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Cronache di confine - La lunga protesta al confine tra la Croazia e la Bosnia

Cosa sta succedendo nel cantone di Una-Sana nel nord-ovest della Federazione della Bosnia ed Erzegovina?

29 ottobre 2018

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È difficile, in queste giornate di resistenza, mettere in ordine fatti e notizie.
I media locali esplodono, quelli internazionali faticano a seguire le proteste e le manifestazioni di questi giorni. Vorrei quindi provare a spiegare anche agli attivisti, lettori e italofoni in genere, cosa sta succedendo in questo momento nel cantone di Una-Sana, uno dei dieci cantoni nel nord-ovest della Federazione della Bosnia ed Erzegovina, che dai primi mesi del 2018 è diventata tappa fondamentale per molti migranti in viaggio verso l’Europa [1].

Lunedì 22 Ottobre. Pomeriggio. Centinaia di persone si mettono in marcia verso la frontiera con la Croazia, al posto di blocco di Maljevac e a quello di Izačić, dove attivisti e volontari, locali e internazionali, portano cibo, coperte e tè caldo. <iframe

Vengono dal campo di Cazin (Hotel Sedra), da quello (improvvisato) di Velika Kladuša, da Bihać. La polizia bosniaca dichiara pubblicamente che “li fermerà, ma che non possono impedire il loro arrivo [al confine] [2]. La retorica giornalistica è sempre la stessa: si parla di migranti “illegali”, di migranti “senza documenti”. Imponente l’immediato dispiegamento delle forze di polizia, sia bosniaca che croata: agenti in tenuta antisommossa, elicotteri, camionette. Ci sono all’incirca 300 persone, i volontari e gli attivisti non vengono fatti avvicinare alla zona della protesta. Moltissime famiglie con bambini, soprattutto al posto di blocco di Izačić, che con i loro corpi bloccano la strada e chiedono l’apertura dei confini.

Parlo con un attivista dell’organizzazione No Name Kitchen, presente sui punti critici della “Balkan Route” da ormai quasi due anni. Mi spiega che c’è una frustrazione generale su più fronti: l’impossibilità di raggiungere l’Europa a causa delle politiche dell’UE è sicuramente una costante nella vita delle persone in transito. Queste politiche vengono poi messe in pratica dalle polizie dei paesi lungo la rotta balcanica con violenze, respingimenti illegali, furti di telefoni e denaro, umiliazioni. No Name Kitchen, assieme ad altre organizzazioni e collettivi come il Centro Studi per la Pace, l’iniziativa Welcome, Are You Syrious, Rigardu, raccolgono ormai da due anni centinaia e centinaia di testimonianze e casi di pushbacks esercitati dalla polizia croata ai confini con la Serbia e con la Bosnia Erzegovina. Gli innumerevoli tentativi falliti di proseguire nel proprio viaggio, si sommano poi ad delle condizioni di vita quotidiana estenuante. Campi improvvisati nel bel mezzo del nulla, tende e giacigli di plastica che alla prima pioggia si piegano su se stessi, condizioni igieniche allarmanti, nessun tipo di assistenza medico-sanitaria se non fosse per il team mobile di Medici Senza Frontiere che un paio di mattine a settimana cerca di assistere chi può. I volontari e gli attivisti di NNK sono riusciti ad installare delle docce, ma ogni giorno è sempre più difficile e ogni persona è sempre più stanca, stufa, amareggiata, arrabbiata.

Ed è per questo che le persone si sono dirette in marcia verso i posti di blocco. “open the border”, aprite I confini, scandiscono a gran voce.

Sono state poi diffuse delle voci sul fatto che i confini stessero effettivamente aprendo [3]. La rabbia e il disappunto nel trovarsi davanti a una situazione opposta, ha creato una unica e sola reazione: “we do not want to go back”. Non torneremo indietro.

Nel frattempo, è da sabato che nella città di Bihać vanno avanti proteste da parte dei cittadini locali per la situazione insostenibile nel centro [4]. Sin dall’inizio, il presidio era stato chiaro sulle motivazioni della protesta: non è un presidio contro i migranti, ma contro la Federazione e la non-gestione della loro sistemazione. Per quanto la popolazione bosniaca si sia mostrata generalmente empatica e pronta a supportare chi si trova in difficoltà, i cittadini di Bihać dichiarano di essere stanchi di doversi occupare da soli del problema, senza alcun tipo di supporto da parte delle istituzioni. La situazione è rimasta calma finché un gruppo di partecipanti al presidio ha deciso di dirigersi verso la stazione degli autobus per bloccare i mezzi in arrivo da Sarajevo, presumibilmente pieni di migranti, dichiarando come “la Federazione li abbia lasciati soli nella gestione del flusso di persone arrivate, e abbia addirittura stabilito ad hoc una linea ferroviaria da Sarajevo a Bihać”.

