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Tra una ruspa e una bonifica

Lo sgombero e i rifugiati sudanesi di via Scorticabove a Roma

4 ottobre 2018

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Roma, sgombero dei rifugiati sudanesi in via Scorticabove (3 ottobre 2018)

Era il giorno della Memoria e dell’Accoglienza, il 3 ottobre, in onore delle vittime dell’immigrazione, fuori e dentro i confini, quasi fosse un gioco.

Dopo tre mesi di presidio, in seguito allo sfratto a mo’ di sgombero attuato in via di Scorticabove ai danni dei rifugiati del Sudan, l’area in cui viveva la comunità è stata ’bonificata’, come comunicato della Polizia Locale recita, precisando che "sono state spazzate via tende, baracche e un quintale di rifiuti".

Questa la conclusione degli esecutori dell’ennesimo sgombero capitolino nella cui nota spicca il triste epilogo dell’accoglienza e dell’ospitalità di quegli stessi uomini e la dicotomia di un diritto d’asilo ’a pezzi’ che riconosce ma non pratica i contenuti espliciti allo status di rifugiato politico, ma che anzi si ostina violentemente a detrarre ogni forma di protezione.

Roma, sgombero dei rifugiati sudanesi in via Scorticabove (3 ottobre 2018)


Sia la convenzione di Ginevra del 1951, difatti, sia il Protocollo firmato a New York nel 1967 non solo definiscono i diritti ed i doveri conseguenti al riconoscimento della relativa condizione giuridica ma anche gli obblighi assunti dagli Stati contraenti.

Nello specifico, la direttiva 2004/83/CE disciplina il contenuto della protezione internazionale all’interno del capo VII, dagli articoli 20 al 34, recepiti nell’ordinamento italiano dagli artt. 19 - 30 d.lgs. n.251/2007. Qui, in materia d’alloggio, la normativa è introdotta dall’articolo 21 della Convenzione di Ginevra secondo cui "gli Stati contraenti concedono […] ai rifugiati […] il trattamento più favorevole possibile e in ogni caso un trattamento non meno favorevole di quello concesso". Tale normativa è poi ripresa e supportata dalla direttiva rifusa approvata nel 2011 all’art. 32., introdotta per l’evidente situazione di difficoltà in cui riversa il rifugiato rispetto ad altri individui. Così, nella dicitura, "gli Stati membri si adoperano per attuare politiche dirette a prevenire le discriminazioni nei confronti dei beneficiari di protezione internazionale e a garantire pari opportunità in materia di accesso all’alloggio".

Roma, sgombero dei rifugiati sudanesi in via Scorticabove (3 ottobre 2018)


Eppure, in via di Scorticabove, la comunità dei rifugiati sudanesi si è sentita più volte abbandonata dalle amministrazioni locali e dalle alte cariche dello Stato.

La prima volta, quando si scoprì che attorno all’immigrazione ruotava un grande business, giudicato dai gestori delle palazzine più redditizio rispetto a quello della droga. Era il 2015 e i sudanesi dovettero concludere il progetto di accoglienza in cui erano stati regolarmente inseriti, a causa di una accoglienza giudicata mafiosa dagli atti legali. Gettati in una indifferenza istituzionale molto più generalizzata della paura, i sudanesi non avevano mai ricevuto alcuna risposta riguardo gli episodi in cui, malauguratamente, erano stati coinvolti e utilizzati a fini di lucro, al pari di merci.

Erano rimasti nella palazzina, soli ed isolati, ma oltremodo sopperendo alle mancanze e ai cancri della malaccoglienza italiana, iniziando un percorso consapevole di autonomia e restii ad una nuova presa in carico assistenziale nel circuito precedente in cui erano stati inconsapevoli vittime.

Roma, sgombero dei rifugiati sudanesi in via Scorticabove (3 ottobre 2018)


Abbandonati ancora ieri, quando, alle prime ore del mattino, la comunità sudanese impegnata in una colazione solidale con la rete cittadina per la commemorazione delle vittime del 3 ottobre 2013, è stata respinta tra una ruspa ed una bonifica, in una cordata linguistica che rimembra estremi nazionalismi, in una violenza governamentale che ancora pretende di applicare il diritto.

Roma Capitolina ha impiegato oltre 100 unità, tra donne ed uomini, vigili urbani, polizia e servizi sociali, quasi uno ad uno, per provvedere al ripristino della sicurezza pubblica. "A noi, invece, stasera ci vedrete per strada, in giro alla stazione Termini", riferisce amareggiato il portavoce della comunità. Per strada, tra i gazebo distrutti e quelle ruspe che hanno vanificato il futuro e le speranze che i membri della comunità avevano riposto nel dialogo da loro ricercato con il Comune di Roma e con la Regione Lazio.

Erano infatti tutti seduti in un tavolo aperto con le istituzioni suddette, iniziato nel mese di luglio per lavorare su un progetto di co-housing e co-worker, studiato dalla comunità sudanese con l’intervento di architetti del mondo universitario. Dall’altra parte, le istituzioni, si adoperavano a stilare una lista dei beni confiscati alla mafia - da visionare - per individuare il luogo migliore per la comunità, preservandone le specificità ed aprendole all’integrazione.

Roma, sgombero dei rifugiati sudanesi in via Scorticabove (3 ottobre 2018)


Un tavolo aperto con le strade chiuse, era già il sospetto di fronte alla latitanza discorsiva e allo stallo politico dei primi incontri con le istituzioni che, come nella società dell’omicidio rituale, non mediano i conflitti ma li amplificano.
Nel corso di questi tre mesi, così, l’unica proposta concreta (che anche ora si ripropone) è stata di invitare gli uomini della comunità al punto iniziale dell’accoglienza, dividendosi, separandosi, allontanandosi, escludendosi a vicenda e disgregando quell’unità familiare che avevano creato in via di Scorticabove e che li aveva fatti ’sentire a casa’, nell’assenza di qualsivoglia tipologia di protezione. Loro si sono organizzati per proteggersi dalle difficoltà, riconciliando le solitudini sul tessuto urbano e ricomponendo i legami spontanei tra gli individui, al pari di una famiglia, la cui unità è un diritto e deve essere tutelata.

Roma, sgombero dei rifugiati sudanesi in via Scorticabove (3 ottobre 2018)

Hanno spazzato, invece, via tutto, alla conquista di un decoro che diventa una progressiva riduzione dei diritti e costruisce normativamente l’irregolarità per alimentare panico, insicurezze e legittimare la politica del controllo.

Secondo Deleuze, i concatenamenti di potenze, di intrecci, di forze, di giurisprudenza, come anche la produzione giuridica e culturale avanzano soggetti più o meno desiderabili rispetto ad altri, attraverso casi abominevoli di negazione di diritti astratti in situazioni ogni volta irripetibili. Di conseguenza, "basta che una certa legge, una politica, una pratica vigente di fatto crei, perpetui o aggravi la disuguaglianza di minoranze etniche, culturali, religiose o nazionali [1]" per determinare il razzismo di un’istituzione.

Vanna D’Ambrosio

Roma, sgombero dei rifugiati sudanesi in via Scorticabove (3 ottobre 2018)