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Report sul settimo viaggio in Bosnia (9 - 13 novembre 2018)

Un racconto di due operatori indipendenti a Bihać e Velika Kladuša

21 novembre 2018

Abdul, 33 anni, è arrivato di recente a Velika Kladuša dopo un viaggio durato più di un anno. Viene dal Myanmar e ha perso tutto: sua moglie e i suoi figli sono stati uccisi e non ha notizie di suo padre, madre e sorelle.
[…] "Ho perso tutto, sì, è vero", dice. "Ma devo arrivare in Europa, in un modo o nell’altro. Per dare un senso a ciò che ho perso. Lo devo ai miei figli morti. A mia moglie che è stata uccisa. A quelli che non hanno avuto la fortuna di essere arrivati ​​qui sani e salvi."
Lorenzo Tondo, the Guardian, 13 novembre 2018

Dopo il veloce viaggio collettivo del 28 ottobre per capire qualcosa dellaprotesta dei migranti lungo il confine kladushiano di Maljevac, siamo ritornati in quelle terre, per la settima volta, dal 9 al 13 novembre.

Il viaggio del 28 ottobre, nato all’interno del collettivo triestino Abbasso le frontiere fvg, era animato oltre che dal desiderio di capire, anche da quello di portare solidarietà alla protesta: un gesto politico, quindi.

Intorno a questo intervento, sono nati dei problemi sul carattere della protesta stessa, che - ci è stato riferito - vedeva la presenza attiva, anche sul piano organizzativo, degli ‘smuggler’ (o passeur o trafficanti) che organizzano i passaggi dei migranti attraverso i confini verso l’Italia e oltre.

Parlando con la gente ammassata vicino al confine di Maljevac, molte persone ci apparivano sinceramente sdegnate e partecipi, convinte di una protesta che voleva attirare l’attenzione sull’assurda condizione dei rifugiati di Kladusha (in questo caso: ma proteste, rientrate più in fretta, c’erano state anche a Bihać). Ciò non contraddiceva necessariamente la presenza attiva dei trafficanti, che si coglieva, probabilmente, nella rapida scrittura di cartelli, anche in italian, per una veloce manifestazione.

Secondo alcuni operatori volontari, presenti in loco, la protesta era completamente gestita da trafficanti. Su questa problematica sono nate, nel gruppo triestino, posizioni diverse. A noi due pareva, comunque, inaccettabile ritenere che tutte queste persone non avessero una volontà propria e fossero soltanto dei fantocci nelle mani dei trafficanti.

Indubbiamente, in una situazione di tale complessità, molto ci sfugge. Bisogna avere l’umiltà di ammetterlo. Ci chiediamo se la nostra fosse soltanto un’astratta posizione di principio, sospinta dal desiderio di ‘far politica’ e non solo assistenza e, al massimo, informazione. Non possiamo escluderlo: se si tenta di agire si può anche sbagliare. Non dobbiamo aver paura di sbagliare.

Il brano che abbiamo voluto mettere in esergo enuncia la forza di un desiderio che non ci sembra soltanto quello di avere un lavoro, una casa in cui crescere i figli, di raggiungere la condizione di un ‘normale’ cittadino europeo. In mezzo a tanta miseria, non solo materiale, ci pare che sulla forza di questi desideri si debba fare una scommessa politica. Un impegno politico con gli ultimi della terra è molto difficile.

Le nostre esperienze politiche hanno sempre riguardato, sinora, soggetti minimamente garantiti, dotati di alcuni diritti di base. Ad esempio, la figura dell’operaio, che è stato il principale protagonista dei conflitti sociali in Europa e in Italia - pensiamo, in particolare, agli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso - aveva comunque alcuni diritti formali e anche non formali, tra cui quello di associarsi sindacalmente e politicamente; era riconosciuto, sia pure a fatica - ora più ora meno, nelle varie vicende storiche - come un attore sociale. La stessa condizione di fabbrica - il lavoro e gli interessi comuni - rendeva possibili comportamenti e azioni collettivi.

Una figura intermedia era il migrante degli anni Novanta, che veniva in Italia per cercare lavoro. Poteva diventare un operaio e, in quanto tale, godere di alcuni diritti come quelli sindacali. Era comunque una condizione incerta che poteva scivolare facilmente verso le forme di semi-schiavitù di alcune attività agricole nel sud e non solo nel Sud.

Nell’attuale forma di migrazione, invece, ci troviamo di fronte a persone del tutto prive di diritti - a delle non-persone - inchiodate ai bisogni della sopravvivenza. Questa condizione rende estremamente difficile un percorso di soggettivazione politica. Spesso abbiamo visto contrasti fa etnie differenti; in una condizione di estremo bisogno gli interessi individuali vengono facilmente esasperati, ciò che porta prima o poi a forme di disperazione. Così, chi interviene resta bloccato in un impegno puramente umanitario.

La situazione storica in cui ci troviamo richiede una forma nuova d’impegno resistenziale, che deve necessariamente cominciare dai bisogni primari, ma senza mai dimenticare la prospettiva politica, anche se - per ora - questa sembra rimanere un pio desiderio. Tuttavia, la stessa insistenza, in Italia e altrove, a criminalizzare il fenomeno delle migrazioni e le forme di solidarietà con i migranti, costruendo su questa criminalizzazione un progetto di potere, indica che anche quello che appare come mero impegno assistenziale, umanitario, ha sin d’ora valenza politica: la solidarietà, anche in forme molto semplici, è diventata un reato: quindi è un agire che dà molto fastidio al potere.

