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“Sono espulsioni, i migranti sono allontanati illegalmente dalla frontiera” - Dichiarazione congiunta in risposta al ministero dell’Interno croato

Border Violence Monitoring - 14 gennaio 2019

18 gennaio 2019

- Link all’articolo originale (ENG)

Leggi anche:
- Respingimenti al confine tra Bosnia e Croazia: le PROVE audio e video
di Border Violence Monitoring, traduzione a cura di APS Lungo la rotta balcanica

Dopo la pubblicazione, il 16 dicembre 2018, delle riprese video di Border Violence Monitoring che mostravano espulsioni collettive illegali al confine esterno dell’UE con la Bosnia-Erzegovina, sono giunte da varie fonti altre gravi accuse contro gli agenti della polizia croata.

Save the Children ha pubblicato un rapporto [1] che raccoglie le testimonianze relative a oltre 1.350 casi di respingimento di bambini oltre i confini dell’Unione europea, avvenuti tra gennaio e novembre 2018. In quasi un terzo di questi casi la polizia o le guardie di frontiera commettevano atti di violenza.

I fatti per la maggior parte si sono verificati al confine croato con la Serbia, ma le pratiche violente sono testimoniate anche al confine tra Croazia e Bosnia.

Nel loro rapporto [2] sulla violenza alla frontiera, No Name Kitchen Kladusa, in collaborazione con Balkan Info Van, affermano di aver osservato "un aumento delle forze di polizia e delle pratiche violente che rende il transito legale e sicuro verso l’Europa impossibile"; le associazioni affermano anche di aver "ricevuto sistematiche segnalazioni da parte di uomini, donne e bambini, di abusi che rimangono spesso nascosti o che vengono negati, e che non portano a nessuna azione penale contro i responsabili se non al proseguimento della violenza alla frontiera".

A seguito di tutte queste accuse, che il ministero dell’Interno croato continua a negare in una sua dichiarazione dopo la pubblicazione del video, [3], Border Violence Monitoring, vuole prendere posizione e affrontare alcuni aspetti.
È necessario dar voce a una controinformazione fondata, attraverso una raccolta di testimonianze dei vari attori che affrontano quotidianamente pratiche illegali alla frontiera tra Bosnia e Croazia.

Quadro giuridico

La giustificazione principale data dal ministero dell’Interno è che i video non mostrano espulsioni, ma piuttosto non ammissioni, che sono decisioni conformi all’articolo 13 del codice frontiere Schengen [4].

L’interpretazione giuridica del ministero è, tuttavia, più che contestabile in quanto la Croazia non è uno Stato membro dello spazio Schengen e il codice frontiere Schengen non è al di sopra dei diritti umani, come stabilito ad esempio nella Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo.

Come afferma Adel-Naim Reyhani, giurista esperto dell’Istituto Ludwig Boltzmann per i diritti umani di Vienna, “coloro che vogliono chiedere asilo o protezione internazionale, in base al codice frontiere Schengen non dovrebbero essere respinti.” [5]. András Léderer, addetto all’informazione del gruppo ungherese per la difesa dei diritti umani Helsinki Committee, afferma analogamente che il far tornare indietro le persone dalla linea di frontiera senza la dovuta procedura è “decisamente non conforme all’Acquis di Schengen“.

Inoltre, queste pratiche "violano il divieto di espulsione collettiva, sancito dall’articolo 4 del Protocollo n. 4 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, e potrebbero addirittura comportare rischi per la sicurezza dell’UE”, ha dichiarato Léderer. "Se i migranti fossero entrati in Croazia prima della realizzazione dei video, le autorità croate avrebbero dovuto adottare una decisione per ciascuno di loro e dar loro la possibilità di disporre di un efficace mezzo di ricorso". [6]

Inoltre, l’organizzazione affiliata, il Comitato di Helsinki per i diritti umani di Zagabria, valuta il filmato come “assolutamente credibile” e corrispondente alle loro ricerche.

