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Global Compact - Per chi ancora crede nella possibilità di un “Patto Globale” per le migrazioni

di Alessio Mirra *

3 dicembre 2018

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Quando quel giorno Beto mi chiese “¿Qué opinas? Vale la pena?”, io gli dissi: sarà un evento unico da qui ai prossimi 30 anni. Dobbiamo fare qualcosa.
Mi disse: “Está bien".

Feci la registrazione. Dopo poche settimane mi arrivò un’e-mail, dove era specificato che la Casa del Migrante de Saltillo era stata ammessa a partecipare come invitata alla seconda consultazione tematica in preparazione al Patto Globale per una "Migrazione Sicura, Regolare e Ordinata" (Global Compact for a Safe, Orderly and Regular Migration, il suo nome ufficiale).

Inoltre, al formato che bisognava compilare per confermare la partecipazione, c’era l’opzione di poter intervenire. Consultai Beto. Lui mi disse: "Pues, vas tu". Gli dissi (sapendo che l´organizzazione non è dotata di finanze stellari): "Beto, costa molto...".
Lui mi chiese di nuovo: "¿Vale la pena de verdad?" Gli dissi: "Sì, vale la pena". Mi rispose: "Y entonces lo hacemos, pero no puedo con todo".

Gli chiesi se volesse che io intervenissi. Mi disse: "Pues, obvio".

Andai, pagando una parte del viaggio: ero emozionatissimo.

Dopo anni e anni di simulazioni di Model United Nations, dopo aver visitato le Nazioni Unite da turista, a 25 anni entravo al Palazzo di Vetro rappresentando un’organizzazione con 15 anni di storia, oltretutto avendo la possibilità di intervenire all’Assemblea.

Il tema della consultazione tematica era "addressing drivers of migration, including adverse effects of climate change, natural disasters and human-made crisis through protection and assistance, sustainable development, poverty eradication, conflict prevention and resolution".

L’importanza di includere nel Patto Globale per la Migrazione aspetti relativi alla protezione internazionale: una questione critica dal nostro punto di vista, cioè quello di un´organizzazione che sa bene che, almeno nel canale centroamericano, le persone che richiedono di una protezione internazionale sono le stesse che compongono i differenti flussi migratori.

Ritornando al dunque, era il 22 maggio 2017. Arrivai al palazzo di vetro. Passai il controllo. Ero felicissimo, e allo stesso tempo non sapevo che fare.

Avevo preparato un discorso (credo fossero due minuti). Mi dissi: hai solo due minuti. Solo due, ti ascolteranno tutti. Sfruttali.

Durante tutto il giorno lo cambiai almeno una ventina di volte.

Intanto tra gli esperti cerano persone come Walter Kalin e Alexander Aleinikoff: io avevo appena finito di scrivere la tesi, e avevo letto tutti i loro articoli. Ero una specie di bambino in un parco giochi.

Ad un certo punto, il rappresentante del Messico fece un intervento. Era già sera, e il mio era l’ultimo intervento. Poco dopo, mi avvisarono: a breve era il mio turno.

La sala dell’ECOSOC (Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite) è abbastanza grande: per la partecipazione della società civile, mettevano a disposizione l’ultima sedia nell’angolo in alto a destra della sala.
Prima di me avevano parlato persone con argomenti interessantissimi, e storie di vita ancora più interessanti!

Venne il mio turno: dissero il mio nome, andai. Vidi la mia faccia nello schermo. Parlai. Non ricordo se balbettai. Dissi quello che dovevo dire: breve, conciso, con l’appoggio della statistica. E dissi quello che dovevo dire, sebbene fosse l’esatto opposto di quello che aveva detto l’ambasciatore messicano.

Terminai. Si avvicinò una rappresentanza di Panamá, chiedendomi il testo del discorso. Ero sbalordito.

La rappresentanza del governo messicano tardò qualche secondo in più solo perché era dall’altro lato della stanza.

Non sapevo che fare - ma ero contentissimo. Per un momento, credetti di poter muovere un piccolo, minuscolo ma significante granello, e di rappresentare le 6.000 persone centroamericane che ogni anno l’organizzazione per la quale collaboravo appoggia. Mi sentì onorato.

Beto in realtà era il mio capo (ora mio amico): il suo nome é Alberto Xicotencatl Carrasco, un omino minuto, silenzioso e tranquillo, Direttore della Casa del Migrante de Saltillo, organizzazione con la quale ho collaborato per due anni, e che mi ha dato la possibilità di vivere da vicino buona parte dei negoziati per arrivare alla firma del Patto Globale per la Migrazione. Beto è uno straordinario difensore dei diritti umani.

