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Caso Sea Watch 3: due esposti-denuncia per difendere i diritti di uomini e minori tenuti in ostaggio dal governo

31 gennaio 2019

Catania - E’ finalmente terminata l’attesa dei 47 migranti soccorsi il 19 gennaio dalla Sea Watch 3 nel Mar Mediterraneo. Questa mattina sono riusciti a toccare terra e ora verranno trasferiti nei centri di prima accoglienza e negli hotspot siciliani in attesa di essere redistribuiti negli 8 Paesi che hanno accettato di accoglierli.

Anche in questa occasione, dopo il caso della Diciotti e il precedente soccorso di Sea Wacth (per citare due dei tanti episodi emblematici), abbiamo assistito ad un estenuante braccio di ferro da parte di Salvini e del governo imposto nuovamente sulla pelle delle persone. Le tante mobilitazioni e gli appelli di questi giorni hanno contributo a sbloccare la situazione, ma è molto probabile che anche la prossima operazione di salvataggio si ritroverà di fronte al muro governativo.
Affinché non si ripetano violazioni dei diritti fondamentali - non sarà di certo questa strategia di deterrenza a bloccare chi fugge dai lager libici - nella giornata di ieri sono stati depositati due diversi esposti-denuncia presso la Procura di Siracusa sulla mancata autorizzazione allo sbarco delle persone soccorse nel Mediterraneo.

La Campagna LasciateCIEntrare e Legal Team Italia hanno deciso di denunciare il Ministro dell’Interno Salvini che «continua a negare il rispetto dei diritti umani, i trattati internazionali, i diritti costituzionali e le prerogative di parlamentari ed europarlamentari».
Per LasciateCIEntrare «dopo una visita a sorpresa di alcuni parlamentari alla nave Sea Watch 3, è stato chiuso addirittura lo spazio marino intorno alla nave con i 47 migranti “ostaggio” da giorni di leggi che non esistono se non nello strapotere di un Ministro dell’Interno che non ha più nessuno rispetto dei trattati internazionali, dei diritti umani, dei diritti costituzionali e delle prerogative di parlamentari ed europarlamentari».

Le associazioni siciliane - Borderline Sicilia Onlus, Rete Antirazzista Catanese e Pax Christi Punto Pace Catania - dopo aver promosso in questi giorni presidi e mobilitazioni hanno deciso di muoversi attraverso via giudiziarie. Chiedono di valutare gli eventuali profili d’illiceità penale nelle condotte poste in essere dalle Autorità italiane, con particolare riferimento alla mancata indicazione del Porto di sbarco, al correlato diniego all’accesso portuale e al trattenimento a bordo dei 47 naufraghi, oltre i limiti di tempo consentiti dalla legge, in precarie condizioni igienico-sanitarie e di grave disagio psico-fisico.

Le associazioni avevano inviato una prima diffida al Governo il 26 gennaio e malgrado le richieste della Procura per i Minorenni etnea, delle due Autorità Garanti Nazionali e delle maggiori agenzie delle Nazioni Unite, la situazione non si era sbloccata.

«L’intenzione - affermano nel comunicata stampa, anche alla luce dello sbarco di poco fa - da parte del Governo di impedire l’ingresso nei porti italiani e lo sbarco dei naufraghi sul territorio nazionale, non è affatto giustificata da ragioni di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, ma è legata esclusivamente a motivi di opportunità e strumentalizzazione politica, perseguiti in palese violazione di legge e dei diritti umani delle persone migranti. Nelle ore successive all’assegnazione del punto di fonda, le Autorità italiane hanno negato arbitrariamente l’accesso al vicino porto di Augusta alla nave Sea Watch 3, contravvenendo agli obblighi di soccorso – imposti dal diritto internazionale».

Secondo le associazioni doveva essere presa in considerazione «la precarietà della situazione sanitaria e la condizione di sofferenza psico-fisica dei naufraghi a bordo, tra i quali numerosi minori (di cui 8 non accompagnati), nonché persone già vittime di tortura e trattamenti inumani e degradanti nei Paesi di provenienza e nei centri di detenzione libici da cui sono in fuga.

La mancata indicazione del porto di sbarco e il correlato divieto di accesso nei vicini porti di Augusta o di Siracusa – disposti dalle Autorità marittime italiane, come riferito dall’equipaggio della Sea Watch 3, in assenza di espressa motivazione – potrebbero configurare, oltre ad un’omissione di un atto d’ufficio, una grave ipotesi di omissione di soccorso di una nave in situazione di “distress”, per tale dovendosi intendere “una situazione in cui vi è una ragionevole certezza che una nave o una persona è minacciata da un pericolo grave e imminente e richiede assistenza immediata” (Convenzione SAR, Annex, ch.1, para. 1.3.11)».

Le associazioni, inoltre, ravvisano la «violazione dell’art. 13 della Costituzione che tutela il valore fondamentale della libertà personale, prevedendo che soltanto in casi eccezionali di necessità ed urgenza indicati tassativamente dalla legge, l’Autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti restrittivi provvisori che ad ogni modo devono essere sottoposti al vaglio dell’Autorità giudiziaria entro 48 ore, in assenza del quale si intendono revocati e privi di ogni effetto.

L’omessa ottemperanza ai descritti obblighi imposti dal diritto interno e dalle convenzioni internazionali, risulta tanto più grave stante l’assenza di un formale provvedimento amministrativo da cui risulti l’esistenza di un preminente interesse pubblico potenzialmente minacciato dall’ingresso portuale del natante e dal conseguente sbarco dei naufraghi da esso trasportati».

«Infine - affermano le associazioni - tale violazioni di legge risultano ancora maggiormente lesive e rilevanti dal punto di vista penale se si considera che a bordo della Sea Watch 3 sono presenti 13 minori non accompagnati, il cui “superiore interesse” alla protezione psico-fisica – imperativamente prescritto dalla Convenzione sui diritti dell’Infanzia recepita dall’Italia – non può in alcun modo essere compresso da ragioni di opportunità politica, che siano d’ostacolo alla salvaguardia di diritti fondamentali destinatari di un grado di protezione speciale in ragione dell’estrema vulnerabilità di cui sono portatori».