse pretestuose "di scappare senza motivo dal loro paese".

Nelle scorse settimane alcuni quotidiani italiani sono riusciti perfino a scrivere che l’Eritrea non ha attualmente una guerra in corso e quindi la migrazione dei suoi cittadini è infondata e senza senso. E’ invece utile ribadire che se gli eritrei fuggono è per una situazione economica e sociale che ha superato ampiamente il limite della sopportazione. La povertà, la militarizzazione estrema di tutta la società, il controllo sociale, la gravissima soppressione dei diritti umani, non rappresentato uno stato di guerra?

Afewerki ha i tratti tipici dei regimi totalitari, e per le persone restare nel proprio paese equivale a crepare di stanchezza nei campi di lavoro oppure imbracciando il fucile. E la sorte per chi dissente è quella di venire imprigionato, torturato o fatto sparire nelle prigioni statali.

Tentare di scappare ha soglie di rischio altissimo, ma è un tentativo di riconquista della propria libertà perduta. E per chi ha una vita altrimenti segnata, diventa l’unica via percorribile.

Diaspora eritrea

Il totale dei migranti arrivati in Europa nel 2018 [13] è 83.060.

Di questi, 3.027 sono eritrei (5,3%).

I migranti naufragati nel Mediterraneo sono 1.719: ogni 48, ne muore uno.

Gli eritrei in fuga effettuano un viaggio estremamente lungo, pericoloso ed irto di pericoli e difficoltà: è la cosiddetta rotta Orientale-Centro.

Le opzioni per uscire dal grande carcere del dittatore Afewerki sono due:

- a) Via terrestre: da Mersa Gulbub a Kassala (1), snodo fondamentale per le migrazioni orientali. Il tragitto, però, è diventato estremamente pericoloso e difficile vista la militarizzazione dei confini da parte del Sudan e della stessa Eritrea.

- b) Via marittima: imbarco nel porto di Mersa Gulbub con attraversamento del Mar Rosso ed arrivo a Suakin (1.1.). Ultimo passo, Suakin-Kassala (1.2.)

Una volta valicato il confine, i migranti arrivano a Khartoum (2): ma raggiungere la capitale è tutt’altro che semplice.


"Ero in Sudan, nel campo profughi di Shagarab. Da lì ho provato ad arrivare a Khartoum, ma la polizia mi ha fermato e mi ha portato in carcere, a Kassala, vicino al confine con l’Eritrea. Mi hanno chiesto di pagare il corrispettivo di 1500 dollari statunitensi. Ci facevano dormire per terra e non avevamo abbastanza da mangiare. I primi giorni mi tenevano legati mani e piedi con i ferri, me li hanno tolti solo dopo che ho pagato una parte di riscatto." [14]

Chi riesce ad arrivare entra in contatto con i trafficanti: 1.000 $ dollari per arrivare in Libia.

I migranti che possiedono tale cifra, partono entro una settimana. Quelli che invece non raggiungono la somma richiesta vengono fatti lavorare a nero.

Il costo totale del viaggio da Mersa Gulbub in Europa è di 3.000 dollari. Rapportato al valore della valuta locale, è una quantità di denaro enorme. Il corrispettivo è 46.140,07 Nakfa.

Una cifra elevatissima, che comporta due cose:
- 1) la famiglia che rimane in Eritrea vende tutto ciò che ha per pagare il viaggio, considerandolo un vero e proprio investimento;
- 2) molto spesso, i soldi non bastano. Succede così che il migrante viene schiavizzato in Sudan e diventa pedina facilmente ricattabile nelle mani dei trafficanti


Da Khartoum, "i migranti attraversano il deserto verso la Libia, stipati in pick-up, senza cibo e acqua sufficienti per la loro sussistenza" [15]: l’attraversamento del deserto può durare anche una settimana, le condizioni del viaggio sono critiche e rischiose.

Alcuni cadono dalla jeep e vengono lasciati lì, tra la sabbia, a morire di sete e di fame. Altri vengono ammazzati da proiettili sparati a caso dai militari libici.