Le recenti proteste - non solo a Kladusha, anche a Bihać - hanno comunque modificato la situazione, ma in maniera confusa, senza che appaia un vero progetto, di cui tuttavia si cominciano a scorgere dei percorsi, ancora incerti, spinti anche dalla necessità: l’inverno è molto duro da quelle parti e le varie autorità, forse, non possono permettersi situazioni sanitarie oltre i limiti fisici di sopportazione.

Un elemento rilevante è il rapido deterioramento del rapporto, finora buono, fra migranti e popolazioni locali, anche se non si manifesta in maniera apertamente razzista, ma piuttosto come indice di un affaticamento della gente di queste piccole città per gli andirivieni di migliaia di persone - numeri certo non grandi se paragonati a quelli della Grecia, ma non indifferenti per cittadine di poche decine di migliaia di abitanti, oltretutto molto povere e con il ricordo ancor vivo, inciso anche nelle tracce sui muri delle case, della non lontana tragedia bellica.

Scrive il giornalista Gabriele Gatti (9 novembre):
La situazione delineatasi nelle scorse settimane ha scosso questi territori come non accadeva da anni. La volontà dei cittadini di organizzarsi dal basso, unita all’insicurezza sul grande tema della gestione degli innumerevoli migranti nel cantone Una-Sana, ha fatto in modo che si formassero due distinti movimenti di protesta, diametralmente opposti tra loro, che hanno determinato la mobilitazione popolare di Bihać e Velika Kladuša. In un’intervista, lo stesso sindaco di Bihać Shuret Fazlic dichiarò: “Ci può essere cooperazione tra Velika Kladuša e Bihać ma non è necessaria. Noi a Bihać abbiamo i nostri migranti e a Velika Kladuša hanno i loro”. Nulla si è rivelato più falso in questi mesi in cui le due città si sono trovate a condividere i flussi di persone in transito verso l’Europa, che, dal canto suo, continua a tenere i confini saldamente chiusi”.

Pubblichiamo le due petizioni, diffuse alla fine d’ottobre a Velika Kladuša e a Bihać, rivolte sia alle autorità locali del cantone Una Sana che a quelle statali della Bosnia Erzegovina.

Petizione dei cittadini di Velika Kladuša

L’Associazione degli imprenditori di Velika Kladuša e i cittadini della municipalità di Velika Kladuša ai sensi dell’articolo 32 della Costituzione della Bosnia-Erzegovina, firmata e presentata di seguito, presentano e chiedono una risposta e un’azione urgente sui seguenti punti.

Petizione per lo sblocco di emergenza della frontiera Maljevac

Esortiamo il summenzionato Stato competente e i rappresentanti internazionali a prendere tutte le misure necessarie per lo sblocco della frontiera di Maljevac con procedura urgente.
Diamo pieno sostegno a tutti i membri della Polizia del Cantone di Una Sana per le attività svolte al fine di proteggere i cittadini della USK e i loro diritti, nonché per le attività e le misure relative al mantenimento del generale stato di sicurezza.
Sottolineiamo che la petizione non viene considerata come una qualsiasi forma di stigmatizzazione dei migranti o dei loro diritti umani, ma viene definita come il diritto umano fondamentale dei nostri cittadini alla vita, alla sicurezza personale, al rispetto della vita privata e familiare, alla casa e alla comunicazione, al diritto all’assistenza sanitaria e alla protezione dell’ambiente.

Petizione dei cittadini di Bihać

I cittadini di Bihać sottoscrivono, presentano e richiedono una risposta e un’azione urgente su quanto segue:
Petizione per l’emergenza migranti nella parte urbana e abitata della città di Bihać
Esortiamo il suddetto Stato competente e i rappresentanti internazionali a trasferire urgentemente tutti i migranti presenti nell’area della parte urbana e popolata di Bihać in una posizione adeguata al di fuori della città, che soddisfi i requisiti tecnici minimi per l’alloggio ed il soggiorno.

Chiediamo che i migranti siano collocati in un centro di accoglienza fuori dalla città di Bihać, all’interno del quale verranno forniti tutti i servizi necessari - registrazione, assistenza sanitaria, cibo e vestiario, ecc., dove il livello minimo di vita e la loro dignità siano rispettati, con l’obiettivo di evitare che escano dal centro di accoglienza, poiché nella maggior parte dei casi sono persone di identità sconosciuta, cioè persone che non hanno documenti di identificazione.

Come tali, i migranti in passato hanno violato e violano l’ordine pubblico e la pace nel centro della città, causando incertezza e disagio tra i cittadini di Bihać e USK, provocando proteste pacifiche dei cittadini nel centro di Bihać, come questa petizione.

Chiediamo lo spostamento dei migranti sia per garantire i loro diritti, sia per garantire i diritti dei cittadini dell’USK e la sicurezza dei nostri bambini.
Chiediamo all’OIM di iniziare finalmente a rispettare i cittadini della USK e i loro diritti, così come le leggi dello Stato di Bosnia ed Erzegovina

I cittadini di Bihać danno pieno sostegno al commissario di polizia Mujo Koričić e a tutti i membri della polizia del Cantone di Una Sana sulle attività che stanno perseguendo al fine di proteggere i cittadini della USK e i loro diritti, nonché attività e misure relative al mantenimento di un generale stato di sicurezza.

