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Al confine fra Messico e gli Stati Uniti: violenza, visibile e invisibile

Di Piper French, AYS Info Team volunteer - Are You Syrious? - 14 gennaio 2019

31 gennaio 2019

- Link all’articolo originale (ENG)

L’amministrazione Trump vuole che ci sia un muro lungo l’intero confine. La Bord Patrol lo sa bene. Loro hanno escogitato una strategia per fermare coloro che attraversano il confine che è molto più economica, efficace e soprattutto molto più letale.

2018, un anno di grande visibilità per il bilancio umano della politica immigratoria degli Stati Uniti.

Agli inizi di dicembre, abbiamo visto immagini di bambini che fuggono terrorizzati, quando gli agenti della Border Patrol (pattuglia di frontiera, ndr.) disperdono gas lacrimogeni contro i migranti. La scorsa estate il mondo intero ha osservato scioccato bambini separati forzatamente dai loro genitori, confinati in “gabbie” e portati in tribunale da soli. Abbiamo visto video di bambini così traumatizzati, da non riconoscere neppure la propria madre una volta ricongiunti. La conseguenza di questa separazione forzata era ben visibile dai loro volti confusi e terrorizzati. Tutto questo non potrà mai essere cancellato.

Mentre il governo statunitense prosegue con la sua politica di chiusura anche nel nuovo anno e diventa una delle più longeve nella storia di questo Paese, da entrambi i lati si è ad un punto morto sul Muro. Nella sua più recente iterazione, il “muro d’acciaio”, aumenterà la lunghezza del confine Messico-Stati Uniti e costerà più di 5 miliardi di dollari [1]. Dal 22 dicembre 2018, ben 800.000 impiegati federali se ne sono andati senza retribuzione e, ironia della sorte, le misure di sicurezza in aeroporto sono state bypassate per mancanza di personale.

L’8 gennaio, Trump si è rivolto alla nazione riguardo un progetto sugli animali, facendone un caso di stato: si tratta di una precedente promessa elettorale che però si era già affievolita (non c’è stata nessun tipo di allusione riguardo il fatto che il Messico dovrà pagare per il muro).
Non è difficile immaginare perché Trump sia così legato all’idea del muro, nonostante stia diventando un incubo politico. Il muro è la formidabile concretizzazione di qualsiasi populismo e cliché razzista sugli immigrati che lui stesso ha personalmente utilizzato o tacitamente incoraggiato. Non è sottile, complesso o burocratico, come la politica dell’immigrazione degli USA. È costosa, esplicita e grande.

Il continuo dibattito riguardo il Muro, già tralasciato dai Democratici, dato che la loro prima reazione era quella di contrattare i costi a riguardo, invece di prendere una posizione morale o concreta contro quest’ultimo, oscura il fatto che sia più di un simbolo politico, una metafora per la “sicurezza dei confini”. Già c’è una barriera fisica dove serve.

Oggigiorno gli attraversamenti del confine sono ai minimi degli ultimi 20 anni. Il 31 dicembre 2018, la Border Patrol ha ammesso al giornalista Jacob Soboroff della MSNBC: “Non abbiamo alcuna intenzione di separare con una recinzione l’intero confine a sud-ovest. Non è necessario”. La Border Patrol sa meglio di chiunque altro quanto possa essere letale il deserto.
Proprio come l’Ue, anche gli Stati Uniti militarizzano i loro confini naturali. Nel 1994, dopo che la Nafta aveva ridotto i prezzi del granoturco, per qualsiasi messicano era impossibile vivere di agricoltura e molti si erano diretti al Nord; la Border Patrol promulgò in tal caso una politica di prevenzione attraverso la dissuasione. L’obiettivo era di quello di rendere impossibili gli attraversamenti al confine, conducendo le persone nel deserto. Da un giorno all’altro città intere sono state dimezzate, sono state erette recinzioni che hanno diviso famiglie con diversi tipi di documenti.

Per chiunque provenga dal Messico o dall’America Centrale, la richiesta di asilo negli USA è ora come ora un compito estenuante, un’odissea infernale che sembra quasi simile ad un videogioco. Coloro che attraversano il confine affrontano giorni di caldo torrido, notti estremamente fredde, animali selvaggi, posti di blocco inaspettati, terreni rocciosi, sole inarrestabile, spine che lacerano le loro mani e piedi, elicotteri che monitorano i loro movimenti, e gruppi disonesti di vigilanti al confine, armati fino ai denti. Una zona molto spesso attraversata dai migranti viene bombardata dall’esercito degli Stati Uniti.

