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L’esodo centroamericano è in attesa al confine con gli Stati Uniti

Eliana Gilet, Sputnik - 20 novembre 2018

21 novembre 2018

- Link all’articolo originale (ESP)

Un articolo di cronaca da Tijuana di Eliana Gilet, giornalista che ha viaggiato nelle scorse settimane con la Caravana de las Madres de Migrantes Desaparecido organizzata per il quattordicesimo anno consecutivo dal Movimiento Migrante Mesoamericano.
La traduzione è curata da CarovaneMigranti, che ringraziamo.
Leggi anche:
- Con il nord ben chiaro di Eliana Gilet, Brecha - 9 novembre 2018

Anche se ci sono persone che sono a Tijuana ormai da quasi 10 giorni, la decisione della maggioranza è di attendere un segnale favorevole dal Governo dell’altra parte. La lentezza del processo migratorio di entrata raffredda gli animi dei migranti. Sputnik è tra loro e ti racconta come vivono.

"Vorrei chiedere asilo negli Stati Uniti perché non posso tornare nel mio paese", ha detto a Sputnik una donna honduregna di 27 anni che ha chiesto di omettere il suo nome per motivi di sicurezza.

"Il mio ex marito mi ha minacciato di morte, è un militare, lavora per il governo", ha spiegato la giovane donna che alloggia nel rifugio temporaneo installato nel complesso sportivo Benito Juarez a Tijuana, a pochi metri dal confine tra Messico e Stati Uniti.

"Eravamo separati da più di due anni, ma quando ha scoperto che avevo un nuovo partner, è diventato violento. Ha minacciato di ucciderci", ha detto la ragazza. "Mi sono spaventata molto, ha detto, perché sono "armati" e intoccabili".

Casi come quello di questa giovane donna si ripetono tra le persone che compongono il primo gruppo dell’esodo migratorio arrivati alla frontiera più di una settimana fa. Tuttavia, quasi nessuno si è spostato da qui.

Alcune persone mi hanno detto che aspettano l’arrivo del resto del gruppo; 2.200 persone che sono rimaste bloccate a Mexicali, a 200 chilometri da Tijuana, e che non si sono incontrate perché non è stato dato loro il trasporto promesso.

La seconda carovana dell’esodo è invece arrivata questo lunedì a Jalisco, uno Stato che non fornirà più rifugi per il gruppo, secondo quanto scrive publimetro, ma ha realizzato nove punti di attenzione in tutto lo stato, su percorsi che vanno dal confine con Guanajuato agli inizi dello stato di Nayarit.

La polizia effettua controlli illegali alle persone ospitate nel campo sportivo Benito Juárez (Photo credit: Sputnik / Eliana Gilet)


La terza carovana si trova a Città del Messico, alla Casa del Pellegrino nella Basilica di Guadalupe. "Speriamo di trovarci un lavoro, o un visto, un riparo, e di poterci sistemare. Ma ci dicono che ci vorrà molto tempo", ha detto la giovane donna all’inizio di questa intervista. "Il problema è che non abbiamo nessuno che ci riceve dall’altra parte. Il Messico non è la nostra priorità".

Per Alex Mensing, membro di Pueblos Sin Fronteras, l’organizzazione che li ha accompagnati in Messico, la responsabilità dell’ "imbuto", e delle persone che sono state concentrate in città di confine come Tijuana è delle autorità statunitensi per l’immigrazione. "Da più di due anni, il governo degli Stati Uniti impedisce alle persone di esercitare il loro diritto di chiedere asilo".

"I funzionari del CBP [dogane e protezione delle frontiere], quando i migranti arrivano al check point, dicono loro che non c’è possibilità di asilo, che non ci sono quote programmate di entrata". "Se qualcuno arriva esprimendo la paura di tornare nel proprio paese, ha il diritto di far conoscere il proprio caso a un ufficiale o a un giudice dell’immigrazione", ha aggiunto.