Lui non lo sa, ma con questa esperienza fece di me un uomo felice.

A partire da quel giorno, non ho più mollato le fasi di negoziato del Patto Globale: si creò un gruppo di organizzazioni (el Bloque Latinoamericano), che per la prima volta riuniva organizzazioni dall’Argentina alla frontiera sud degli Stati Uniti.

Ebbi l’onore di rappresentare in più occasioni l’intera "frontiera".
Ci riunimmo a Quito (Ecuador), e li seppi che avevo ancora molto da imparare.
Ma non importava, stavo crescendo e stavo lottando per le persone che aiutava la mia organizzazione. In più, ora lottavo per gli interessi di un’intera rete di organizzazioni.

Seguimmo le fasi seguenti del negoziato, partecipammo e finalmente arrivammo a Puerto Vallarta a inizio dicembre 2017. Al meeting si seppe che gli Stati Uniti si ritiravano dai negoziati. Non demordemmo.

Per quanto ci fosse permesso, intervenimmo e cercavamo di dialogare con i rappresentanti governativi: ci riunimmo con gli stati del GRULAC (Grupo Geopolítico de América Latina y del Caribe), pianificammo, facemmo il possibile.

Non fu facile.

Non voglio dare opinioni su quale sono gli esiti del patto: CAREF (la Commissione Argentina di Aiuto ai Rifugiati), ha recentemente pubblicato uno schema comparativo dell’evoluzione dei diversi documenti che hanno generato il documento attuale alla firma dei 192 stati membri delle Nazioni Unite [1].

A Puerto Vallarta mi sentì orgoglioso: la delegazione italiana era composta da 3 persone. Un delegato del ministero degli esteri, un delegato dell’ambasciata italiana, e il capo della sicurezza dell’ambasciata. Mi sentì orgoglioso perché c’erano, e perché si interessarono e intervennero con una postura pacata.

Poi ci fu il discorso del premier Conte, giusto qualche mese fa: "abbiamo bisogno di una risposta strutturata, multilivello, e di breve, medio e lungo periodo da parte dell’intera comunità internazionale. Su tali basi, sosteniamo il Global Compact su Migrazioni e Rifugiati".

E poi, Matteo Salvini. Il Governo Italiano non andrà a Marrakech. Non firmerà alcunché.

Si può dire che mi vergogno ? Dopo quasi due anni di negoziati, lo Stato italiano si ricorda a due mesi dalla firma di un Patto (non un trattato, un patto con nessun valore vincolante) che non ha nessun potere di firmare, e che c’é bisogno del consenso delle forze politiche.

Io non so se si possa dire, però lo dico. Mi vergogno.

La scelta di non firmare il Patto (almeno per ora, voglio lasciare il beneficio del dubbio) unisce il governo italiano a pochi ma sciagurati esempi, come quello statunitense e quello ungherese.

Ovviamente, il paragone con la Svizzera non è pertinente: il governo svizzero ha deciso, prima di tutto di attenersi alla propria costituzione, e poi ha riaffermato il proprio appoggio al Global Compact.

Il vice-premier/ministro dell’interno ha invece ben pensato di "accontentare" le forze politiche di destra, aprendo un ulteriore dibattito rimandato a data da destinarsi. Intanto però, c’è l’approvazione con fiducia del Decreto Sicurezza.

Sicuramente, il Patto non è un documento perfetto: in fin dei conti, è un’indicazione politica. Il punto è che rappresenta un documento in cui la maggior parte delle forze internazionali ha riunito i propri sforzi per ricercare soluzioni comuni nei confronti di un panorama migratorio mondiale tutt’altro che roseo in termini di adozioni di politiche pubbliche.

Abbandonare il Patto pone l’Italia in una posizione di evidente isolamento: come si può chiedere l’appoggio della comunità internazionale, se non si partecipa all’unico processo veramente internazionale sul tema migratorio?

Resto basito, e perplesso: il Global Compact è tutto, fuorché quello di cui si parla. Una scheda de L’Avvenire [2] descrive bene quello che è il Patto per la Migrazione, le sue relazioni con il Patto per i Rifugiati (sono due patti, per chi non lo sapesse) e quali sono le implicazioni per gli Stati che lo firmeranno.

E per chi non ci credesse, si può leggere il testo [3]. E’ veramente di facilissima comprensione.

Credo veramente in questo Patto Globale. Credo ancora che sia perfettibile. Credo ancora che possa essere d’aiuto nella formulazione di politiche pubbliche sul tema migratorio.