Nel 2004, ben 10 anni dopo la “Prevention Through Deterrence”, un resoconto sulle politiche d’immigrazione riporta che “la maggior parte delle morti dei migranti negli ultimi 10 anni sono dovute alle condizioni climatiche: congelati fino a morire sulle montagne di San Diego, disidratati o stroncati dal caldo nel Deserto della California e Arizona, o asfissiati all’interno di camion sigillati e vagoni ferroviari. Si è verificato anche un grosso incremento di morti per annegamento".

I deserti di Sonora e Chihuahua e il Mediterraneo sono i più grandi cimiteri ignorati in tutto il mondo. Prevedibilmente il numero delle vittime è sconosciuto; non vi sono statistiche esatte. Un progetto di mappatura chiamato "The List" ha documentato le morti di più di 34.000 migranti che stavano cercando la salvezza nell’UE tra il 1933 e il 2018. La maggior parte di queste persone sono morte presumibilmente nel Mediterraneo, tenendo conto che questa stima si base solo su morti registrate.

Nel frattempo, è stato stimato che più di 8.600 persone sono morte attraversando il confine tra Messico e Stati Uniti a partire dai primi mesi del 1990. Almeno 376 persone sono morte ai confini nel 2018, una per ogni giorno dell’anno.

Nessuno ha ucciso queste persone, il deserto rovente lo ha fatto, le onde del mare. Non facciamo caso agli agenti dei confini che rovesciano appositamente brocche d’acqua lasciate da organizzazioni no-profit ai migranti che passano attraverso il deserto, o che diversi Paesi UE hanno impedito operazioni di soccorso umanitario nel Mediterraneo e dintorni, rifiutandosi persino di far attraccare le navi nei loro porti.

Diversamente dall’Europa, non operano organizzazioni internazionali al confine Messico-Stati Uniti. L’ONU, l’OIM o MSF non sono lì.

È abbastanza difficile far rispettare le richieste dell’ONU ai Paesi Europei: immaginate gli Stati Uniti, che si considerano al di sopra di organizzazioni e accordi internazionali, permettere ad un “cane da guardia” internazionale di monitorare gli abusi dei suoi agenti di frontiera.

Ciononostante vi è un numero di piccoli e dediti gruppi solidali che si impegnano nel provvedere aiuti basilari ed espongono le ingiustizie della Border Patrol. Gruppi come RAICES, situato a San Antonio, e Texas RioGrande Legal Aid forniscono supporto legale ai richiedenti asilo. Il Colibrí Center for Human Rights e il South Texas Human Rights Center (Tucson) sono alla ricerca di migranti dispersi e compilano liste esaustive dei defunti, inserendo nomi e numeri a ciascun corpo senza volto o tomba senza nome.

L’organizzazione No More Deaths, operativa dal 2004, offre ai migranti aiuti umanitari di base nel Deserto di Sonora nella parte sud-ovest dell’Arizona; il gruppo è coinvolto anche in aiuti legali e progetti sulla documentazione di abusi.

Il progetto “No More Deaths” non fa nulla di speciale” racconta Elsa, una volontaria dell’organizzazione dal 2015, ad una presentazione tenuta recentemente nella sua città natale. “Non è radicale nutrire qualcuno, dargli da bere o fornirgli assistenza sanitaria di base”. Ma, a causa di un panorama militare inumano lungo i confini, gesti comuni di gentilezza vengono politicizzati.

Gruppi di attivisti come Colibrì o No More Deaths rappresentano due grandi minacce per il governo e la sua campagna politica di deterrenza e sparizione. Loro rendono visibili gli abusi dello Stato e dei suoi agenti, ed esigono dei cambiamenti. La stampa nota la dedizione e tenacia, ed amplifica il loro messaggio.

Una piccola sorpresa è che lo Stato li punisce per la loro solidarietà, proprio come lo fa l’Europa, dove solo quest’anno attivisti sono stati sottoposti a fermi e perseguitati in Grecia, Croazia, Francia, Inghilterra, Svezia (Italia, ndr).

9 volontari di No More Deaths stanno facendo fronte in questo momento ad accuse federali a causa del loro lavoro con l’organizzazione: 8 membri del “Cabeza Nine” scontano 6 mesi di prigione e il pagamento di una multa considerevole. Il nono, Scott Warren, è stato accusato di aver dato asilo e di cospirazione, dopo che degli agenti stavano conducendo un ispezione in un ospedale da campo ad Ajo, in Arizona, mente lui si stava prendendo cura di due migranti irregolari al confine.