Superato il confine della Libia vengono fatti scendere dal mezzo, solitamente a Kufra, e consegnati ai trafficanti libici. Il passaggio seguente è Agedabia, città affacciata sul Mediterraneo e specchiata sul sogno Europa.

Ma l’inferno libico è quanto più si avvicina all’inferno dantesco: a stupri, torture e violenze patite durante il tragitto, si aggiunge la brutalità delle carceri libiche.

Agedabia è il principale sbocco della rotta Orientale-Centro: detenzione, sfruttamento lavorativo, soprusi, violenze sessuali e sequestri la fanno da padrone.

La prassi più diffusa è il sequestro: le persone vengono ammassate in capannoni con condizioni igienico sanitarie estreme. Stupri, torture, urina versata sul capo, plastica calda versata sul dorso, frustrate e tizzoni ardenti sul viso sono il preludio a richieste di riscatto esorbitanti ed improponibili.

Chi non ha la somma necessaria è costretto ai lavori forzati nel deserto: alcuni non reggono alla stanchezza, altri vengono sparati in testa perché troppo lenti.

L’obiettivo del migrante incarcerato ad Agedabia è Tripoli o Bengasi, ossia il trampolino verso l’Europa.

Ma molti, nel tentativo di raggiungere la meta, finiscono ad Al-Khums, a 100 km dalla capitale: le carceri sono durissime, le torture e le percosse fisiche insopportabili. La falaka - bastonate alle piante dei piedi - è prassi quotidiana.
L’eritreo che raggiunge Tripoli attraversa nuovi limbi infernali, nuove violenze. E’ distrutto a livello psichico e fisico.

Il migrante è un ostaggio e incorre in una detenzione che varia dai sei ai dodici mesi: i sopravvissuti ai lager salpano su imbarcazioni sovraffollate, pronti a diventare formiche dinanzi al mostro blu.

L’eritreo che arriva ad attraversare il Mediterraneo è sfibrato, sfiancato.
E’ un uomo distrutto. Sfida una sorte già scritta imbarcandosi su un gommone di fortuna.

Dal 2014, sono 17.263 le persone morte nel Mediterraneo Diciassettemiladuecentosessantatrè.

"Mi hanno violentato più volte, avanti e indietro. Dopo facevo fatica perfino a camminare. Ogni giorno così. Passavano a turno, come una processione. Dopo che avevano finito con me andavano dalle altre. Eravamo costretti a guardare. Sono partita che ero una ragazzina, sono arrivata che non ero né ragazzina, né donna. Non ero più niente. Ad un certo punto, quando subivo le violenze, non pensavo più niente: era l’anima che se ne andava. Io non ho più niente. Sono un fantasma che muove quattro passi. Sono morta in Libia."

Eritrei in Italia

Gli eritrei residenti in Italia sono 9.343.

Le regioni dove sussiste la più alta concentrazione sono Lazio, Lombardia ed Emilia-Romagna.
La presenza più cospicua è a Roma (2733), Milano (1681) e Bologna (510). Proprio nella capitale.


La maggioranza degli eritrei che arriva in Italia attraverso gli sbarchi ha però come meta finale altre paesi: Svizzera, Germania, Paesi Bassi, nazioni scandinave e Regno Unito.

Tuttavia, Londra e Copenaghen, per arginare il flusso proveniente dal Corno d’Africa, hanno di fatto considerato l’Eritrea paese terzo sicuro, affermando che le politiche di Afewerki non sono più rigide come in passato e quindi non c’è motivo per scappare. Questa mossa ha avuto un effetto devastante sulla protezione internazionale: in Inghilterra viene concesso lo status di rifugiato soltanto al 39% degli eritrei, di fronte agli standard europei che si attestano all’87%. [16]

MSNA

"Ai bambini più piccoli di me davano un solo biscotto ogni tanto, ma anche loro hanno bisogno di mangiare così come noi." [17]

Il vero dramma della migrazione in generale, ed in questo caso di quella eritrea nello specifico, è quello dei minorenni.

Sono tantissimi i bambini eritrei che vagano nel cuore dell’Africa, arrivano nell’inferno libico e poi sbarcano in Europa: un esercito di bambini fantasma senza voce, che stringe i pugni surclassato dai soprusi, a cui hanno assassinato lo sguardo ingenuo della giovinezza.

