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Grecia, il campo di Oinofyta: verso un altro inferno

Are You Syrious?, 3 gennaio 2019

13 gennaio 2019

Articolo di Are You Syrious, tradotto in italiano da APS Lungo la rotta balcanica

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Oinofyta è un campo profughi gestito dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM) situato a circa 60 km da Atene. A novembre 2017 Oinofyta è stato chiuso perché non soddisfaceva i requisiti legali minimi. È stato riaperto a marzo 2018, non perché le condizioni fossero migliorate, ma per soddisfare la crescente domanda di posti. Un membro del team di Are You Syrious ha visitato il campo dopo la riapertura e ha riscontrato che le condizioni all’interno del campo erano addirittura peggiori rispetto a quando Oinofyta era stato chiuso.

Nel corso del 2018, i media internazionali, così come le organizzazioni per i diritti umani, hanno focalizzato la loro attenzione sugli hotspot delle isole greche, per lo più su Moria a Lesbo, un luogo che è stato ampiamente definito “il peggior campo profughi del mondo”, o su Samo dove vivono 4.600 persone in un campo costruito per accoglierne 650.

Questi campi vengono giustamente criticati per le disastrose condizioni di vita all’interno. Migliaia di persone non hanno altra scelta se non quella di continuare a vivere in tenda per tutto l’inverno. Le condizioni sono terribili nonostante i milioni di euro inviati dall’UE. A luglio 2018, l’UNHCR ha ricevuto ulteriori 20 milioni di euro, ma a Lesbo nulla è cambiato.

Questi soldi si sono aggiunti all’1,6 miliardi di euro dati alla Grecia dal 2015 per affrontare la crisi migratoria. È ancora in corso un’indagine sulla corruzione e sull’appropriazione indebita di questi fondi.

Nell’autunno del 2018, il ministro greco della migrazione Dimitris Vitsas ha annunciato che, entro la fine dell’anno, 6000 persone sarebbero state trasferite dalle isole verso la Grecia continentale. Questo numero si è aggiunto agli oltre 23.000 rifugiati che erano già stati trasferiti verso la terraferma nel 2018.

Mentre aumenta la pressione per il trasferimento dei richiedenti asilo da Lesbo e da altri hotspot delle isole, l’OIM dichiara con orgoglio di contribuire allo spostamento di famiglie vulnerabili verso condizioni migliori.

Tuttavia, non ci si dovrebbe assolutamente vantare dei trasferimenti verso campi come Oinofyta.

Le condizioni di vita ad Oinofyta, come quelle negli hotspot delle isole, sono insicure e insalubri e violano gli standard legali. Trasferire persone in tali condizioni è una soluzione illegale. Una persona ci ha raccontato di essere stata portata in campo in autobus e lasciata al cancello di entrata senza sapere nemmeno dove si trovasse.

La riapertura di Oinofyta nella primavera del 2018 sarebbe dovuta essere una misura temporanea ed emergenziale. Ma il campo sembra invece fatto per restare.


Invece di risolvere il problema, sembra che si stia solo cercando di nasconderlo, consentendo all’Unione Europea e alle altre istituzioni di dichiarare che la “crisi” dei migranti viene gestita in modo efficace. Nella realtà, non si fa altro che ricreare la stessa situazione che c’è nelle isole greche.

Oinofyta ha una capacità massima di 424 persone, ma secondo le stime dell’UNHCR il numero dei residenti è 596 e i residenti stimano che ce ne siano più di 1000.


Secondo l’UNHCR nel campo ci sono rischi ambientali. Inoltre non esistono “procedure operative standard” per le persone con esigenze specifiche, per i minori non accompagnati che desiderano richiedere asilo o per le vittime di violenza.

Anche se in base a quanto scrive l’UNHCR, il campo è dotato di un sistema fognario adeguato, di servizi igienici separati per donne e di strutture sufficienti per cucinare e per avere accesso all’acqua, nella realtà è tutto completamente diverso.

I servizi igienici del campo non hanno porte e le sezioni per uomini e donne sono separate da tende di fortuna. L’acqua non è potabile e la cucina comune è inondata di acqua sporca e di bidoni delle immondizie trabordanti.


Molti residenti sono costretti a usare parte del loro contributo vitto mensile per comprare gli utensili da cucina.

L’edificio è una fabbrica chimica in disuso, non adatto ad abitarci. I bambini non hanno uno spazio interno dove giocare. I residenti si sono auto-organizzati con l’allestimento di un piccolo negozio per vendere i beni di prima necessità dato che i supermercati più vicini sono raggiungibili solo con una lunga camminata.

