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"Voglio decidere del mio futuro". Le testimonianze delle donne intrappolate in Grecia in un rapporto di Amnesty International.

6 ottobre 2018

In Grecia l’accordo tra Unione Europea e Turchia firmato nel marzo 2016 sta producendo effetti devastanti.
Chi approda sulle isole greche (nel 2018 oltre il 60% del totale sono donne e bambini) rimane intrappolato, costretto a vivere in condizioni disumane in campi o in accampamenti che sorgono intorno a questi centri.
Sono oltre 15.500 le persone che vivono nei cinque campi finanziati dall’Unione Europea nelle isole greche (potrebbero contenerne solo 6.400).
La situazione igienico-sanitaria è insostenibile: carenza di servizi igienici, di acqua potabile e di corrente elettrica, cumuli di rifiuti e scarichi fognari a cielo aperto, presenza di topi, scorpioni e serpenti.
Le testimonianze che arrivano dall’isola di Lesbo nell’hotspot di Moria ci parlano di un vero e proprio inferno, una situazione esplosiva. MSF denuncia l’aumento dei tentativi di suicidio e autolesionismo tra i bambini bloccati nel campo di Moria e in un rapporto del’International Rescue Committee si parla di un aumento dei casi di suicidio.

Il rapporto di Amnesty International “Voglio decidere del mio futuro: dalla Grecia, le voci delle donne che hanno perso le radici”, uscito il 5 ottobre 2018, è focalizzato sulla situazione delle donne, che assieme ai bambini, in questo drammatico contesto, sono i soggetti più vulnerabili.
Nel loro viaggio per arrivare in Europa sono esposte al rischio di subire terribili violenze fisiche e verbali, molestie sessuali, compresi gli stupri.
Di seguito il comunicato stampa di Amnesty International che presenta il rapporto.

Photo credit: Angelos Tzortzinis/AFP/Getty Images (Isola di Kos)


In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha raccolto le voci delle rifugiate e delle richiedenti asilo bloccate in Grecia, tutte unite nella richiesta di porre fine alle terribili violenze, compresi gli stupri, cui vanno incontro e di una vita migliore in Europa.

Il rapporto, intitolato “Voglio decidere del mio futuro: dalla Grecia, le voci delle donne che hanno perso le radici”, descrive i viaggi pericolosi affrontati da donne e ragazze e i pericoli cui vanno incontro quando arrivano sulle isole o sulla terraferma della Grecia e rende omaggio alla resilienza e alla forza di queste donne nel superare le avversità.

Il miserabile rifiuto dei governi europei di aprire percorsi legali e sicuri per i rifugiati in fuga dalla guerra sta aumentando i rischi di terribili violenze per le donne e le ragazze in Grecia”, ha dichiarato dall’isola di Lesbo il segretario generale di Amnesty International Kumi Naidoo.

Eppure nonostante la difficoltà e gli ostacoli, queste donne stanno trovando la forza di parlare. Coloro che hanno potere di prendere decisioni devono ascoltare le loro voci e dare seguito alle loro parole. In questi tempi di #MeToo e #TimesUp, siamo orgogliosi di essere accanto alle nostre sorelle sradicate in Grecia e di dire loro ‘Vi vediamo, vi ascoltiamo, vi crediamo e lotteremo con voi!’”.

Photo credit: Lene Christensen/Amnesty International (Atene, 2017)


Amnesty International ha incontrato oltre 100 donne e ragazze che dal marzo 2017 vivono in campi e altre strutture nella capitale Atene, nei suoi dintorni e sulle isole greche. Sulla base di questi incontri, il rapporto dell’organizzazione per i diritti umani presenta 10 chiare richieste per contrastare le violazioni dei diritti umani subite dalle rifugiate.

Le donne dirette in Europa sono particolarmente esposte al rischio di subire violenza fisica, verbale e molestie sessuali da parte dei trafficanti.

Quando i governi europei hanno chiuso le porte ai rifugiati, noi donne siamo finite sempre più nelle grinfie dei trafficanti. Non possiamo chiamare la polizia o chiedere aiuto a qualcun altro perché siamo ‘illegali’, e i trafficanti ne approfittano”, ha raccontato una rifugiata siriana.