I bambini sono vittime di tratta, hanno visto omicidi, hanno perso la saliva per la sete e per la paura. Sono incanalati in un tunnel buio, senza una torcia in mano.
Sono bambini diventati uomini senza volerlo. Sono bambini diventati adulti troppo presto.

Hanno sulle spalle errori ed orrori del genere umano. Hanno sulle spalle le pressioni del nucleo familiare rimasto sotto il regime di Afewerki: la partenza è un investimento, peraltro carissimo. E se fallisce, fallisce tutta la famiglia.
Il viaggio fino al Sudan è prezzato 2000$, ma l’attraversamento della Libia e specialmente la rotta del Mediterraneo arrivano a costare 7500$.

Hanno appiccicata, come una maglia zuppa di sudore ventilata dallo scirocco, la pressione snervante e struggente di nuclei familiari numerosi. Hanno il carico troppo pesante di chili invisibili che piegano la spina dorsale e buttano per terra, a boccheggiare.

La vita di un minorenne eritreo è tra le più dure in assoluto: non c’è via di uscita. Se non riesce a portare i soldi a casa, avrà sulla coscienza il fardello del fallimento della famiglia di origine. E’ trincerato nel silenzio: non racconta e non racconterà mai ai genitori quello che ha passato lungo il tragitto per arrivare in Europa.

Non racconterà degli stupri. Non racconterà del lavoro forzato nel deserto. Non racconterà dei morti ammazzati sepolti nelle fosse comuni. Non racconterà che gli hanno pisciato in testa. Non racconterà nemmeno di aver dormito all’impiedi stipato insieme ad altre 300 persone in celle anguste. Non dirà delle percosse ai piedi, della plastica ustionante versata lungo la schiena, delle frustrate.

Terrà tutto per sé.

Al peso della responsabilità, troppo grande, del sostentamento della famiglia si unisce il silenzio assordante degli abusi ricevuti.
Un concentrato devastante.

E’ per questo che chi arriva in Italia ha smania di lavorare, di guadagnare. Ed è per questo che molti ragazzini fuggono dai centri di accoglienza. Le strade sono due: tentano la fuga verso il Nord Europa o si lasciano accalappiare dalla malavita e diventano pusher a Milano, Roma e Bologna.

I minori stranieri non accompagnati che risultano scomparsi sono 467.717 [18]. Tra questi, la nazionalità più rappresentata è quella dell’Eritrea (14,6%).

683 bambini eritrei sono spariti nel 2018.


La provenienza degli MSNA AL 30 giugno 2018:

Grafico: Pietro Panico (Index Mundi)

Il quadro che emerge sui bambini eritrei è devastante: quasi 700 gli irreperibili, quasi 1.000 gli MSNA.

Le minori straniere non accompagnate presenti in Italia sono 982. Tra queste, 175 provengono dall’Eritrea. Il numero è aumentato rispetto al 2017, quando erano 164.

Gli eritrei minori stranieri non accompagnati richiedenti protezione internazionale sono pochissimi: solo 128. Questo evidentemente vuol dire che la stragrande maggioranza è invisibile e all’infuori del sistema protettivo statale.

Questo avviene per quattro motivi:
- 1) poca informazione circa le prospettive che può garantire lo status di rifugiato. E quindi l’inserimento scolastico unito all’accompagnamento del minore verso la maggiore età e verso un processo d’inclusione a lungo raggio;
- 2) non conoscenza del "ricongiungimento familiare", che obbliga a continuare il viaggio tramite percorsi rischiosi. "I MSNA eritrei si trovano spesso a vivere in condizioni precarie e privi di un tutore legale" [19] Unicef 2017]];
- 3) bisogno impellente di denaro che porta il minore a rifiutare situazioni di "non-guadagno";
- 4) l’urgenza di valicare la frontiera per arrivare in Francia, Svizzera, Inghilterra, Danimarca o altri paesi nord europei.

Nel 2016, 25.846 MSNA sono giunti in Italia [20] . Di 6.561 si sono perse le tracce. Degli irreperibili, il 21% è eritreo (1381).