Chiediamo al governo Federale di BiH e alle ferrovie FBiH di continuare a fermare la linea Sarajevo - Bihać - Sarajevo

Sottolineiamo che la petizione non deve essere considerata come una qualsiasi forma di stigmatizzazione dei migranti o dei loro diritti umani, ma viene definita come il diritto umano fondamentale dei nostri cittadini alla vita, alla sicurezza personale, al rispetto della vita privata e familiare, alla casa e alla comunicazione, al diritto all’assistenza sanitaria e alla protezione dell’ambiente.

Entrambe le petizioni si preoccupano di affermare che non sono contro i migranti, ma per il diritto di tranquilla convivenza dei cittadini. Quella di Bihać, però, promossa dal professor Sej Ramic, consigliere comunale, figura popolare in città, chiede anche che i migranti non possano uscire ‘dai centri di accoglienza’, aprendo quindi una prospettiva di tipo carcerario.

Velika Kladuša

A Kladuša, invece, dove sono stimate circa 1.000 persone, la preoccupazione principale era l’apertura della frontiera croata, indispensabile per l’economia della zona. A questo scopo è stato rapidamente aperto un capannone dell’ex fabbrica Miral, a Polje a pochi chilometri da Kladuša, pare a spese del proprietario, dove sono stati portati i protestatari, dopo una settimana di occupazione di una delle due strade che portano alla frontiera. Lo scopo di riaprire la frontiera è stato così raggiunto.

Noi siamo riusciti a visitare la Miral, dove oggi soggiornano circa 150 persone di varie etnie (tranne afgani e pakistani, che sono invece al campo) e famiglie con bambini. L’interno del vasto capannone, su due piani, è abbastanza pulito. I migranti si sono ricavati degli spazi con il materiale trovato in loco: parti di mobili metallici, divisori di compensati, pareti improvvisate di cartoni. Fuori dal capannone ci sono 14 bagni blu chimici; altri, ci risultano, all’interno.

Colpiscono i bambini, i gruppi di famiglie, gli sguardi a volte assenti dei padri, la forza della volontà o della disperazione che si legge negli occhi delle madri, i giochi ripetitivi e le stereotipie dei più piccoli, un po’ guardati a vista dai genitori, un po’ lasciati a se stessi. Viene spontaneo osservare come questi adulti deprivati a loro volta trascurino il legame con i loro figli.

Un bambino, nel grande piazzale del Miral, ruota su se stesso in modo circolare, come a stordirsi. Cade, si rialza e ricomincia il suo gioco solitario. Lo spazio intorno è astratto, non offre nulla né agli adulti, tanto meno ai bambini. Decine e decine di persone sono insieme eppure ognuna è isolata in sé. Un altro piccolo, forse dell’età di 5 anni, solleva da solo una grande carriola cercando di spostarla. Costruisce il suo mondo fantastico tra le erbacce che crescono nella piana di cemento del capannone Miral.

Il mondo che i suoi genitori vorrebbero per lui è sordo ai loro richiami e l’enormità da cui fuggono è concentrata tutta lì: ridotta alla piccola misura di questo esserino fino a farlo sparire. La madre lo osserva da lontano con sguardo rassegnato, il padre sembra chiuso in un’impotenza che lo rende assente e poco partecipe. Adulti e bambini tutti, appaiono dei neglect, vittime di una deprivazione e di una trascuratezza in cui li ha sprofondati l’abisso di questa loro condizione di migranti alle porte d’Europa.

Il loro tempo circolare è interrotto dalle presenze che arrivano e da quelle che partono: ragazzi e giovani uomini che tornano dal “game”, stanchi, sfiniti, feriti, esausti. Quelli che invece partono, non destano stupore e neppure commento, solo sguardi che parlano da sé in una mescolanza di speranza, paura e desiderio.
Poi arriva il tempo per i pasti, cui provvede la CR.

Pare che all’inizio alla Miral fossero più dei 150 che, ci dicono, sono oggi, ma poi molti hanno preferito tornare al campo di Trnovi, vicino al confine, dove sono fra i 350 e i 400 (pochissimi tuttavia i nuclei familiari). Come è noto, in questo campo l’avvento per quanto tardivo dell’inverno non è sopportabile, ma le autorità locali non hanno l’intenzione di fare nulla. Capiamo perché, quando veniamo sapere che il governo cantonale, in una riunione recentissima, ha chiesto all’IOM di trasferire quanto prima (pare entro 15 giorni) gli ‘ospiti’ della Miral in un ‘centro di accoglienza in un paese vicino a Sarajevo, Usivak nel comune di Hadzici.

L’ultima notizia è che, se entro il 16 novembre qualche grande organizzazione non si fa carico di gestire la Miral, il proprietario chiude il capannone. A oggi non sappiamo come sia andata.