Diverse fonti dichiarano con prove alla mano che molte delle persone espulse avrebbero espresso l’intenzione di chiedere la protezione internazionale alla Repubblica di Croazia. Il Centro studi per la pace di Zagabria spiega: “Queste persone soddisfano i requisiti giuridici per presentare domanda in conformità dell’articolo 33 della legge sulla protezione internazionale e temporanea. Il loro soggiorno potrebbe quindi essere regolamentato, ma la prassi del ministero, così come la condotta di certi agenti di polizia, mira proprio ad impedire tale soggiorno.
La direttiva 2008/115/CE afferma e prescrive in modo chiarissimo che le misure di rimpatrio non si applicano qualora la domanda di protezione internazionale non abbia ancora ottenuto risposta. Il fatto che nei casi di espulsione la polizia fosse uscita dal territorio della Repubblica di Croazia, può solo dimostrare che tale condotta mirasse proprio a un’espulsione collettiva e a impedire l’accesso al sistema di protezione internazionale, come è stato stabilito anche nella famosa causa Hirsi Jamaa e altri contro Italia
.”

Welcome! Initiative sottolinea che le pratiche mostrate nei video "non sono casi isolati e sporadici di respingimenti illegali o di amichevole scoraggiamento, ma misure pianificate e sistematiche adottate senza alcuna base legale che, tra l’altro, negano l’accesso alla protezione internazionale e violano i principi di non respingimento". Welcome! Initiative ha pubblicato diversi rapporti su questa grave situazione in collaborazione con le ONG Are You Syrious, No Name Kitchen e il Centro studi per la pace di Zagabria [7] per denunciare il fatto che “la Repubblica di Croazia violando norme giuridiche nazionali e internazionali nega l’accesso a diritti giuridicamente sanciti, a persone singole e in gruppo, che si trovano in prossimità del paese o vi sono entrate senza possedere documenti legali”.

Per queste organizzazioni non governative è inaccettabile il fatto che “il ministero dell’Interno croato non solo continui a negare il verificarsi di queste pratiche illegali senza dare alcuna prova di ciò che sostiene, ma cerchi anche di attribuirne la responsabilità ai rifugiati e alle organizzazioni e istituzioni che segnalano la violenza e le pratiche illegali”.

Le prove

Molte organizzazioni che si occupano da tempo del monitoraggio dei confini dell’Europa orientale paragonano la situazione della frontiera tra Bosnia e Croazia, a quella di altre frontiere. Diego Saccora, portavoce dell’Associazione italiana "Lungo la rotta balcanica", che dal 2015 segue lo sviluppo delle rotte balcaniche, puntualizza il fatto che le pratiche utilizzate alla frontiera croata sono simili a quelle osservate alle frontiere greche, italiane e di altri paesi. “Quando si vive per un certo periodo vicino a una frontiera è impossibile non vedere la realtà dei respingimenti. Ci sono articoli, relazioni, libri e documentari di ogni tipo che dimostrano la sistematicità di questa pratica. Non penso che ci sia davvero bisogno di altre prove”.

Dan Song, membro dello staff dell’ONG "Fresh Response" che ha sede a Subotica vicino al confine serbo-ungherese afferma che “le pratiche generalizzate e comprovate da centinaia di pagine di testimonianze, foto e referti medici hanno forti analogie con quanto osservato e documentato al confine tra Ungheria e Serbia nel 2016-2017: metodi di pestaggio che implicano la sistematizzazione della violenza, trattamenti umilianti e degradanti e la distruzione di beni personali. La differenza principale, secondo Song, è che mentre il ministero dell’Interno croato cerca di giustificare queste pratiche palesemente illegali come legittime, le autorità ungheresi hanno approvato una legislazione (in violazione del diritto dell’Unione europea e internazionale) per legittimare i respingimenti dal loro territorio”.

Molte organizzazioni conosciute a livello internazionale sottolineano che i video pubblicati consentono di invertire l’onere della prova e dimostrano che non si tratta di incidenti isolati, ma piuttosto di una strategia generale di dissuasione e di violazioni sistematiche dei diritti umani: l’équipe medica di Médecins Sans Frontières ha curato diverse persone ferite e ne ha inviate molte altre agli ospedali locali in Bosnia-Erzegovina per eseguire esami radiografici ed altre analisi mediche. Le ferite documentate nella loro clinica mobile vanno da lesioni a fratture evidentemente imputabili all’uso di forza fisica su specifiche parti del corpo [8].

Julian Koebererer, responsabile per gli affari umanitari nei Balcani settentrionali, parlando della loro missione afferma: “La nostra équipe medica in Bosnia riceve regolarmente pazienti che vengono alla clinica a causa di ferite presumibilmente procurate dalla polizia di frontiera croata. Qualsiasi forma di violenza usata come deterrente, che si tratti di maltrattamenti fisici o psicologici, è assolutamente inaccettabile. Le accuse sono numerosissime e devono essere prese seriamente perciò è urgente indagare in modo trasparente e approfondito”.

