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Alla conferenza sulla Libia, grandi assenti i migranti

di Paolo Lambruschi, Dossier Libia

4 dicembre 2018

L’editoriale di Paolo Lambruschi per "Dossier Libia", il nuovo progetto di LasciateCIEntrare realizzato con Melting Pot e ASGI, in collaborazione con giornalisti e società civile.

"Dossier Libia" si propone come uno strumento di informazione, controinformazione e denuncia. Accorpare, aggregare, riunire in un unico strumento di comunicazione e di denuncia tutti gli atti, inchieste, articoli, le interviste, i video, le analisi che sono state raccolte e pubblicate dai media nazionali ed internazionali, compresi i rapporti delle Ong come Amnesty, Human Rights watch, Medu e altre.
Un sito dove sono pubblicati anche materiali inediti, come le testimonianze e i video e le registrazioni che arrivano dai lager libici tramite le reti di attivisti.

Dopo due settimane la Conferenza di Palermo sulla Libia è stata resettata dai media e dalla politica. Bollata come un fallimento da molti, probabilmente lo è stata se misurata con i criteri usati dallo stesso esecutivo italiano, che aveva invitato dandone per certa la presenza dei big che sostengono l’una o l’altra fazione – da Trump a Putin a Macron, senza contare May e Merkel – che poi si sono sfilati uno alla volta mandando a sostituirli viceministri e sottosegretari. Uniche due eccezioni la Francia, che inviato il ministro degli esteri Le Drian, e la Russia rappresentata dal premier Medvedev. Entrambi sono sostenitori del generale Haftar, uomo forte della Cirenaica, la cui presenza fino all’ultimo è stata in dubbio. Aveva detto che non avrebbe partecipato per non incontrare i qatarioti e gli esponenti della Fratellanza musulmana. Poi è venuto a Palermo per sedersi intorno a un tavolo con le potenze globali e regionali coinvolte nel conflitto e si è preso il ruolo di protagonista ottenendo l’esclusione della Turchia, sua avversaria, che ha abbandonato il vertice infuriata e poi incontrando con il premier Conte il presidente Al Serraj, che non ha neppure il controllo di Tripoli e vive asserragliato, impegnandosi a lasciarlo in carica fino alle elezioni in primavera con una metafora beduina: non si cambia il cavaliere mentre il cavallo attraversa il fiume. Haftar e il suo principale mentore, il presidente egiziano Al Sisi, non hanno voluto presenziare alla “foto di famiglia” finale.

Mentre si registra un sicuro successo politico interno – per la prima volta in due anni di Libia è tornata ad occuparsene la Farnesina e non il Viminale - cosa sia emerso dalle discussioni non è stato possibile saperlo dalla voce dei protagonisti. I media sono stati infatti recintati in sala stampa, tenuti a rigorosa distanza, e a parte i briefing del portavoce del premier Rocco Casalino, l’unica occasione di confronto è stata la veloce conferenza stampa finale di Conte e dell’inviato Onu per la Libia Ghassam Salamé. Nei giorni precedenti il vertice il governo gialloverde si è infatti politicamente schierato a sostegno del piano per la Libia presentato al consiglio di sicurezza Onu da Salamé che prevede la restituzione della sovranità al popolo libico attraverso alcuni passaggi di stabilizzazione politica, finanziaria ed economica con l’unificazione delle due banche centrali che operano nel Paese dal 2014 e la possibilità di unificare anche i due enti petroliferi. È infatti la partizione degli enti petroliferi e delle banche centrali secondo Salamé la causa dell’impoverimento del Paese che viveva dei proventi dell’oro nero fino ai tempi di Gheddafi mentre oggi la ricchezza è sparita e prosperano i traffici – armi ed esseri umani – e la corruzione. Il piano prevede infine la creazione di una forza militare unificata almeno a Tripoli.

Nel frattempo il caos libico non si è placato e le questioni poste nelle 24 ore di vertici e bilaterali a Villa Igiea sono tutte sul tavolo. Lo stesso ministro degli esteri italiano Moavero Milanesi ha in questi giorni ribadito che il processo sarà lungo e che l’Italia assume dopo Palermo un ruolo di facilitatore. Va detto che le divergenze con i francesi sembrano appianate dopo l’accordo che ci sarebbe stato tra Eni e Total sul petrolio, come conferma la presenza del ministro degli esteri.

Tra polemiche e incertezze, se dunque la conferenza di Palermo si è chiusa senza risultati eclatanti per il Paese, alcuni passi avanti almeno sulla strada del dialogo tra tutti gli attori regionali e internazionali sono stati compiuti e occorrerà ora sul medio periodo badare se gli accordi tengono.

Anzitutto sul versante politico. Come previsto dal piano Salame, approvato a Palermo da tutte le fazioni in conflitto, si terrà a gennaio la conferenza nazionale in Libia, preludio alle elezioni politiche di primavera. Resta l’incognita Haftar, figura militarmente dominante, ma utilitaria e divisiva. Che ruolo vorrà giocare?

Ma Salamé è ottimista e vede ragionevoli possibilità di successo sia della conferenza che delle elezioni. “Haftar è al corrente – ha dichiarato – del piano Onu e si è impegnato a sostenerlo”. E il professore libanese , tornato da un mese a Tripoli dopo gli scontri, la unificazione della banca centrale sarà il prossimo passo insieme al consolidamento del cessate il fuoco a Tripoli e poi in altre città.

Salame ha ringraziato il governo di Roma facendo riferimento a progetto comune di restituzione della sovranità al popolo libico e al sostegno internazionale incassato in Sicilia al suo piano

Questa è stata – ha aggiunto – una conferenza in cui ho visto un suono di unità della comunità internazionale ben più forte a sostegno del piano della Nazioni Unite, a sostegno di un’azione nel campo politico, della sicurezza e dell’economia e ho anche ascoltato e visto un livello di convivialità superiore tra gli attori libici”.

Il vero fallimento della conferenza di Palermo è stata l’assenza di discussione del problema migratorio. Conte ha chiarito come il tema non fosse in agenda nel vertice, la stabilizzazione politica porterà alla soluzione del problema dei flussi. Tesi condivisa dall’uomo del Palazzo di vetro.

I migranti illegali che si trovano nei centri di detenzione in Libia sono migliaia e migliaia - ha detto Salamé -. E sono 700mila i migranti illegali in territorio libico. Quindi quelli che sono nei centri di detenzione sono una piccola minoranza rispetto a un gruppo molto più ampio. Ma quando l’economia si riprenderà avrà bisogno della manodopera straniera”. Un po’ poco. La Libia non ha aderito alla convenzione di Ginevra sui rifugiati, ma riconosce a sette nazionalità (etiopi, eritrei, somali, palestinesi, iracheni, curdi e palestinesi) lo status di rifugiato o richiedente asilo, ma questo non evita la detenzione in condizioni insopportabili nei lager di stato costruiti spesso con fondi Ue e in quelli delle milizie.

Al 26 novembre l’Unhcr ha censito 57.354 detenuti, dei quali solo 3.572 nei centri detenzione accessibili. Le operazioni di respingimento della guardia costiera libica non fanno che peggiorare una situazione insostenibile che non trova posto in nessuna agenda internazionale