Nel frattempo, tutti i rifugiati di Kladusha che si trovano fuori dal campo di Trnovi, come i 20 afgani che vivono nell’hangar messo a disposizione da un privato, devono essere trasferiti nel campo di Trnovi. A tutti è, inoltre, vietato prendere l’autobus, in particolare per Bihac: così lungo i 50 chilometri della strada fra Kladusha e Bihac, abbiamo visto camminare numerosi gruppi e individui con zaini in spalla, chi lesto, chi con il passo lento e già provato da fatica e debolezza, chi in gruppo, chi abbandonato esausto al lato della strada, anche chi marcia con l’infradito. Esseri umani privati della dignità, resi “non persone”, disumanizzati: appaiono così costoro che ai bordi dell’asfalto non alzano neppure lo sguardo per cercare l’aiuto di un trasporto. Il taxi Velika Kladusa-Bihac ha un costo sproporzionato: 100 euro che per la Bosnia sono tanti. Offrire un passaggio pare che sia sanzionabile, non tanto per una legge nazionale bensì per protocolli interni della polizia locale. Resta solo la possibilità di questo viaggio a piedi che aggiunge umiliazione a umiliazione.

Rimane incomprensibile come il campo di Trnovi possa affrontare l’inverno. Le attiviste di No Name Kitchen sono molto preoccupate e si predispongono a fare il possibile, se saranno lasciate agire. Si sono già viste sottrarre la cura di prima soccorso delle ferite, tant’è che non sono più in grado di accettare bende, garze, betadine, disinfettanti. Ormai si aspetta solo che sia introdotto ufficialmente il reato di solidarietà. Nell’area delle docce, che con grande capacità sono riuscite ad allestire, giungendo a portare nelle cabine l’acqua calda, si accalca la piccola marea di donne o uomini che, alternativamente, vengono a lavarsi. Lasciano i panni sporchi e ricevono quelli puliti, in un’alternanza garantita dal processo di pulizia e lavaggio eseguito laboriosamente dalle attiviste e volontarie di NNK.

In quest’area incrociamo molte vite e le loro storie. Troviamo casualmente Mohammad, che ha il setto nasale forse fratturato, di sicuro dai manganelli della polizia croata. È appena ritornato dal game, frustrato, depresso. Ci mostra il cellulare fracassato dai colpi. Non piange, ma basta guardarlo con un minimo di calore che le lacrime gli rigano le guance e ci chiede: “Perché? Perché mi hanno fatto questo?”.

C’è anche Kamal, piccolo curdo siriano che cerca di studiare assieme alla volontaria di NNK, usando una salvietta da bar e un mozzicone di matita. Improvvisa per l’amico di sventura una suonata con la sua fisarmonica. Sembra possedere il ritmo segreto di un tempo che solo lui conosce, trasformando il presente schiacciato nella palude di Kladusha in un futuro da sognare.

Sempre a Kladusha, veniamo poi a conoscenza che esiste un progetto di “SOS team Kladusha”. Ospiti in arrivo di Udine, presente qui negli stessi giorni, ce lo ha spiegato nell’incontro che abbiamo avuto. Si tratta di piccole strutture in legno, a forma di casetta, con dentro un bidone-stufa, utilizzabili da 5/6 persone, dal costo contenuto. Ci sembra però difficile costruirne un numero sufficiente per tutte le persone del campo che si avvicinano a 400: più probabile che il campo di Trnovi segua la stessa strada della Miral, quella di Usivak, nel lontano cantone di Sarajevo. Ovviamente, siamo nell’ambito della congettura.

Sappiamo che a Kladusha è ancora attiva l’importante risorsa del ristorante curato da un cittadino locale, visitato un mese fa, che fruisce dei finanziamenti di un’associazione olandese.

Nel campo di Trnovi, quasi tutti hanno segni sul corpo: i colpi polizieschi dei respingimenti, più o meno gravi, come una gamba fratturata o un naso rotto o i segni lividi dei manganelli; le piaghe ai piedi delle interminabili camminate nei boschi…

Dai numerosi racconti, il comportamento violento e del tutto illegale della polizia croata appare come un sistema ormai definito: fare un gruppo o una fila di poliziotti entro cui far passare i migranti e pestarli. Dei ragazzi tornati dal “game” con ferite multiple, ci hanno riferito che i poliziotti, 9 nel loro caso, si erano disposti in cerchio pestando con calci, pugni, manganelli uno o due rifugiati alla volta, portati al centro del cerchio stesso, in modo che gli altri assistessero alle violenze in attesa del loro turno. Una sevizia, ovviamente, anche psicologica. Forse è proprio questo lo scopo principale: umiliare per inibire.

In altri casi, c’è il passaggio da un gruppo di poliziotti per così dire ufficiali, che fanno firmare documenti ovviamente incomprensibili ai migranti, a un gruppo mascherato che esegue il pestaggio con corollario di distruzione di cellulari e sottrazione di denaro. Mentre ai telegiornali dell’UE la polizia croata viene presentata in modo serafico come la paladina e il baluardo dei suoi confini.

