logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Archivio legislativo » Giurisprudenza italiana

Cittadinanza italiana - 11 anni per istruire una pratica che per legge avrebbe dovuto essere istruita in appena un anno dalla domanda

Tribunale di Bari, sentenza n. 3520 del 30 luglio 2018

9 novembre 2018

Si ringrazia l’Avv. Uljana Gazidede per la segnalazione ed il commento.

Fai una donazione al Progetto Melting Pot!

Pubblichiamo la sentenza di un caso davvero singolare ed emblematico delle avversità burocratiche che incontrano i cittadini stranieri nel tentativo di vedersi riconosciuti anche quei diritti minimi previsti dalla normativa attuale. A un cittadino di origine senegalese ci sono voluti 11 anni per istruire una pratica che per legge avrebbe dovuto essere istruita in appena un anno dalla domanda. Il dato che emerge da questo caso è uno solo l’attesa infinita! (ndr.)

In data 15 giugno 2007, il cittadino del Senegal sposato con cittadina italiana e padre di due figli minori, presenta regolare istanza per ottenere la cittadinanza.

In data 26.09.2012. ossia dopo 5 anni, il Ministero dell’Interno rigetta la domanda ai sensi dell’art. 6 comma 1 lett. b della legge. n. 91/92.

In data 15.11.2012 veniva depositato il ricorso ex art. 5 della legge n. 91/92 avverso il decreto di rigetto.

Nel ricorso, in via preliminare, si evidenziava che il Ministero aveva indicato quale giudice competente il TAR Lazio mentre il giudice naturale per il diniego adottato ex lettera b è il Tribunale Civile.

Nel merito il ricorso veniva affidato a diversi motivi di illegittimità e si poneva in rilievo il decorso del termine di 5 anni richiamando la circolare del Ministero dell’Interno del 6 agosto 2009 la quale al punto A prevede che le istanze per matrimonio per le quali risulta scaduto il termine biennale per la conclusione del procedimento deve esse applicata la norma vigente al momento della presentazione della domanda di talché la violazione del termine, avente natura perentoria, porta a ritenere che il richiedente diventa titolare di un diritto soggettivo pieno all’acquisto della cittadinanza italiana, tanto che ai sensi dell’art. 8, comma 2 non è più possibile il diniego dell’istanza per i motivi di cui all’art. 6 della legge 91/92.

Si evidenziava, inoltre, che l’istante era, in costanza di matrimonio, divenuto padre di due figli minori e per tale motivo la sua domanda di cittadinanza avrebbe dovuto essere istruita nell’arco di appena un anno in ossequio all’art. 5 della legge n. 91/92 come modificato dall’art. 1 della legge n. 94/2009.

In merito alla sussistenza del decreto penale di condanna contestata dal Ministero si provava l’assenza di precedenti penali allegando il certificato del casellario.

Il Ministero contestava la validità del certificato del casellario richiamando l’art. 40 del DPR n. 445/2000 ed insisteva sulla sussistenza dei precedenti penali.

Il Tribunale Civile di Bari, dopo una attenta lettura degli atti:

- dichiarava la propria competenza, accogliendo la questione preliminare, rilevando come la giurisprudenza in più occasioni anche quella amministrativa ha evidenziato che la concessione della cittadinanza italiana per matrimonio attiene ad una situazione giuridica soggettiva perfetta avente la consistenza di diritto soggettivo, che può affievolirsi in interesse legittimo solo in presenza della causa preclusiva di cui all’art. 6 comma 1, lettera c) e non anche a quella di cui alla lettera b);

- attribuiva valore alla prova fornita dal ricorrente con il casellario osservando che la norma di cui all’art. 40 del DPR 445/2000, dettata da esigenze di semplificazione dell’azione amministrativa è volta semplicemente ad agevolare il privato che nei rapporti con le amministrazioni pubbliche possono valersi delle autocertificazioni ai sensi degli artt. 46 e 47 del DPR n. 445/2000 in ordine a stati, qualità personali e fatti, e non afferma certo la minore valenza probatoria delle certificazioni rilasciate dalle amministrazioni stesse.

- accoglieva la domanda e per l’effetto dichiarava il diritto del ricorrente a vedersi riconosciuto lo status di cittadino italiano ai sensi dell’art. 5 della legge n. 91/92.

Ci sono voluti 11 anni per istruire una pratica che per legge avrebbe dovuto essere istruita in appena un anno dalla domanda.

- Scarica la sentenza

PDF - 6.1 Mb
Tribunale di Bari, sentenza n. 3520 del 30 luglio 2018