Non ci sono inoltre attività regolari per i residenti. L’assistenza sanitaria è quasi inesistente e, durante la notte e nei fine settimana, il campo è lasciato senza personale.


Un altro preoccupante problema di Oinofyta è che molte ong che avevano chiesto di operare all’interno per fornire servizi sanitari, ostetrici ed assistenza legale si sono viste rifiutare il permesso di entrata. Solo due ong sono attualmente ammesse nel campo, “Food Kind”, che cucina cibo tre volte alla settimana per i residenti, e “Echo Mobile Library”, che mira a fornire accesso alle risorse didattiche per i residenti del campo.

Anche l’UNHCR ha affermato che non ci sono attività educative all’interno di Oinofyta.


I richiedenti asilo classificati come “vulnerabili” includono donne incinte come la 21enne Zeinab* che è stata trasferita ad Oinofyta dal campo di Moria a Lesbo.

Zeinab ha vissuto otto mesi della sua gravidanza a Oinofyta e ha partorito da sola nel campo. Il travaglio è iniziato alle 6 di mattina quando non c’era personale presente. I residenti hanno fatto quello che potevano chiamando un’ambulanza e aiutando la donna a partorire.

A Oinofyta non ci sono cure mediche adeguate e non ci sono ostetriche. Dopo la nascita della figlia l’Oim non ha fornito nessun tipo di assistenza a Zeinab, la quale si è dovuta recare a proprio spese in un ospedale locale. “Sapevano che ero incinta, ma non mi hanno aiutato, non sono nemmeno venuti a chiedermi come stavo dopo il parto”.

Anche Shivan, al nono mese di gravidanza, è stata trasferita ad Oinofyta da Lesbo assieme al marito e ai tre figli. Shivan ha perso metà del proprio fegato durante un’esplosione nel proprio Paese, il Kurdistan iracheno. A seguito di quanto è avvenuto con Zeinab, Shivan è molto preoccupata che possa accaderle la stessa cosa.

Alla domanda sulla differenza tra la vita a Moria e a Oinofyta, la famiglia ha difficoltà a decidere quale campo sia peggiore. “A Moria c’erano risse e soffrivamo il freddo dato che vivevamo in una tenda, ma almeno c’erano i medici. Qui invece non ci sono medici, non c’è nessun tipo di assistenza. È tutto sporco, è un inferno”.

Il sito web dell’Oim afferma di fornire assistenza sanitaria di base a Oinofyta, in collaborazione con Medicine du Monde (MDM). La realtà però è ben diversa.

Becka, un’infermiera che lavora per una ong medica indipendente, afferma che sono i medici militari a fornire i servizi medici. Questi medici militari non hanno interpreti e non hanno farmaci. I servizi medici sono talmente scarsi che molti residenti pensano che nel campo non ci sia assistenza sanitaria.

Chi ha la fortuna di essere visitato e di ottenere una ricetta medica, deve camminare per 3 km fino alla farmacia più vicina e pagare per l’acquisto dei farmaci. C’è chi non riesce a camminare così tanto e chi non ha soldi per comprare i farmaci. C’è una signora di 65 anni che soffre di diabete ed è quasi totalmente cieca. L’ong di Becka paga 80 euro al mese per i suoi farmaci mentre l’Oim non fa nulla per aiutarla.

Becka racconta inoltre che dentro il campo non ci sono i servizi medici essenziali e che, a causa dell’inazione del personale dell’OIM, molti non possono accedere al sistema sanitario pubblico greco nemmeno al di fuori del campo. “Per accedere all’assistenza sanitaria greca è necessario disporre della protezione sociale AMKA. Se il personale del campo non aiuta i residenti ad ottenere l’AMKA, non possono accedere alle cure sanitarie essenziali al di fuori del campo. Per ottenerla, le persone sono costrette ad andare fino ad Atene per incontrare ong specializzate ma non tutti possono permettersi un viaggio così lungo”.

Sulla base di ciò che viene dichiarato dall’UNHCR, l’ospedale pubblico più vicino si trova a più di 10 km da Oinofyta.

Ronak viene da Kobane nel Kurdistan siriano ed è stata trasferita da Moria ad Oinofyta il giorno dopo aver partorito, assieme al marito Ahmad e alla figlia di un anno. Ahmed era un ingegnere in Siria e nota quanto sia strutturalmente insalubre e pericoloso l’edificio abbandonato della fabbrica dove sono costretti a vivere. Sono consapevoli di quanto comuni siano i terremoti in Grecia. “L’edificio pende e noi per la paura dormiamo sempre vestiti, in caso di emergenza” racconta Ronak, che racconta inoltre di aver perso 20 kg da quando è arrivata nel campo.

