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Lo “spostamento semantico” e l’irresistibile leggerezza razzista

L’imbarbarimento della società italiana ha radici profonde e ricade in una vera e propria regressione culturale che usa (anche) la parola come mezzo di violenza estrema

23 gennaio 2019

La nostra vita, la nostra quotidianità, il nostro "essere" umani raccoglie una miriade di parole, conversazioni, discorsi, incontri e scontri lessicali, schiamazzi ed urla, bisbiglii, detti e non detti, pensieri. In un unico grande calderone milioni di parole raccontano chi siamo o chi, per lo meno, vorremmo essere.

Prima della parola, siamo tutti neonati, innocenti creature che si esprimono attraverso gesti significanti che, per quanto capibili, restano interpretabili. Con il dono della parola ci posizioniamo in una determinata fascia sociale e iniziamo a dare un peso specifico al nostro lessico, diamo valore, appunto, alla parola.

Il significato culturale della parola trascende dalla parola stessa e, come ci insegnano gli antichi latini, la parola può diventare un mezzo di potere che supera l’arma più tecnologica o l’esercito invincibile; prima di diventare "fisicamente" violente, le grandi dittature Novecentesche si sono appropriate delle parole, del lessico, per far breccia negli uomini e nelle donne del tempo e per dare una spiegazione "logica" ad azioni che oggi ci sembrano determinate da pura follia; durante il regime fascista Mussolini portò avanti una vera a propria "bonifica" delle parole volta a «recuperare la purezza dell’idioma patrio» (Mussolini, 1931) ingabbiando così le parole in slogan semplici, di facile comprensione, macisti. Il Me ne frego! è un classico esempio.

Gli stessi slogan che oggi, in una società addormentata o connivente, danno la stura ad un pensiero unico (o massimalista) che riprende il gergo delle dittature e sposta il significato in base a contenuti che devono arrivare "alla pancia" delle persone, devono essere efficaci, diretti, chiari, bonificati, appunto, per tutti e tutte. L’inizio di questo spostamento, una quindicina d’anni fa circa, proprio in concomitanza con l’avvento e l’uso massiccio di internet e dei social network, con il recupero del concetto di degrado, via via diventato sinonimo di povertà, emarginazione, immigrazione (chi non ricorda l’avvento dei sindaci - sceriffi, quota PD) e il ritorno in auge del concetto, del tutto inventato e Ottocentesco, di patria declinato poi nelle varie accezioni ragionali (vedi il Paroni a casa nostra tipicamente veneto).

Il passo è stato brevissimo e l’uso delle parole, accostato ad un mondo del tutto virtuale (Facebook e Twitter su tutti), è diventato il mezzo per conquistare folle gaudenti tra selfie gioiosi e sfogatoi di massa che rasentano la grande ignoranza di un Paese assuefatto alla virtualità dell’odio e della violenza. Che poi, in breve, si è trasformata in realtà (vedi i numerosissimi atti di violenza contro migranti e minoranze che continuano a riempire le cronache italiane).

Passo breve, si diceva. Così oggi le ONG che salvano vite in mare diventano scafisti del mare («Non sarò mai complice di scafisti e ONG» Salvini, 20 gennaio 2019. Solo per portare l’ultimo degli esempi, la bibliografia in questo caso risulta troppo corposa), detto particolarmente caro ai pentastellati e sdoganato con forza dai leghisti [1]; la pacchia, simbolo dello star bene, dell’ozio punk anni Ottanta, è oggi accostata al non far nulla, al mantenimento da parte dello Stato dei migranti costretti all’interno dei centri di accoglienza; e poi, come un fiume in piena, Prima gli italiani, Sicurezza e legalità, Armi, droga e ONG e chi più ne ha più ne metta.

La parola del leader, il Capitano, per usare appunto un termine militaresco calcistico particolarmente caro agli italiani, diventa un mantra quotidiano, dal buongiorno alla buonanotte: Se voi ci siete, io ci sono, Amici che fate oggi, La Pacchia è finita, Dolce domenica Amici, Notte serena Amici (qui mi fermo per rispettabilità verso chi legge), il tutto condito da un sano vittimismo (Il povero Ministro attaccato da tutti, stacanovista d’antan), l’insita capacità di sbattere la faccia dei "nemici" al pubblico ludibrio scatenando così il circo dei parassiti da social network sempre pronti a sfogare i peggiori insulti razzisti e xenofobi.

Un fenomeno, quello della potenza della parola, che si è via via declinato nei vari territori e ha visto la salita in cattedra di personaggi beceri che, sulle orme del Capitano, hanno dato vita ad un nuovo dizionario della lingua italiana con, di pari passo, una regressione culturale, sociale, comunitaria senza precedenti.

Nel gennaio 2017 l’improbabile consigliere comunale di Casapound, Andrea Bonazza, durante una seduta in aula dichiara che «al Parco stazione di Bolzano c’è solo feccia», riferendosi direttamente alla presenza dei migranti [2]; sempre a Bolzano, gennaio 2018, un consigliere leghista, Kurt Pancheri, durante un intervento in aula, definisce «finocchi» gli omosessuali [3]. Basta una breve ricerca online per trovare migliaia di articoli con insulti, più o meno pittoreschi, a migranti e minoranze.

La stessa parola profugo è usata oggi dai più giovani con un’accezione estremamente negativa. «Sei un profugo» è la tipica frase pronunciata per offendere, per dare del nullafacente ad una persona e di fatto entrata nel gergo giovanile al posto della più datata offesa «Sei un gay».

La grande rivoluzione sottoculturale che sta attraversando la nostra società è spinta anche dall’accostamento delle parole: la cosiddetta Legge Salvini è intitolata in realtà "Legge sicurezza e immigrazione" e il messaggio subliminale è molto chiaro: dove ci sono migranti aumenta l’insicurezza, proprio per questo abbiamo scritto una nuova legge!

L’accostamento migranti, sicurezza, degrado e via dicendo (la declinazione negativa potrebbe tendere all’infinito) ricorda da vicino lo stereotipo ebrei e taccagni o nomadi (zingari) e ladri o rapitori di bambini; una volta entrato nel sentire comune, l’accostamento diventa parte integrante del pensiero sociale alimentando così una frattura a tratti incolmabile.