L’arresto di Scott è avvenuto solo poche ore dopo il rilascio da parte di No More Deaths del secondo numero della loro inchiesta “Disappeared”, che documenta la distruzione di riserve d’acqua e altri aiuti umanitari, da parte degli ufficiali della Border Patrol. Fonti interne rivelano che gli agenti che l’hanno arrestato stavano sorvegliando l’ospedale da campo durante tutta la mattinata. Ora dovrà scontare ben 20 anni in prigione.

Durante il suo discorso, Elsa ha fatto notare come benché molti aspetti repressivi della politica immigratoria degli Stati Uniti sono messi in atto già da molto prima dell’amministrazione attuale, le campagne di disturbo e ritorsione contro i volontari sono aumentate notevolmente da quando Trump è al governo. “La relazione si è rapidamente incrinata nel corso degli ultimi 18 mesi”, afferma.

Lei mette in guarda dal fatto che criminalizzare un aiuto “può creare dei precedenti e il governo può scagliarsi contro le chiese che offrono asilo” o altri atti estremi di persecuzione. In conclusione, persino famiglie di migranti potrebbero divenire un facile bersaglio, come una figlia arrestata per aver dato asilo alla propria madre nella casa di famiglia.

Alla fine della presentazione, un uomo nel pubblico alza la mano. “Quanto oltre ti spingerai per il tuo credo?” domanda ad Elsa. “Saresti disposta a passare il resto della tua vita in prigione?”. Questa non è una qualsiasi pretesa di sacrificarsi per un principio nobile: nel 2018, questa è la realtà di coloro che si oppongono nel proprio Paese a campagne di violenza inaudita e dilagante a spese di migranti.

Il desiderio di erigere un muro gigantesco al confine tra Messico e Stati Uniti è divenuto persistente con la strategia generale sull’immigrazione dell’amministrazione di Trump: mantenere le stesse politiche perniciose di sempre che sono state messe in atto sin dagli anni ’90, mentre aumentano le dimostrazioni pubbliche di potere e viene assunto un linguaggio esplicitamente violento e una retorica razzista, ben lontani dal codice istituzionale.

L’amministrazione Trump si è impegnata pubblicamente in tattiche di alto profilo con una terribile ottica: separazione familiare come politica di dissuasione, incursioni dell’ICE (The U.S. Immigration and Customs Enforcement, ndr.) in scuole e aule dei tribunali, la recente nube di lacrimogeni al confine - che le amministrazioni di Obama, Bush e Clinton non avrebbero magari permesso, anche se erano ben felici di deportare silenziosamente i residenti negli Stati Uniti da lungo tempo e spingere i migranti a morire nel deserto attraverso la politica di “Prevention Through Deterrence”.

Sebbene in Europa le famiglie siano state spesso divise in due come effetto collaterale del sistema d’asilo, poiché ai sensi del Regolamento di Dublino si garantisce solo ai bambini al di sotto dei 18 anni di riunirsi alla propria famiglia, mentre si lascia un giovane ventenne da solo in un altro Paese quando il resto della sua famiglia è riunita, un’esplicita politica di separazione dei genitori dai loro figli è esclusiva dell’amministrazione Trump.

Ma molte delle strategie di confine adottate dall’UE sono, non così sorprendentemente, tattiche che gli Stati Uniti abbracciano con livelli simili di fanatismo.

Non si tratta solo di prevenzione attraverso un deterrente. Sia prima che dopo l’amministrazione di Trump, gli Stati Uniti hanno stipulato accordi politici con nazioni più povere (patti con il Messico e con gli Stati dell’America Centrale per limitare il flusso dei richiedenti asilo, supporto finanziario per il rafforzamento dei confini al nord e sud del Messico); messo in atto paradossi burocratici (chiudendo le "porte di entrata ufficiali" e ritenendo le persone che entrano attraverso quelle non ufficiali non idonee per l’asilo); usato la forza (inviando la scorsa estate centinaia di truppe a posizionarsi al confine, come se non fosse già militarizzato; o sparando ad un ragazzo minorenne più di 10 volte dopo che lui aveva lanciato una pietra ad una guardia di confine) per difendere i confini.

Avere accesso all’asilo politico è considerando un diritto universale. Chiunque ne può far richiesta. Non deve essere garantito, ma perlomeno dev’essere concessa la possibilità di farlo. E una volta che l’hai ottenuto, possiedi dei diritti. Non molti, ma alcuni sì. La tua storia dev’essere considerata e tu devi avere la possibilità di raccontarla. E sempre tu non puoi essere deportato finché il processo non volge ad una conclusione.