Tra le tende della palude di Kladusa, ci siamo avvicinati a quella del ragazzo con la gamba fratturata dai manganelli. Abbiamo conosciuto la sua storia da Mohammad che ci ha fatto da guida nei primi due giorni. Prima della sua, c’è però un’altra tenda che ha attirato la nostra attenzione. Due ragazzi magrissimi, stanno stendendo i loro abiti bagnati. Non sono pakistani, non sono afgani, sono Rohynga. Hanno lasciato il Myanmar due anni fa e, a piedi, si, proprio a piedi, sono arrivati in Bosnia dopo un anno e due mesi. Hanno perso tutto laggiù, la moglie, i figli, sono sopravvissuti per puro caso e per pura fortuna sono riusciti a fuggire. Ora, ci dicono, non possiamo morire in questa palude di fango. Vogliamo arrivare in Europa e trovare un lavoro: “lo dobbiamo ai nostri morti”.

Parole o commenti sarebbero di troppo. È più facile descrivere che raccontare.
Lasciamo questa parte con un’ultima immagine: quella di un ragazzo di ritorno dal game pieno di botte, avvolto su stesso dentro una coperta senza un lembo di corpo fuori. Sembrava un fagotto gettatosi là, sulla nuda terra, come un bozzolo serrato in un dolore sordo, chiuso al mondo, speriamo non alla vita.

Nel campo è sempre la Croce Rossa che fornisce il vitto, mentre la sanità è in carico a medici dell’ospedale locale, stipendiati da MSF: vi si recano con una clinica mobile per quattro ore il lunedì, mercoledì e venerdì. Sembra, tuttavia, che il loro rapporto con i rifugiati sia piuttosto discutibile. Pare anche che chi si trova in condizioni preoccupanti, se si reca in ospedale da solo, ha più probabilità di essere tenuto in considerazione e di pagare meno la prestazione.

L’aiuto dei volontari non è ben visto e a volte fa lievitare il costo dell’intervento. Per cogliere il clima con cui vengono elargite le cure mediche, riportiamo l’episodio, che ci è stato riferito, di un migrante trasportato urgentemente in ospedale, il quale parla molto bene l’inglese. Anche solo per conoscere il nome del ragazzo, il medico ha evitato di rivolgersi direttamente a lui ma lo ha chiesto al volontario che, invece, ha invitato il medico a chiederlo direttamente al ragazzo. Il medico, allora, seccamente, ha vergato sul foglio: migrante!

Al campo delle tende, molte persone appaiono bisognose di cure a causa di vari malesseri, dei fumi tossici provocati dai fuochi della plastica, di allergie, di ferite varie, spessissimo dovute al game, di raffreddamenti, di scabbia. Eppure, in molti riferiscono di sentirsi rispondere dal medico: torna domani. E ogni volta è un “torna domani”. Persino un bambino con allergia da piante di bosco, non è stato curato.
Tra le tante storie, l’ultima sera a Kladuša, abbiamo incrociato quelle di un gruppo di uomini, non particolarmente diverse dalle altre, ma pregnanti per i contenuti e per il materiale che ci hanno mostrato. Due fra loro provenivano da Gaza, uno dallo Yemen, altri due dall’Iraq. Le loro vicende si rincorrono, tragiche e simili.

R. era un ufficiale di Saddam - quando pronuncia questo nome ti guarda fisso negli occhi per leggere la tua reazione. Perseguitato alla caduta del dittatore, è riuscito a far fuggire la famiglia che ha ottenuto l’asilo politico e risiede in un Paese europeo. Vorrebbe raggiungere la moglie e i figli, eppure non riesce.

Ha 63 anni, uno sguardo quasi tattile, una forza espressiva straordinaria. Ci mostra dei documenti sanitari, in uno dei quali è certificato l’abuso e il danno irrimediabile alla mano provocato dai manganelli. Li sparpaglia attorno a noi come se questi pezzi di carta alzassero alto il suo grido per sentire riconosciuta l’ingiustizia subita. Alla voce “account of circumstances” c’è scritto: We weare groupof 17 person ( One family of 5 person and 12 single), we crossed the border to Croatia from Velika Kladusa (Bosnia), we arrived somwheare 15 km for away from the border when police officiers stopped us. They was 9 police officier in blu suits, they took our mobile phones and asked us to enter the van, wh’are 17 person in one van and the driver started to drive crazly and children started to vomite inside the car. They stopped the car (100 m for away from bosnian border and beat up one bay one so aggresivly and pushed back to Bosnian side with metal sticks (a firma del medico bosniaco dello staff MSF - testo riprodotto letteralmente)

Hamza, invece, è siriano. Vuole mostrarci un video girato nella foresta durante il tentativo del “game”. Mentre cammina con un gruppo di altri quattro compagni, sente delle grida e capisce subito che ci sono dei migranti feriti dalle guardie di frontiera. Li soccorre, ma decide anche di riprenderli per documentare le violenze.

Le scene che si susseguono nel video mostrano il volto insanguinato di un ferito e il sangue che scorre dalle caviglie di un altro ragazzo steso a terra. Il sonoro fa sentire le voci e le grida. Hamza appare ancora turbato soprattutto dalle grida che, ci racconta, “non riesco a dimenticare, non le avevo mai sentite così nella mia vita, mi ritornano sempre in testa”. Anche per noi è traumatico vedere tutto questo, nonostante le scene siano lì dentro il telefonino, distaccate da noi che semplicemente le ascoltiamo. Hamza invece le ha vissute e le rivive con noi in un tentativo di elaborazione che trasformi il suo timore verso la brutalità della polizia croata, in nuovo coraggio per affrontare il “game”. (video pubblicato il 10 novembre da Lorena Fornasir nel suo profilo Facebook)

Bihac

Nella cittadina sull’Una la situazione ci appare abbastanza diversa dalla nostra ultima visita del 21-23 settembre, come indica anche la petizione, il rapporto con la popolazione e con le istituzioni è cambiato, anche per l’incapacità o la non volontà di UNHCR e IOM di costruire un rapporto con la gente.

