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Le città visibili

Risolvere l’ineguaglianza partendo dalle città

17 gennaio 2019

Le fotografie inserite nell’articolo sono di Vanna D’Ambrosio.

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Viviamo nell’era della città. Essa è da sempre il luogo in cui si incontrano le differenze, le diversità, di età, provenienze, occupazione; città di incroci, migrazioni, interne, esterne e oltre oceano, che trasformano le strutture urbane, ridefinendone, contestualmente, le possibilità. E’ qui, nella città, che il diritto alla differenza è sia il più prezioso sia il più violento, da cui nasce divisione, marginalizzazione, esclusione.

Dal nord al sud dell’Italia, i sindaci "disobbedienti" al decreto Salvini paiono suggerire che, in fin dei conti, l’ineguaglianza è sì, qualcosa che la città crea ma è anche qualcosa che la città può risolvere [1], rifiutando la giustizia come formula privata, i diritti come privilegi, le leggi discriminanti; in breve, rifiutando il paradigma definibile come ’complesso commercial-carcerario- assistenziale’ in cui una minoranza sorveglia, punisce e, all’occasione, neutralizza la popolazione urbana povera.

Già le chiusure, i controlli spaziali, la sorveglianza, la militarizzazione della polizia, hanno modificato le dinamiche urbane, scansionando lo spazio virtuale o lo ’scanorama’, uno ’spazio di visibilità protettiva che definisce ulteriormente i luoghi dove gli impiegati e i turisti borghesi si possano sentire sicuri [2]’.

La città ha provveduto alla sicurezza, ai bisogni, agli affari, ai piaceri, alle eredità ed ai capitali di alcune famiglie soltanto, non promuovendo programmi di uguaglianza sociale ma anzi diminuendo gli accessi ai servizi di supporto per uomini e donne posizionati malamente, marcando la marginalizzazione spaziale dei suoi abitanti.

(Nelle credenze di Bersabea c’è una parte di vero e una d’errore. Vero è che due proiezioni di se stessa accompagnino la città, una celeste e una infernale; ma sulla loro consistenza ci si sbaglia, l’inferno che cova nel più profondo sottosuolo di Bersabea è una città disegnata dai più autorevoli architetti, costruita coi materiali più cari sul mercato, funzionante in ogni suo congegno e orologeria e ingranaggio - Calvino, Bersabea, Le città e il cielo.)


Nelle nostre città, alcune scuole pubbliche sono state riservate ad una maggioranza autoctona ed i suoi fondi, insieme a quelli per imprese e cultura, sono stati utilizzati per pagare sussidi, pensioni ed interessi.

La casa è stata pensata come bene economico su cui speculare attraverso abusivismi e corruzioni, speculazioni e privilegi, degrado ed insicurezze e non è stata mai interpretata in termini di servizi sociali per sfollati, disoccupati, lavoratori precari, giovani o anziani. Le garanzie politiche che tutelano l’accesso al mondo del lavoro e alla sicurezza nel suo adempimento sono state dimenticate [3].


L’inefficienza della burocrazia, le disfunzionalità, la frammentazioni regionali e periferiche, i deficit democratici, questo vasto insieme di variabili multiple [4], restituiscono ai nostri occhi una città incerta per i cittadini che vivono in situazioni di mobilità, di uscita o stabilizzazione nella povertà o di percorso migratorio.

La guerra alla democrazia è stata accompagnata dalla diminuzione delle politiche di intervento sociale, dalla polarizzazione dei tessuti urbani e dall’emergenza della città dualista.

(Gli antichi costruirono Valdrada sulle rive d’un lago […] così il viaggiatore vede arrivando due città: una diritta sopra il lago e una riflessa capovolta […] le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto. Le due Valdrade vivono l’un per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano - Calvino, Valdrara, Le città e gli occhi.)

La città ha aumentato le espressioni asimmetriche, sempre più distante da quei processi di pacificazione che soli rendono inclusiva la popolazione interna e che in assenza, ne prolungano le gravità [5].

Questa città - duale - ha rifiutato i senza casa, i senza reddito, i senza residenza, i richiedenti diritti e ha fato irruzione nelle loro vite, indecorosamente, producendo nuovi poveri ed ulteriori sfollati, gettandoli in strada, senza la famiglia, il lavoro, gli amici, i punti di riferimento, senza identità. La città duale ha insistito sulla persecuzione interna degli stranieri, aumentandone le complessità in un modo precedentemente sconosciuto.