L’organizzatore della protesta è un consigliere comunale, Sej Ramić. Anche lui è andato alla stazione degli autobus per partecipare al blocco degli autobus pieni di persone in transito verso il nord della Bosnia. Quindi, se da un lato è vero che la protesta è contro le istituzioni, c’è anche una parte della popolazione che invece fomenta la caccia all’uomo alla stazione degli autobus. “La polizia sta cominciando a mettere in atto una serie di provvedimenti per limitare la libertà di movimento dei migranti in città e l’arrivo dei nuovi migranti da Sarajevo. Quindi sta notte [la notte tra il 23 e il 24 ottobre] stato bloccato un treno con a bordo delle persone che poi è stato rimandato indietro”, spiega Silvia Maraone di IPSIA in un’intervista a Radio Onda d’Urto. Attivisti sul campo ci aggiornano su come un altro treno nella notte, con a bordo tra 50 e 70 migranti, ha fatto fare dietro-front e ha rispedito le persone a Sarajevo.

Martedì 23 Ottobre. Mattina. Anche al confine tra la Serbia e la Croazia [5], al posto di blocco di Batrovci, centinaia di persone bloccano il passaggio e chiedono con fermezza di aprire i confini.

Mercoledì 24 Ottobre. Le proteste al confine continuano, circa 300 persone sono ancora al confine. Cominciano gli scontri tra la polizia e i manifestanti, che riescono a forzare il primo cordone di polizia bosniaca. La polizia croata in antisommossa reagisce, lancia lacrimogeni, ci sono 3 feriti (tra cui un bambino di 5 anni) che vengono portati in ospedale. Anche Medici Senza Frontiere si reca al confine. Il team di pronto soccorso bosniaco assiste altre 22 persone vittime degli scontri. Le organizzazioni internazionali interrompono le distribuzioni di cibo nel campo improvvisato di Velika Kladuša, e si rifiutano di distribuire cibo e acqua in qualsiasi altro luogo “non ufficiale”, negando di fatto qualsiasi tipo di supporto o assistenza ai manifestanti.

Giovedì 25 Ottobre. Mattina. La situazione è estenuante, al confine ci sono ancora circa 150 persone in presidio con tende da campeggio. Si rifiutano di abbandonare l’area. Media locali e commenti su facebook si indignano per le condizioni in cui le persone hanno passato le ultime notti a dormire all’addiaccio sulla strada, ignorando il fatto che queste persone siano in queste condizioni di non-accoglienza ormai da mesi, “dormire qui in mezzo alla strada o nel campo improvvisato di Velika Kladusa, nel fango, non fa differenza”. Dal lato bosniaco della frontiera, si vocifera di un possibile intervento dell’esercito croato, smentito in serata. Intanto però, la polizia innalza grate di ferro tra il cordone in antisommossa e i migranti.

Sui media locali, la protesta al confine viene descritta come una minaccia all’ordine e alla sicurezza nazionale, un assedio.

Basterebbe avvicinarsi a quel agglomerato di tende, parlare con i manifestanti, per capire che si tratta di una protesta pacifica, tanto silenziosa quanto determinata, di civili disarmati che rivendicano la loro libertà di movimento

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Giovedì 25 Ottobre. Pomeriggio. Come riportato da DIP, ai manifestanti vengono dati diversi ultimatum sullo sgombero dell’area. Nessuno di questi viene rispettato. Gli attivisti di NNK riportano diverse voci dal confine [6].

Venerdì 26 Ottobre. Mattina. Dopo un’altra notte passata in presidio al confine, i migranti in protesta non desistono. Le autorità croate dichiarano che non riapriranno il posto di blocco di Maljevac (per mezzi e persone con documenti validi per l’espatrio) finché il presidio di migranti non verrà sgomberato. Intanto, 117 persone vengono trasferite da Bihać al nuovo centro di accoglienza poco fuori dal centro città, presso gli edifici di una ex fabbrica di frigoriferi, “Bira”, la cui capacità è al momento di 400 persone (IOM sta provvedendo a portare altri container per ampliare la capacità fino a 1200). L’edificio sarebbe il primo vero centro di accoglienza che, dall’inizio dello spostamento della rotta verso la Bosnia a Gennaio 2018, viene aperto nel nord del paese. Da mesi se ne parlava, non riuscendo a trovare un accordo tra il governo bosniaco e le amministrazioni comunali, e la presenza delle richieste dell’UE di non posizionare campi troppo vicino ai confini.

Sabato 27 Ottobre. Il confine di Maljevac continua ad essere bloccato al traffico, e le tende montate sulla strada sono ormai più di 60. Ai volontari viene vietata la distribuzione di cibo, acqua e vestiti. Team medico assente. Oggi non sono arrivati autobus a Velika Kladuša: le persone sono bloccate e alcuni pagano fino a 350 euro per arrivare alla zona di protesta. Un ragazzo iraniano al confine mi dice “I can’t go back home in Iran, I can’t go back to Bihać, I can’t cross the border, the don’t want me to stay here. Where am I supposed to be?“.
Famiglie, donne e bambini continuano a prendere parte al presidio. Gli sguardi che incontro sono tanto stanchi quanto determinati. Verso sera, i manifestanti cominciano a raccogliere legna nella boscaglia e ad accendere i fuochi per scaldarsi. Locali portano cibo o acqua, e vestiti per i bambini. Nel frattempo però, in città viene annunciata per domani (domenica 28 ottobre) una protesta contro la chiusura del passaggio del confine.

[to be updated…]