Ma le persone non possono realmente richiedere la protezione internazionale, perché sono bloccati in Marocco o Libia (entrambi i Paesi hanno stipulato accordi con l’UE "esternalizzazione" delle sue frontiere), oppure in Honduras o Guatemala (dove gli Stati Uniti hanno finanziato programmi per impedire alle persone di emigrare); o perché sono stati respinti al confine dalla polizia; o perché non possono recarsi in un ufficio predisposto per la richiesta d’asilo per rivendicare i propri diritti.

Gli Stati Uniti e l’UE continuano soltanto a parole a considerare questo diritto umano internazionale, mentre ignorano la responsabilità verso coloro che tentano disperatamente di ottenere l’asilo all’interno dei loro confini. È una violenza celata, un crimine che si nasconde non appena viene commesso.
Non è difficile distogliere lo sguardo dai corpi dei migranti che affogano in mare durante la traversata, o che muoiono disidratati nel bel mezzo di un desolato deserto, perché sono loro in primo luogo a non essere visibili. I corpi annegano; la carne si decompone facilmente sotto al sole cocente.

I richiedenti asilo nella tanto discussa “carovana di migranti” comprendevano di essere visibili.
Forse non sapevano esattamente cosa li aspettava al di là della frontiera, ma sentivano istintivamente che c’è maggiore sicurezza e - forza - ad essere numerosi. Quando le persone attraversano i confini a caso o in piccoli gruppi, è come al solito. Quando lo fanno in massa, è tutt’altra storia.

Proprio per la loro decisione di attraversare tutti insieme, la violenza perseguita contro i membri della carovana ha dei testimoni. Quelle immagini: bambini che urlano, nuvole di gas lacrimogeno, persone terrorizzate negli Stati Uniti e oltre.

I corpi di bambini saranno sempre la traccia visibile della brutalità delle forze di stato e della negligenza: l’immagine del corpo minuscolo di Alan Kurdi, trascinato sulle rive di una spiaggia turca, ha suscitato consapevolezza in tutto il mondo della cosiddetta "Crisi europea dei migranti".

Ciononostante visibilità non è sinonimo di cambiamento. Due anni dopo la diffusione virale di quell’immagine, bambini continuano ad annegare nel Mediterraneo.

Due settimane fa una bambina di 7 anni del Guatemala di nome Jakelin Caal Maquin è morta sotto la custodia della Border Patrol nel New Mexico. Alla Vigilia di Natale, un altro bambino è morto. Anche lui 8 anni, sempre dal Guatemala: Felipe Gomez Alonso. Entrambi i bambini avevano febbre alta e altri sintomi di malattie. Felipe è stato tenuto sotto la custodia della Border Patrol più delle 72 ore massime; al padre di Jakelin è stato consegnato un documento sul perfetto stato di salute della figlia in spagnolo, lingua che lui non parla fluentemente.

Queste morti sono state riportate da qualsiasi notiziario degli Stati Uniti, così come all’estero. Ma anche alla luce del giorno, gli ufficiali alle frontiere sono così pratici del linguaggio della negazione e dell’assoluzione che i cambiamenti non avvengono.

Il nostro sistema è stato condotto ad un punto di rottura da coloro che cercano le frontiere aperte”, afferma la Segretaria della Sicurezza nazionale Kirstjen Nielsen in una dichiarazione ufficiale in cui individua le colpe della morte dei due bambini in chiunque, tranne che negli agenti di frontiera.
Trafficanti, criminali e i loro genitori fanno correre ai minori il rischio di imbarcarsi in avventure ardue e pericolose… Per il nostro personale è ancora più difficile soccorrerli, data la mancanza di risorse e i luoghi sconosciuti dove effettuano le traversate illegali".

La dichiarazione di Nielsen riporta le parole espresse dal Commissario della Dogana e della Protezione di Frontiera, Kevin K. McAleenan, in risposta alla morte del primo bambino: “Non sottolineeremo mai abbastanza i rischi relativi ai viaggi di così lunga distanza, in imbarcazioni affollate, o attraverso remote zone del deserto, senza cibo, acqua e altri beni di necessità primaria”.

In entrambe le dichiarazioni, la connessione tra il deserto ("località remote") e un quarto di secolo della politica delle frontiere americana è spezzato, impercettibile, sotto gli occhi di tutti.

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Aggiornamento dell’autore dopo la pubblicazione dell’articolo. Un giudice federale ha giudicato quattro degli imputati dell’organizzazione "Cabeza Nine" colpevoli di entrare in una riserva naturale senza permesso e di lasciare forniture umanitarie.