In nome della sicurezza e dell’insicurezza, sono state fondate nuove categorie di ineguaglianza e pregiudizi (new patterns of inequality and prejudice), nuove categorie di alterità e nuove categorie di segregazione (new patterns of segregation) rilegando gli ’invisibili’ in aree specifiche per segregazione, esperienze abitative e opportunità residenziali [6].

Photo credit: Vanna D’Ambrosio, Macerata - 10 febbraio 2018

Si è autorizzato, così, il passaggio dallo stato sociale allo stato penale [7], per mezzo di una città non inclusiva, non condivisa, non sostenibile, non resiliente, non innovativa e democraticamente non giusta alle necessità dei suoi abitanti ma proiettata alla criminalizzazione delle marginalità e delle fragilità sociali, dallo Stato abbandonate (rifugiati [8], cassaintegrati, disoccupati).

Pestaggi a sangue, massacri di botte, fermi ingiustificati, scritte fasciste e svastiche sui muri, atti violenti, insulti verbali, si sono consumati nelle nostre città moltiplicando i pericoli ed i rischi della vita quotidiana. Nei centri cittadini di Macerata, Firenze si sono consumati barbari assalti e omicidi a sfondo razzista.


Secondo Davis e de Duren’s, i conflitti emergono in città dove ’a popolazioni diverse sono negati gli accessi a istituzioni formali o informali per la presentazione di reclami, per influenzare la politica urbana o per difendere i diritti di cittadinanza o gli obiettivi di identità [9]’.

Roma. Anno 2018

E’ facile arrivare alla conclusione che esiste una città divisa [10] e una segregazione spaziale e sociale.

A Roma, quello passato, è stato un anno all’insegna della sicurezza: la città ha seguito i conflitti sociali che lo Stato ha costruito secondo i principi della sicurezza; per Stephen Graham, il solo criterio della legittimazione politica. In un’ottica complessiva, lo Stato si è trasformato dall’essere una magnifica macchina da guerra in una molteplicità di organizzazioni interne che perseguono lo stesso fine [11]: la manipolazione sociale e le politiche urbane, per prime, ne chiariscono gli antagonismi, le tensioni e i conflitti interni.

Sul versante opposto, invece, c’è chi ritiene che la città dovrebbe essere sviluppata ’per garantire la sostenibilità umana, soprattutto quando le nazioni falliscono nel farlo [12]’.

Gli studi condotti sul sentimento di insicurezza dimostrano che esso è strutturalmente connesso al governo dei nuovi processi di esclusione sociale, il modo più appropriato per naturalizzare il porsi di nuovi modelli sociali di esclusione.

Non occorre, dunque, un’esperienza diretta con la violenza per aumentare l’insicurezza : difatti, mentre i crimini diminuiscono, la paura aumenta. ’Il panico sociale per la criminalità è un concetto pigliatutto che omologa insicurezze soggettive e collettive diverse ed eziologicamente anche disomogenee [13]’.

Lo Stato si assume a garante del sentimento di sicurezza/insicurezza ed, attraverso ciò ha avviato una produzione giuridica e culturale intrecciata di potenze, leggi, laboriosità e negazione dei diritti; una tecnologia governamentale, che costruisce normativamente l’irregolarità al fine di alimentare insicurezze e legittimare la politica del controllo.

In contesti multietnici e di forte diversità sociale il sentimento di insicurezza tende ad accentuare una visione socialmente differenziatrice e classificatoria delle società, contribuendo all’espansione di ideologie segregazioniste. In un crescente clima di autoritarismo, nella città di Roma, sgomberi ed evacuazioni si sono susseguite spettacolarmente moltiplicando la schiera degli invisibili.

(La città di Sofronia si compone di due mezze città. […] una mezza città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi d’un’altra mezza città - Calvino, Sofronia, Le città sottili.)

Capisci, erano tredici anni che stavo qua. Tutte le mie cose sono dentro, la stampante che avevo appena comprato. Credimi, avevo tantissimo con me, molte cose di valore che appartengono al mio lavoro. Adesso non ho niente [14]’.
Quello che succedeva, ad ogni sgombero, era già scritto nella ridondanza della democrazia istituzionale che, in un baratro di assenze, ’il chiaroscuro dove si generano mostri’, assume i conflitti come propri, controllandoli mediante l’intervento repressivo ed esercitando una sovranità buona soltanto a garantire il mantenimento delle condizioni di ’legge ed ordine’, funzionali alla riproduzione dei capitali.

La mia progettazione della struttura urbana […] conserva i determinanti ecologici come il reddito, il valore fondiario, la classe e la razza, ma aggiunge un nuovo fattore decisivo: la paura [15]’.


