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La verità sui respingimenti in Libia

Video-intervista a Gaetano Marchese, psicologo dell’equipe multidisciplinare di Cosenza per le vittime di tortura

12 febbraio 2019

Lo scorso 20 gennaio un barcone di migranti provenienti dalla Libia è stato intercettato dalla guardia costiera libica e riportato in Libia. Per i 393 migranti a bordo, questo ha significato ritornare nell’inferno dei campi di prigionia libici.
Le autorità italiane e maltesi hanno ignorato la telefonata di aiuto dei migranti che disperati dicevano di non voler ritornare in Libia.
Stessa probabile sorte è toccata a 150 persone intercettate e catturate ieri dai libici. I leader italiani (ben prima di Salvini) ed europei sostengono le milizie libiche che gestiscono e guadagnano dal traffico e la tortura dei migranti, e nel contempo hanno delegittimato le Ong e promosso azioni contro le loro navi umanitarie. In questo preciso momento nessuna nave di ricerca e soccorso è presente nel Mediterraneo centrale e può testimoniare quanto avviene.

La redazione di "Dossier Libia" ha intervistato Gaetano Marchese, psicologo dell’equipe multidisciplinare di Cosenza per le vittime di tortura. Negli ultimi 7 anni ha effettuato interventi di riabilitazione su oltre 200 migranti.

"La Libia - afferma lo psicologo - è un luogo che i migranti sono costretti ad attraversare, e questo attraversamento è anche la metafora della loro vita. Lì subiscono arresti, torture fisiche, violenze di ogni genere, violenze sessuali ripetute, violenze psicologiche. Vengono sottoposti a minacce di morte perché chi li tiene detenuti richiede riscatti alla famiglie".
Fermare gli sbarchi significa riconsegnare le persone ai loro aguzzini.