Ronak non è l’unica ad aver perso peso ad un ritmo allarmante. Becka nota che circa il 30% dei bambini che visita con la sua Ong nel campo è clinicamente sottopeso. “Stiamo vedendo bambini di 5 anni che pesano quanto i bambini di due anni”.


I residenti affermano che nel campo si sentono più vicini alla morte che alla vita. “Se si entra che si sta bene, si esce malati”, racconta Ahmed. “Onestamente qui è molto peggio della Siria. Se potessimo tornare in Siria, partiremmo domani. Conosco tante persone che sono tornate. E’ meglio morire nel proprio Paese piuttosto che in questo campo pieno di sporcizia dove siamo trattati come animali. Noi siamo fortunati che la nostra intervista per la domanda di asilo è nel 2020, perché ci sono persone che ce l’hanno nel 2024”.

Abbiamo parlato con due giovani afghani, uno dei quali è un minore non accompagnato che si è dichiarato adulto perché temeva di essere trattenuto dalle autorità greche. Entrambi vivono nel campo da otto mesi. La speranza che avevano quando sono arrivati in Europa sta lentamente morendo e il loro sogno di trovare un lavoro e andarsene dal campo si sta facendo sempre più lontano. Entrambi ci raccontano che vorrebbero imparare il greco e trovare lavoro in una delle tante fabbriche che circondano il campo, ma a causa della mancanza di sostegno educativo per i residenti del campo questo obiettivo rimane irraggiungibile.

Quando viene chiesto loro che cosa fanno durante la giornata dato che non sono in grado di lavorare o studiare, il ragazzo risponde “solo dormire, si può solo dormire”. Alcuni, per passare il tempo, iniziano a fare uso di sostanze stupefacenti. Ci mostrano tranquillamente un video in cui si vede il loro coinquilino fumare eroina. Quando lo ha mostrato al personale dell’OIM, perché si sentivano a disagio e voleva cambiare stanza, è stato detto loro di andarsene.

La situazione degli uomini che si trovano da soli nel campo è molto difficile. Vivono in stanze piccole e sovraffollate. Nessuno dei due ragazzi si sente al sicuro ad Oinofyta, ma entrambi non sono considerati abbastanza vulnerabili da avere la possibilità di essere trasferiti fuori dal campo. Entrambi i ragazzi trovano ridicolo il fatto che per poter essere trasferiti debbano superare una certa soglia di vulnerabilità. “Vogliono che aspettiamo qui finché non siamo pazzi, solo allora saremo abbastanza vulnerabili”.

Alcuni scelgono la morte piuttosto che continuare a vivere ad Oinofyta. A luglio 2018 un uomo si è impiccato. Ancora una volta, il personale del campo non c’era quando l’uomo è stato rinvenuto. Becka ha ricevuto una chiamata alle tre del mattino da alcuni residenti del campo che avevano cercato di salvarlo. Ancora vivo, l’uomo è stato portato via dalla polizia.

La sua morte è stata poi riportata dai media locali ma l’Oim non ha dato inizio a nessuna indagine e nulla è cambiato.


Appare evidente che le condizioni all’interno del campo di Oinofyta non soddisfino gli standard legali. Sebbene nella maggior parte dei campi della Grecia continentale non ci sia una base giuridica a cui fare riferimento, le norme minime per l’accoglienza dei richiedenti asilo sono stabilite nel diritto comunitario e sono state adottate anche nel diritto greco.

La maggior parte dei residenti risponde alla definizione giuridica di “vulnerabile”, dal momento che è stata trasferita dagli hotspot delle isole verso la Grecia continentale proprio per la presenza di una o più vulnerabilità. Le condizioni di Oinofyta sono disumane e degradanti, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il sito web dell’Oim cita le parole di Gianluca Rocco, capo missione dell’Oim Grecia: “La nostra priorità è fornire a tutti coloro che arrivano dalle isole condizioni di vita dignitose, cosa che abbiamo fatto in coordinamento con il Ministero delle politiche migratorie e con i finanziamenti della Commissione europea. Riconosciamo e rispettiamo la vulnerabilità di queste persone e vogliamo alleviare le loro sofferenze migliorando la loro vita quotidiana”.

La pubblicità che si fa l’Oim è ben lontana dalla realtà di Oinofyta.

Chiediamo l’immediata chiusura del campo e il trasferimento di tutti i residenti in alloggi adeguati, puliti e sicuri dove venga fornita l’assistenza necessaria. Riteniamo che l’Oim, l’Onu e il governo greco dovrebbero essere responsabili degli standard attuali e rispondere delle gravi sofferenze dei residenti di Oinofyta.