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Se il razzismo è di Stato

#10novembre, Uniti e solidali contro il Governo e il Decreto Salvini

9 novembre 2018

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«In Italia si è avviata la costruzione di un sistema razzista, reso efficace e duraturo dalla legge, che rischia di portare a una frattura della popolazione dai perniciosi effetti di lunga durata [1]»

Così, l’analisi sociologica riguardo il razzismo contemporaneo che, in parte, lo considera innanzitutto violenza e dominio materiale, una specifica tecnologia di governo della società che affonda le radici nello sviluppo del capitalismo moderno.

Un’epoca, quella della comunicazione totale e delle illimitate possibilità di movimento che è anche quella in cui questa possibilità è come non mai governata e controllata. Una produzione giuridica ed insieme culturale, quella che interessa i fenomeni sociali, immigrazione e/o gentrificazione, che rende certi gruppi e soggetti più (in)desiderabili o pericolosi di altri, attraverso concatenamenti di potenze, intrecci di forze, giurisprudenza laboriosa e negazione di diritti.

Su questa linea, il decreto Salvini rende i diritti umani dei veri e propri privilegi ad usufrutto di alcuni, producendo ripetuti meccanismi di subordinazione che creano sottogruppi di cittadini, a cui, normativamente, sono garantiti impari opportunità e diritti ineguali per una libertà ’accettata come somma dei privilegi ereditati insieme al titolo e alla terra’. Leggi di repressione che mettono tutti in una condizione di costante bisogno e di mancato riconoscimento giuridico, basi inalienabili per una relazione che non sia di ordine para-schiavistico e/o di sfruttamento, se basate sul dominio e sulla completa coercizione [2]’.

Qui, la costruzione del migrante irregolare connota profondamente l’iter integrativo della persona nella società d’approdo. L’abrogazione della protezione umanitaria, l’allungamento dai tre ai sei mesi nei CPR, la revoca facile della cittadinanza: il razzismo diventa più pervasivo ed assume svariate forme, escludendo individui o gruppi interi dall’umanità. Diritti umani che si riducono ad essere “quasi fisicamente ad essere quel terzo spazio tra nazione di arrivo e nazione di provenienza [3]”, inscritti in un ampio sistema globale di dominio e di possesso, per cui si instaura un abominevole cortocircuito tra la costruzione giuridica delle migrazioni politiche come fenomeno ‘a parte’ e la contemporanea erosione dei diritti che trasforma la maggior parte di richiedenti in masse di ‘clandestini’ passibili di essere respinti, rinchiusi, deportati, deumanizzati, criminalizzati e animalizzati [4] . Nell’ambito sicurezza, invece, leggi accompagnate da una espansione e frammentazione di categorie legali, dalla creazione di specifici apparati di controllo, da tecnologie di sorveglianza per la detenzione (all’interno) e la deportazione (all’esterno) degli indesiderati.
Il fattore che la caratterizza è la mancanza di libertà [5]”. Daspo urbano più severo, esteso anche alle strutture sanitarie impedendo eventuali cure mediche, alle zone turistiche. Sgomberi disumani e criminalizzazione degli occupanti,blocchi stradali sanzionati penalmente, utilizzo dei droni e nuovi sistemi di videosorveglianza, taser ai vigili urbani, una popolare regressione in termini di democrazia.

Uno stanziamento di 267 milioni di euro su 360 per la pubblica sicurezza, imperfetta quanto lo è il concetto. Pratiche di una sicurezza che è variabile, che dipende dalle condizioni di evoluzioni del campo ed è aperta alle analisi della situazione. Sicurezza che non è un atto eccezionale di un sovrano ma è sempre analizzata in termini di frizioni e di negoziazioni tra gli attori. Politiche restrittive in materia di immigrazione e sicurezza ovunque accompagnate da una espansione e frammentazione di categorie legali, dalla creazione di specifici apparati di controllo, da tecnologie di sorveglianza per la detenzione (all’interno) e la deportazione (all’esterno) degli indesiderati. Sicurezza che richiama al confine : ’confinare non è un’azione, ma un’interazione tra attori non statali, processi ed organizzazioni in cui rientrano obblighi, richieste, autorizzazioni, permessi, doveri e diritti’. [6]

In questi ’tempi bui’, per Didier Fassin [7] diviene centrale un’etnografia della burocrazia per comprendere né il potere dello Stato ma la sua capacità di produrre illegalità, illeggibilità e parzialità - come disfunzioni anche funzionali - attraverso il concreto funzionamento delle sue amministrazioni. Lo Stato agisce attraverso decreti del Governo, immemori dell’iter parlamentare, in modo da innescare l’emergenza in un permanente stato d’eccezione, che si autolegittima e si concretizza in varie forme. Circolari, sorprendentemente, quasi sempre rivolte a colpire specifici individui pregiudizialmente pericolosi che invece velano una progressiva riduzione dei diritti degli indesiderati o indivisibili, costruendo normativamente l’irregolarità al fine di alimentare insicurezze e legittimare la politica del controllo. Dichiarazioni razziste di esponenti politici, regolamenti xenofobi di tante amministrazioni locali, un complesso di leggi, un sistema di pregiudizi e pratiche, leggi nazionali che creano panico e ledono i diritti di chi migra, la cattiva qualità delle decisioni politiche, i regolamenti che da esse si producono, la burocrazia complicata, le politiche scolastiche, abitative e lavorative che oltre ad avere impatto sulla vita dei migranti hanno inevitabilmente forte impatto sulla vita di tutti noi abitanti delle città, alimentando disparità di trattamento, divisioni, malessere sociale, disuguaglianze nella società, la ’guerra tra i poveri’.

Il decreto Salvini mostra, così, la gravità e la pesantezza del razzismo istituzionale, che non ha possibilità di essere misurato, ma si valuta e giudicando l’entità dei danni che determina all’interno del tessuto sociale e perpetuando, sempre più violentemente e velocemente, la disuguaglianza tra le persone, servendosi si un decreto che che crea nuove determinazioni per la sospensione dei diritti fondamentali.

Siamo diventati “tribali”, ci siamo stretti attorno al totem della nostra cultura, pronti a difenderlo. In realtà vogliamo difendere i nostri soldi, la nostra abitudine, non la nostra cultura. Non sapevamo nemmeno di averla, non lo sappiamo nemmeno ora. Ce lo dicono. Lo fanno per farci credere che abbiamo qualcosa da perdere e che solo loro possono difenderci. Il sapere, la cultura sono le uniche ricchezze che possiamo condividere, senza che ci vengano meno […] Abbiamo preferito tenerci ognuno la nostra idea e siamo diventati sempre più soli. E più poveri, di idee e nel linguaggio. Non riusciamo più a guardare lontano, che è ciò che ha fatto umani gli esseri umani. Animali stanziali nel pensiero, ecco cosa siamo oggi. Usiamo poche parole, sempre le stesse, perché abbiamo poco da dire, ripetiamo sempre le stesse cose. Aprirsi all’altro è il motore della cultura. La diversità offre nuove scelte, arricchisce il mondo, arricchisce noi, fa entrare aria nuova. Ma abbiamo preferito chiudere le paratie e respirare l’aria stagnante della purezza [8]