Photo credit: Giorgios Moutafis (Amnesty International)


Ma l’incubo non cessa quando raggiungono le coste europee. La maggior parte dei migranti e dei rifugiati che arrivano attualmente in Grecia sono donne e bambini, oltre il 60 per cento del totale nel 2018. A causa dell’accordo tra Unione europea e Turchia del marzo 2016, coloro che approdano sulle isole greche si ritrovano intrappolati, in condizioni terribili, in campi squallidi finanziati dall’Unione europea.

Il sovraffollamento è arrivato a un picco di crisi: oltre 15.500 persone vivono nelle isole in cinque campi che potrebbero contenerne solo 6.400. Migliaia di persone, molte delle quali con bisogni particolari come i disabili e i bambini, dormono in tende allestite intorno ai campi. La mancanza di servizi igienico - sanitari, le insufficienti forniture di acqua potabile, l’accumulo di rifiuti e la presenza di topi anche di grosse dimensioni sono comuni in tutti i campi.

Ogni giorno va peggio. Il campo è stracolmo…”, ha riferito una donna del campo di Moria, a Lesbo, attrezzato per 3.100 persone e che attualmente ne ospita due volte e mezzo di più.

Se da un lato tutti i migranti e i rifugiati subiscono le conseguenze di queste condizioni, sono le donne e le ragazze ad avere la peggio. Numerose donne in stato di gravidanza dormono sul pavimento e hanno scarso, se non nullo, accesso alle cure prenatali. A settembre una donna ha partorito in una tenda del campo di Moria senza alcuna assistenza medica.

La mancanza di chiavi per chiudere le porte e la poca luce rendono pericolose attività del tutto normali e quotidiane come andare in bagno, fare la doccia o persino camminare fuori dalle tende di sera.

Le porte delle stanze delle docce non si chiudono e gli uomini entrano mentre sei dentro. Nei bagni manca la luce. Quando è notte, mi faccio accompagnare da mia sorella o urino in un secchio”, ha denunciato una donna del campo di Vathy, sull’isola di Samo.


Sulla terraferma greca, circa 45.500 migranti e rifugiati vivono in strutture di accoglienza temporanee nelle aree urbane oppure nei campi.

Le condizioni di questi ultimi rimangono precarie: nel 2018 tre campi che erano stati chiusi perché giudicati inabitabili sono stati riaperti a causa della mancanza di altre strutture, senza che le condizioni fossero state migliorate.

Ci sentiamo totalmente dimenticate. Alcune di noi sono nei campi da due anni e non è cambiato nulla. Non riesco neanche a parlare dei miei problemi perché nessuno parla la mia lingua…”, ha denunciato una yazida irachena che si trova a Skaramagas, nei pressi di Atene.

Tanto nei campi quanto nelle strutture situate nelle aree urbane, la mancanza di informazioni sufficienti e di interpreti donne pongono grandi ostacoli all’accesso a servizi essenziali, come l’aiuto legale o l’assistenza ai centri per la salute sessuale e riproduttiva.


Tuttavia, nonostante queste improbe sfide, le rifugiate in Grecia stanno lavorando per cambiare le cose: si uniscono per dare vita a iniziative di vitale importanza, come la creazione di spazi nelle aree urbane dove le donne e le ragazze possono incontrarsi e accedere a determinati servizi, la ricostituzione di reti sociali e la condivisione di competenze ed esperienze per creare una vita migliore per loro e per le loro famiglie.

Finite per trovarsi insieme da un destino crudele, le donne rifugiate fuggite da luoghi pericolosi trovano coraggio, condivisione e grande resilienza le une nelle altre”, ha commentato Naidoo.

Queste nostre sorelle si danno da fare per sé stesse ma siccome la situazione sulle isole ha raggiunto livelli di crisi, da loro parte anche la richiesta alle autorità greche di cessare di intrappolare la gente sulle isole. Le condizioni di accoglienza sulla terraferma devono essere migliorate e i governi europei devono dare alle rifugiate il sostegno e la protezione urgenti cui hanno diritto e il benvenuto che meritano”, ha concluso Naidoo.