La gente bosniaca continua ad avere un atteggiamento non ostile, ma, dopo vari incidenti, si è insinuata una certa paura. Con l’approssimarsi dell’inverno, in cui le esigenze dei migranti aumenteranno, aumenterà anche il bisogno di sicurezza della gente. Ci sono stati rapine e furti a negozi e a persone, episodi prevedibili in una situazione in cui si ammassa un gran numero di persone deprivate di tutto, ma che ora, vengono usati strumentalmente in chiave politica.

La complessità della situazione è bene indicata da un certo comportamento della polizia, che, come ci è stato riferito, non rivela certe informazioni per non aumentare la paura sociale.

Il nuovo capo della polizia continua a bloccare l’accesso di nuovi migranti in treno e in autobus: quando arriva un treno da Sarajevo, la gente viene fatta scendere, tranne i migranti, che vengono identificati, se possibile, e, fatti passare a quattro alla volta per un cordone di polizia, messi su un autobus che li riporterà donde sono venuti. Hanno così speso per niente i 45 marchi del viaggio.

Nel Dom Borici sono in atto lavori di ristrutturazione: è stato posato il tetto; sono stati messi gli infissi alle finestre, ringhiere alle scale ed è iniziata dall’ultimo piano una ristrutturazione che comprende il rifacimento di soffitti e pavimenti sotto cui passano i tubi del riscaldamento. I lavori sono però iniziati molto tardi ed è improbabile che l’edificio sia pronto per il freddo che allora indugiava, ma che al momento in cui scriviamo, è già venuto. Al Borici sistemato dovrebbero stare 400 persone.

Tutte le altre dovrebbero essere portate nel gigantesco capannone BIRA ex Gorenje, fabbrica di elettrodomestici, che dovrebbe accogliere fino a 1200 persone. In questi capannoni, ad alcuni chilometri da Bihac, sono in atto grossi lavori di ristrutturazione. L’edifico, gestito dall’IOM, é severamente controllato. Noi siamo potuti entrare grazie all’autorizzazione della Croce Rossa di Bihac. A loro volta, per accedere, i migranti che vi sono ospitati devono mostrare un tesserino con foto. Quando qualcuno parte per la jungle lascia il suo tesserino in custodia a qualche amico per non perdere il diritto al posto nel caso in cui il game fallisse e lui fosse costretto a tornare indietro.

All’esterno decine di ragazzi in gruppo o isolati, stazionano sul piazzale in una dimensione che sembra irreale, senza tempo. Ci siamo avvicinati ad alcuni di loro e anche qui le storie sono sempre le stesse. Nel sentirle ripetere, sembra quasi di farci l’abitudine e di trovarle normali.

Un ragazzo avvolto in una coperta è appoggiato immobile a un palo della luce. Nonostante il freddo del tardo pomeriggio, porta l’infradito e trema in tutto il corpo. Ci racconta di essere stato selvaggiamente picchiato dalla polizia croata: “Ero partito con un gruppo di 8 compagni per il game. Siamo stati sorpresi nella foresta alle 3 di notte. Ci hanno picchiati, poi ci hanno versato addosso dell’acqua gelata.
Erano 5 poliziotti. Si sono messi in cerchio e ci hanno fatto entrare 2 alla volta dentro al cerchio. Poi ci hanno massacrato di botte
.” Ha la febbre, teme di avere mal di cuore, ma non ci sono medici per oggi, forse neanche domani. La sua storia è moneta corrente in posti così. In questo grigio e freddo pomeriggio, il palo della luce sembra essere l’unico suo sostegno.

Lasciarsi alle spalle situazioni del genere è un fardello che ci rende inconciliabile la vita “normale”.

Ci ritorna il ricordo di Elhan, una giovane iraniana respinta dal game varie volte, che al dom Borici di Bihac ci ripeteva ossessivamente una frase: “questa non è la mia vita, non può essere la mia vita, mi sembra di vivere in un incubo, io non sono reale e questo che sto vivendo non può essere vero …

Per sopportarla, aveva bisogno di dissociarsi dalla sua vita di migrante.

Anche il ragazzo appoggiato al palo della luce sembra difendersi dalle emozioni non provando né il freddo né il caldo della febbre, ma lasciando semplicemente che il corpo gli restituisca la sensazione di sentirsi vivo attraverso i brividi che lo scuotono nel corpo e il mal di cuore che gli consente di pre-occuparsi di sé.

Nell’altro grosso scheletro d’edificio di Bihac che sorge davanti al fiume, dove stavano parecchi migranti, fino a quando, dopo alcuni gravi incidenti, la polizia lo ha fatto sgomberare alcuni mesi fa, ce ne sono ancora: forse una cinquantina, ci è stato detto. Passando di lì la sera ne abbiamo sentito le voci e visto le luci di qualche cellulare…

In città, adesso, si vedono meno migranti. Nel centro pedonale che fino al nostro ultimo viaggio era frequentato senza problemi, ora si vedono poco. C’è più polizia. Agli incroci e agli angoli della via principale, abbiamo assistito a scene umilianti in cui i gendarmi bloccano i ragazzi, controllano i documenti e li respingono verso il dom Borici. Sappiamo che è aumentato l’allarme sociale e che i cittadini chiedono maggiore sicurezza.