Nel 2017 sono sbarcati 12.700 bambini soli. 5.226 sono spariti nel nulla: 899 erano dell’Eritrea (18%).

In totale, dal 2016 ad oggi, 2.963 bambini eritrei sono spariti.

Il minore eritreo che tenta di arrivare in Europa rischia molto: il tentativo di attraversamento illegale dei confini nazionali costa il carcere fino ai 5 anni, i lavori forzati oppure multe salatissime fino a 10.000 Nakfa.

"Il mio viaggio dura da 2 anni. Ho attraversato i confini con il Sudan su di un camion con altri 200 connazionali, era un carro bestiame. Per arrivare in Libia e sopravvivere in quel contesto, molti si tenevano svegli bevendo un mix fatto con l’acido delle batterie. In Libia sono stato in un centro di detenzione per 2 mesi prima di raggiungere il gommone che ci ha portato in mare [21]."

Afewerki ha creato una prigione a cielo aperto, trasformando i confini nazionali in sbarre difficilmente valicabili. All’interno della grande cella, le "sottocelle" dove vengono sbattuti oppositori, giornalisti, liberi cittadini e ragazzini.

Ha monopolizzato i media e internet, creando un sistema repressivo di una violenza inaudita, strumentalizzando una Costituzione peraltro mai realmente attuata. Ha fatto collassare un’economia già precaria, inventandosi una rimessa-pizzo verso gli espatriati senza investire per la reale risalita del Paese.

Le vittime maggiormente colpite da questo decadenza economica e politica sono i bambini: si imbarcano nel fiume della migrazione che sfocia, sempre, nell’oceano della violenza libica e delle frontiere del Sudan.

L’Eritrea sta vivendo una crisi umanitaria senza precedenti, chi scappa è per necessità.

Perché, semplicemente, non ha scelta.

Mio Nonno da bambino ha vissuto in un piccolo paesino nella provincia di Reggio Calabria. Sua madre, rimasta vedova giovanissima, ha cresciuto i suoi figli con dedizione ed amore. Se penso alla spensieratezza di un bambino, mi viene in mente un fatto che mi raccontò una calda sera di agosto di qualche anno fa.

«Quando avevo sei anni arrivò per la prima volta il circo nel mio paesino. Fu un evento straordinario, tutti noi bambini aspettavamo con trepidazione: portavano infatti oltre agli animali, squisite leccornie americane. Sai, a quei tempi noi non sapevamo cos’erano le gomme o le bevande gassate tipiche di New York.
Eravamo in trepidazione.
Ricordo allora che mia madre, tornando da scuola dove faceva l’insegnante, mi donò una monetina per comprarmi ciò che desideravo. Io non avevo dubbi: le noccioline americane. Non le avevo mai viste prima! Avevo le papille gustative che facevano le capriole!
Ne comprai, così, una bustina.
Solo che io non sapevo come andassero consumate, e le mangiai con tutto il guscio.
Le trovai comunque buonissime, perché erano una cosa nuova. E perché me le aveva comprate mia mamma. Quando anni dopo le rimangiai con tutta la buccia, mi disse:
"Ma come le mangi? Si sbucciano!" e si mise a ridere. Quando rideva era bellissima

Non so perché mi viene in mente questo aneddoto. Magari perché penso al sorriso di bambino di mio Nonno, che conserva tutt’ora. Magari perché per me questo racconto equivale alla forma più alta di spensieratezza e dell’essenza di bambino.
Mi è venuto in mente perché, forse, contrappongo a questa immagine l’altra faccia della medaglia: il bambino eritreo solo, terrorizzato di paura, ustionato dalla ferocia dei trafficanti, senza più un Santo a cui votarsi.
Mio Nonno non è dovuto partire solo perché ha avuto una mamma che ha deciso di rompere i dogmi delle retrograda società del ’900 e diventare la prima insegnante della Provincia.
Il bambino solo eritreo non ha una protezione tanto forte, non ha una rete così salda a cui aggrapparsi.
E’ solo.
Parte di un esercito di bambini fantasma su cui i facili giudizi non sono permessi.