A Roma, sono state impiegate tutte le forze dell’ordine e le ruspe, dalle più piccole alle più grandi.



A via Scorticabove, Roma Capitolina ha impiegato oltre 100 unità, tra donne ed uomini, vigili urbani, polizia e servizi sociali, quasi uno ad uno, per provvedere al ripristino della sicurezza pubblica e delegittimare l’intera comunità sudanese di rifugiati politici in tutta la sua presenza, mostrando che gli edifici a tempo rimangono l’unico interesse dell’amministrazione, per un’accoglienza che mira allo sfruttamento ed “all’impoverimento graduale.

Ai plurisgomberati del campo informale del Baobab Experience, invece, le forze dell’ordine hanno impedito che gli attivisti distribuissero la colazione, mentre in una giornata di forte pioggia, cercavano riparo a Piazzale Spadolini.


Alla ex-Penicillina, gli abitanti chiedevano "occorreva tutta sta gente per portarli via? Siete venuti solo con due autobus, vuol dire che lo sapevate quanti erano!”. É stato uno sgombero costato ai contribuenti romani 277 mila euro e l’amianto per cui si richiedeva un’adeguata bonifica rimane sulla Tiburtina.



Discriminatorio, allora, non diventa una negazione diretta o un muro ma le procedure varate per rendere accesso a procedure politiche apposite per un range urbano escludendone un altro [16]”.

Uomini e superdiversi


Amin ha parlato di una società di stranieri e Vertovec l’ha definita ’superdiversità’ di fronte a politiche che non hanno come effetto quello di eliminare gli immigrati ma di renderli più vulnerabili e ricattabili, aumentando la concorrenzialità al ribasso ed incrementando anche le reali possibilità di un loro ingresso nell’economia illegale, in una profezia che si auto-avvera [17]. Per Vertovec, una ’diversificazione della diversità che si distingue per una dinamica interazione di variabili tra un numero crescente di immigrati nuovi, piccoli e dispersi, con più origini, transnazionalmente connessi, socio-economicamente differenziati e legalmente stratificati, arrivati nell’ultimo decennio [18]’.

Li hanno condannati alla dispersione, all’estesa criminalizzazione della miseria [19], creando, insieme, ’ossessioni dei contagi, della peste, delle rivolte, dei crimini, del vagabondaggio’ e sofferenza sociale, ’persone che appaiono e scompaiono, vivono e muoiono nel disordine’.

Una moltitudine di persone, (ed ancora di più) sono già rimaste in strada. Uomini donne e bambini, non tutelati da alcun diritto, per un ’massacro vitale’, che seleziona arbitrariamente chi ha il permesso di condurre una vita che deve essere protetta e chi non lo ha perché inferiore pro specie, vita che può essere negata e/o uccisa.

Li hanno gettati sulla strada, tra le automobili, stanchi e pieni di polvere insieme alle poche cose che hanno potuto salvare e null’altro, richiedenti ed ancora bisognosi d’aiuto.

Li hanno violati nell’intimità, aprendo i loro armadi, entrando nelle loro case, sgomberando tutto ciò che per certi "uomini" non aveva alcun valore.



(Le proprietà della città doppia sono note. Più la Laudomia dei vivi s’affolla e si dilata, più cresce la distesa delle tombe fuori le mura […] e per sentirsi sicura la Laudomia viva ha bisogno di cercare nella Laudomia dei morti la spiegazione di se stessa, anche a rischio di trovarvi o di più o di meno - Calvino, Laudomia, La città e i morti.)

Roma ha prodotto bambini stanchi abbracciati alle mamme tristi, uomini in strada che sul corpo portano la memoria di idranti, cariche e ruspe, un disastro umano che ha riversato sul tessuto urbano tutta la fragilità e la violenza di leggi parziali e di un diritto minore.


Una città ridisegnata ad anelli di potere che forma e legittima una superdiversità, aliena dalla pratiche cittadine, e per questo ciclicamente minacciata dalla privazione dei diritti e perseguibile per un autoritarismo sovrano che ha generato, in tutta Europa, nuove ineguaglianze e conflitti politici. Internamente, le politiche locali sono state utilizzate per migliorare l’ineguaglianza: ’qualunque città, sebbene piccola è, in realtà, divisa in due, una città del povero, l’altra del ricco. Queste due città sono in guerra l’una con l’altra [20]’.

(Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello di un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l’altra, diventata come oggi la vediamo - Calvino, Fedora, Le città e il desiderio.)