D’altronde, in tutti e tre i luoghi di raccolta - Bihac, Kladusha e hotel Sedra nel comune di Cazin (che non abbiamo finora potuto visitare) - manca del tutto, ovviamente, ogni tentativo di socializzazione e di acculturazione, soprattutto con i bambini. La Croce Rossa di Bihac non ha né i mezzi né le possibilità per farlo. Cerca di porre un qualche rimedio a questa situazione l’IPSIA, l’organismo di cooperazione internazionale promosso dalle ACLI, che ha esperienza nell’ambito delle migrazioni e che è presente in Bosnia dalle guerre balcaniche, con un angolo del the, al Borici, utilizzando la tradizione orientale del te “per creare momenti di condivisione e socializzazione”.

I migranti, comunque, continuano a passare i confini per arrivare in Italia e andare oltre - come dice Abdul, che ha perso tutto: “Devo arrivare in Europa in un modo o nell’altro”.

Uno di questi è D. A., dal sorriso luminoso, ingegnere edile ventiquattrenne, di Gaza city, quartiere Al Shejaza. Ne raccogliamo la storia.

Figlio maggiorenne di una schiera di fratelli e sorelle, la famiglia investe su di lui dopo che tutte le risorse per una vita almeno tollerabile si sono esaurite: la loro casa è stata bombardata quattro volte. Alla domanda, ma come siete riusciti a sopravvivere, risponde: “per caso”. Ci mostra un video, girato qualche anno fa, in cui si vede una giovanissima sorella di 7 anni che si aggira fra le stanze devastate di un appartamento.

Nel luglio di quest’anno, la famiglia decide che lui, figlio maggiore, deve tentare la sorte. Pagano 1.300 dollari a qualcuno che paga a sua volta la polizia egiziana: al valico con l’Egitto, esiste questo prevedibile traffico. Dall’Egitto, passa in Turchia per via aerea, con il passaporto di Gaza. Dalla Turchia, dove rimane 20 giorni, in Grecia via mare. Poi, a piedi in Albania; dall’Albania in Montenegro. In questo passaggio, si unisce a K., curdo di Kobane, a due siriani e a un altro ragazzo gazawi, di Khan Yunis. Arrivano In Bosnia: da Sarajevo a Velika Kladusha, in autobus. La meta ultima è il Belgio, dove è convinto di poter chiedere asilo politico come palestinese. Tenta due volte il game e per due volte è respinto.

La prima volta lui e suoi compagni vengono catturati poco lontano dal confine in terra croata : presi a manganellate da una squadra di poliziotti mascherati vengono gettati nel fiume che li separa dalla Bosnia . Ritornano zuppi e pesti al campo di Kladusa.

La seconda volta D.A. tenta da solo. Ha con sé una batteria per il cellulare e tutto il cibo che riesce a portare. Passa il confine da un punto più a sud di Kladusha e per circa sette chilometri avanza in Croazia. Poi si ferma per due giorni di pioggia sulla riva del fiume Korana. Il fiume è piuttosto largo e impetuoso. Alla fine trova un punto che ritiene guadabile: usa un bastone per tastare il fondo. Quando l’acqua gli arriva al collo, torna indietro. Ripara nella giungla, ovviamente zuppo d’acqua gelida. Come se non bastasse, dopo un po’, avverte dei movimenti, grugniti, sbuffi e appare un orso, enorme. Pensiero: “E’ il mio giorno sfortunato oggi muoio!”. Poi: bomboletta deodorante spray e l’orso si allontana. Si chiude nel sacco a pelo, tutto bagnato, pensando. “se vivo, vivo; se muoio, muoio. Allah mi aiuterà!”. Il giorno dopo, riesce a trovare un ponte secondario, non controllato dalla polizia. In due giorni con molto cammino, poco e precario riposo, arriva a un secondo fiume. I ponti sono controllati dalla polizia. Aspetta per ore nascosto sotto un ponte. Niente da fare. Si butta nei cespugli per tentar di raggiungere un altro ponte non controllato: è due giorni che piove! Dopo una camminata fra le rocce arriva a un altro fiume, il fiume Kolpa, sul confine con la Slovenia e si nasconde in un folto d’alberi. Più tardi cerca un passaggio. Mentre cerca di capire come può fare, vede un fucile spuntare fra gli alberi: sono militari. Mani alzate, cerca di interloquire: sono un palestinese, lasciatemi andare. Niente da fare. I militari lo consegnano alla polizia, che lo portano in un garage. Poi, lo fanno uscire, lo trasferiscono in una campagna, dove altri poliziotti mascherati eseguono il solito rito brutale: lo colpiscono più volte con i manganelli, gli rompono il cellulare. “Go Kladusha”! 20 chilometri - ”come uno zombie”, dice - e poi di nuovo il noto triste campo. Riprese un poco le forze, dopo tre giorni in una simil-tenda di teli di plastica, si chiede “Che cosa faccio?” Dice che per i pakistani è accettabile stare a Kladusha. Per lui è come la morte. Tenterà ancora. Good luck!