Pedro Pablo nel rifugio Benito Juárez (Photo credit: Sputnik / Eliana Gilet)


Ci ha poi detto che l’autorità per l’immigrazione cambia quotidianamente il numero di addetti ai servizi burocratici e di accoglienza, che può variare da 20 a 90 persone. "A causa di ciò è aumentata la popolazione che preme sul confine, persone molto vulnerabili, che cercano di sopravvivere in una città pericolosa, in attesa del proprio turno per entrare".

Al fine di semplificare la situazione e per fare in modo che le persone che si trovano nel rifugio temporaneo di Benito Juarez non debbano andare personalmente a piedi al check point per chiedere un appuntamento, viene portata una lista. Secondo Mensing, ci sono già 500 persone interessate a chiedere asilo negli Stati Uniti, oltre a quelle che si sono rivolte direttamente al check point El Chaparral-San Ysidro.

Ha spiegato che fin da Città del Messico, diverse organizzazioni (Al Otro Lado, National Lawyers Guild e Pueblos Sin Fronteras) hanno fornito consulenza legale ai gruppi più numerosi, ora ci sono "molte altre organizzazioni che stanno collaborando per portare più avvocati statunitensi - che conoscono il loro sistema di asilo - e fornire quindi una consulenza individuale. "In modo che se qualcuno non ha buone possibilità di ottenere l’asilo, cerchi un’altra opzione, ma che sempre sia una decisione informata".

Billy Noel mostra il pezzo di carta che gli hanno dato quando ha chiesto un appuntamento per richiedere asilo al valico di San Ysidro (Photo credit: Sputnik / Eliana Gilet)


"Il nostro obiettivo non è quello di far entrare la gente negli Stati Uniti o che rimangano in Messico, non abbiamo un’opinione su cosa dovrebbero fare. Il nostro ruolo è quello di fornire informazioni veritiere e corrette in modo che ognuno possa esercitare la propria volontà", ha detto Mensing.

Pedro Pablo Núñez è un lavoratore rurale di 39 anni che viveva in un villaggio honduregno dove piovono pesci. "I pesci cadono dal cielo e vi sembrerà una bugia, ma è vero", ha detto a Sputnik; ma ciò che non cade dal cielo è il sostentamento per migliaia di persone, non c’è lavoro e i soldi necessari per piantare mais e fagioli, per questo ha dovuto lasciare la sua casa.

"La povertà attraversa il mio paese, ci sono giorni in cui lavori e giorni in cui non lavori.. Io lavoro nei campi, in agricoltura. Semino fagioli e mais, ma quest’anno non ho seminato niente perché non avevo soldi".Il mio paese è sconfitto", ci ha detto.

Núñez ha messo il dito nella piaga: sa che per il gigante del nord, la povertà non è un buon motivo, per concedere l’ asilo. "Ci dovrebbe essere [la possibilità di chiedere asilo] perché i bisogni sono grandi, e le persone fuggono non solo a causa della violenza. Siamo poveri e abbiamo bisogno di aiuto, una soluzione per quelli che non ce la fanno.

Attraversamento pedonale della porta di San Ysidro dopo essere stato rinforzato con barricate poste dall’esercito americano (Photo credit: Sputnik / Eliana Gilet)

Contro la violenza

Una decina di organizzazioni, su entrambi i lati del confine, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che invita le commissioni locali e nazionali per i diritti umani in Messico ad intervenire e fermare la campagna di odio promossa dal sindaco di Tijuana Juan Manuel Gastélum.

"Respingiamo le dichiarazioni del sindaco e chiediamo che ritratti la sua proposta di consultazione dei cittadini (per sapere se vogliono ricevere o meno altri migranti) volta a criminalizzare i migranti che arrivano alla frontiera", hanno detto in una conferenza stampa il 19 novembre.

Il giorno precedente, un centinaio di persone con bandiere messicane hanno manifestato con violenza e hanno cercato di raggiungere il rifugio per attaccare i migranti, ma sono state fermate da una recinzione della gendarmeria messicana, gestita dalla Polizia.

"Non volere migranti a Tijuana é non volere la stessa città. Il governo non rappresenta la popolazione e fa tutto il possibile per dividerci", hanno detto le organizzazioni. "Una carovana di migranti non è la causa dei problemi del nostro paese, sono i governi i principali responsabili della crisi e della violenza che stiamo vivendo".