Human Rights Watch fa la stessa valutazione nel suo rapporto di dicembre: nessuna delle persone intervistate è stata sottoposta ad una procedura formale di rimpatrio prima di essere costretta a tornare oltre il confine. “Sulla Croazia incombe l’obbligo di proteggere i richiedenti asilo e i migranti”, ha affermato Lydia Gall, ricercatrice di Human Rights Watch per i Balcani e l’Europa orientale . “Invece, la polizia croata picchia ferocemente i richiedenti asilo e li respinge oltre il confine [9].

Appello ad aprire indagini

Le denunce delle ONG non sono una novità e altri attori politici da tempo richiedono un’indagine seria: Dunja Mijatović, Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, già a settembre aveva esortato le autorità croate affinché indagassero "sull’effettiva esistenza di espulsioni collettive dalla Croazia verso la Serbia e la Bosnia-Erzegovina e sulla violenza della polizia contro i migranti”.

La preoccupazione della Commissaria nasceva dal fatto che la Croazia non avesse permesso al difensore civico nazionale di accedere ai fascicoli della polizia per svolgere le proprie indagini [10].

Il difensore civico croato aveva già consegnato un rapporto alla Procura di Stato della Repubblica di Croazia in cui si affermava che il ministero dell’Interno copre sistematicamente i maltrattamenti inflitti ai rifugiati. Dunja Mijatović non è la sola a sollecitare un’indagine.

A settembre 2018, ventidue deputati al Parlamento europeo hanno presentato un’interrogazione scritta sulle condizioni dei migranti in Bosnia-Erzegovina. “La situazione è grave”, ha detto l’eurodeputata italiana Elly Schlein, "chiediamo alla Commissione europea quali iniziative intende intraprendere per monitorare le drammatiche condizioni dei migranti al confine tra Croazia e Bosnia-Erzegovina e per garantire il rispetto dei loro diritti fondamentali [11].

Ai fini di un’indagine approfondita sembra opportuno cooperare maggiormente con le autorità bosniache, infatti, il ministro per la sicurezza della Bosnia-Erzegovina, Dragan Mektić, a seguito della diffusione delle riprese video di Border Violence Monitoring, ha confermato che la Bosnia-Erzegovina detiene prove del fatto che “i migranti sono vittime persino di maltrattamenti fisici”.

Dimitris Avramopoulos ha risposto a nome della Commissione europea di essere a conoscenza delle accuse di maltrattamento di cittadini di paesi terzi e della mancanza di possibilità di chiedere asilo. “La Commissione si aspetta che la Croazia dia seguito a tale questione. La Commissione continuerà a monitorare da vicino la situazione, anche mantenendo i contatti con le autorità", in particolare "per quanto riguarda l’attuazione del sistema europeo comune di asilo”.

Invitiamo la Commissione europea a dar seguito alle preoccupazioni espresse e ad affrontare la questione con la massima urgenza.

Chiediamo inoltre che la Commissione europea solleciti la Croazia affinché esegua indagini trasparenti in merito alle espulsioni collettive (cosiddetti respingimenti) di richiedenti asilo verso la Bosnia-Erzegovina, alle accuse di violenza contro i richiedenti asilo e ai respingimenti a catena dalla Slovenia alla Croazia e poi alla Bosnia-Erzegovina e che faccia cessare tale situazione.

Il numero e il peso delle espressioni di dissenso elencati in questa dichiarazione parlano da soli e dovrebbero essere del tutto sufficienti per ritenere il sospetto fondato e indurre le autorità competenti ad indagare.

Sarebbe inoltre opportuno che la Commissione europea monitorasse anche il rifiuto di asilo alle frontiere e i respingimenti di migranti e richiedenti asilo da parte dei funzionari di frontiera dell’Unione europea, anche per chiedere a chi è coinvolto di assumere le proprie responsabilità e a darne conto.

Dovrebbe essere garantita la piena cooperazione con il difensore civico, come imposto dal diritto nazionale e l’utilizzo degli stanziamenti dall’UE per la sicurezza delle frontiere dovrebbe essere oggetto di un esame approfondito.