Un’altra storia, colta al volo, ci ha colpito: quella di una giovane donna del Gabon, Mireille. La incontriamo a Kladusha, lungo la strada che porta al Dom Borici, dopo averle già parlato il giorno prima dentro il Dom. Con volto triste e arrabbiato, in tono cupo ma deciso, ci dice: torno in un camp della Grecia, perché lì stavo meglio!
Che tristezza! Questa donna ha fatto tutto il viaggio dalla Grecia fino alla Bosnia e ora ritorna là, in uno di quei camp donde era venuta!

Tante storie che non ci lasciano e noi fatichiamo a lasciare loro. Rientrare è sempre più difficile. Lasciamo Mireille lungo il vialetto sterrato che dal dom Borici porta verso il centro, verso la stazione dei treni per ritornare in uno dei tanti camp greci da cui era fuggita. Anche lei è una delle tante vite “prive di valore” accerchiata in un girone d’inferno. Lei è dentro, noi siamo fuori dall’abisso di queste esistenze. Una differenza incolmabile. Non si torna facilmente alla vita normale, nella comodità del nostro appartamento.

Il nostro contributo

Il nostro contributo come volontari indipendenti si basa sulla raccolta fondi svolta attraverso una rete pubblica di donatori.
Grazie alle donazioni di molte persone, con la raccolta attuale abbiamo raggiunto la somma di 5.525 euro che sono stati così distribuiti:
1. Kladusa
Per il nostro settimo viaggio in Bosnia, ci eravamo impegnati con NNK riguardo ad un investimento di 2.000 EURO finalizzati all’acquisto del materiale mancante più urgente.
La scelta di concordare con le operatrici i beni da comperare, ha continuato a rivelarsi il percorso più opportuno. I bisogni dei migranti del campo di Kladusa sono infatti soggetti all’influenza di fattori variabili: presenze effettive, spostamenti, decisioni politiche, collocamento di parte dei migranti nel capannone Miral, donazioni di materiale da parte di Associazioni ecc.
La necessità individuata da NNK ha riguardato l’acquisto delle tende.
Sono state ordinate 70 tende:
40 tende da 2 posti e 30 tende da 3 posti per un totale di 2.346,1 euro e acquistato intimo per un totale di 684,62 euro (di cui 561,42 relativi ad una rimanenza precedente)

2.
Abbiamo acquistato scarponi resistenti al freddo e pioggia per un totale di nr. 14 paia e 561.50 marchi bosniaci di spesa

3. Bihac
A Bihac la gestione da parte di IOM si estende al nuovo centro accoglienza (situato nel capannone BIRA) e contempla varie funzioni ma lascia sguarnite altre. Per questo motivo ci siamo rapportati con la Croce Rossa e con IPSIA che sostengono una quotidianità volta a salvaguardare – per quanto possibile – standard minimi di accoglienza e a favorire una matrice di socialità su una prospettiva temporale media
Il 28 ottobre 2018 avevamo sostenuto il primo microprogetto riguardante legna ed attrezzatura per cucinare sui cilindri di cemento = totale donazione euro 1.500,00
Il 12 novembre 2018 abbiamo devoluto la rimanenza di 1.742,50 euro ad IPSIA per il progetto del “caj corner": l’angolo del thé.
L’angolo del thé è uno spazio concepito come situazione aggregante ma anche formativa, di socializzazione ed educazione. Per i migranti il thé è la bevanda per eccellenza, bevuta in grandi quantità da soli e in compagnia, corroborante per lo spirito e con il profumo di casa. È una iniziativa finalizzata anche a contrastare il sentimento diffuso di frustrazione e a restituire un senso allo “stare dentro” nello spazio del dom Borici proprio nel momento in cui è sempre più ostacolata la presenza dei migranti in città.
Il progetto sarà gestito completamente dai volontari dell’IPSIA che hanno acquisito una competenza specifica maturata nei campi profughi in Serbia (a Krnjaca (Belgrado) e a Bogovadja l’IPSIA ha già sperimentato due punti di distribuzione e socializzazione)
La somma da investire prevede il costo delle attrezzature fra cui 2 bollitori da 25 litri (circa 150 euro cad), prolunghe, mestoli; acquisto di zucchero, bicchieri di carta, guanti per la distribuzione, liquido antibatterico per le mani dei volontari.
La distribuzione è calcolata su 500 thé al giorno (che corrispondono a 60 Kg di zucchero e 6mila bustine thé al mese)

4. Croce Rossa di Bihac_materiale sanitario
la Croce Rossa di Bihac si trova spesso ad intervenire come presidio di “emergenza” per i casi meno gravi, ma pare sguarnita di materiale sanitario. Per questo motivo, dopo verifiche e su richiesta esplicita, abbiamo lasciato 14 kg di materiale sanitario.
In altre situazioni informali presenti a Bihac e Kladusa abbiamo distribuito altri 3 kg tra betadine, disinfettanti, sciroppi, garze, cerotti ed altri 7 Kg sono stati consegnati per il campo di Sid
Tutta la documentazione - fra cui i progetti di IPSIA - è pubblicata nel gruppo donatori ed è archiviata tra gli atti in nostro possesso

Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, 19 novembre 2018