logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Una sedia. A Ventimiglia.

Storie di frontiera, inverno, passaggi

5 marzo 2019

Fai una donazione al Progetto Melting Pot!

“Prego, sedetevi comodi
Sta cominciando lo show
E’ come volare in economy
Ma senza le buste del vomito
Corpi vestiti di graffi
Le facce che cercano schiaffi
Ma trovano sempre gli applausi”
Salmo, “90 Minuti”

Quest’inverno a Ventimiglia non ci sono emergenze da gestire. Nessuno è rimasto nelle tende sotto la neve. Non c’è nessuno a portare la legna per i fuochi, le tende per proteggersi, le coperte per scaldarsi, la pomata per la scabbia. Nessuna telecamera a riprendere un appello solidale, nessun accampamento informale a ricordare a tutti che esiste un’umanità in transito.

Ventimiglia, febbraio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa


A seguito dello sfratto e chiusura de L’Info&Legal Point Eufemia del Progetto 20k e della riduzione o sospensione di alcuni programmi delle ONG presenti, la principale presenza costante (a parte quella delle forze dell’ordine) resta quella del collettivo Kesha Nya, che non solo continua ad occuparsi di distribuire un pasto caldo in città alla sera, ma, da qualche mese, ogni mattina, offre la colazione a chi viene respinto dalle autorità francesi.

Li raggiungo una domenica mattina, dalle ultime notizie che mi sono arrivate, pare infatti che durante i fine settimana ci sia più movimento, ed in effetti, quando arrivo a poche curve da Ponte San Luigi, trovo due volontarie ed una decina di ragazzi che si riposano un attimo prima di affrontare la passeggiata di quasi 10 km per tornare alla stazione di Ventimiglia, e riprovare a passare.

Il gioco funziona così: la dogana francese è aperta h24, quella italiana dalle 9 alle 19. Alla stazione di Menton Garavan, la prima dopo il confine Italiano, tutti i treni provenienti da Ventimiglia vengono ispezionati prima di poter proseguire in territorio francese. Tutte le persone di pelle nera vengono controllate, fatte scendere, fermate e portate in dogana a Ponte San Luigi. Lì, dopo i controlli necessari, i respinti vengono consegnati alle autorità italiane, le quali effettuano i loro controlli e rilasciano le persone su suolo italiano. Le persone in questione, evidentemente dotate di gambe e volontà propria, tornano alla stazione di Ventimiglia, ed il giro ricomincia. Se si viene fermati dopo una certa ora del pomeriggio, ed i controlli vanno per le lunghe, si vince una notte nei container che potete vedere in foto.

Ventimiglia, febbraio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

Il sole invernale ma caldo aiuta i ragazzi che si fermano a prendere il caffè a rilassarsi e scambiare qualche chiacchiera tra di loro e con noi. Lo fanno spesso, e capita che i volontari annotino qualche testimonianza e tengano più o meno conto di quante persone passano. Resto parecchie ore ad osservare e ad ascoltare.

I volontari riferiscono i racconti dei migranti che hanno passato la notte nei container - non riscaldati - durante gli ultimi mesi. Raccontano di come non venga mai dato loro da mangiare né da bere, di come i pavimenti siano tenuti bagnati, in modo da non potersi sedere, e se manca spazio all’interno, c’è lo spazio aperto tra le due strutture, anche quando piove. Raccontano di come, per un periodo, molti arrivassero con il segno dello stesso anello ben visibile sulla tempia, ed una volta, anche con l’evidente marchio di una sigaretta spenta sulla pelle. Raccontano dell’uso di spray al peperoncino sui treni, e di come venga usata la forza se qualche ragazzo più esausto o nervoso di altri fa magari resistenza.

Intanto continuano a passare persone, si siedono, mangiano, riposano, ripartono. Di domenica il bus non passa, ma anche durante la settimana, quando lo fa, a volte se ci sono solo migranti tira dritto. Così i volontari vanno con loro, la presenza di una persona bianca garantisce la fermata.

Ventimiglia, febbraio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa

“Ceci n’est pas du racisme”

Mentre ascolto, continuano a passare persone. Appoggiano il bagaglio, in genere un borsone o uno zaino, che è tutto ciò che hanno, si siedono e riscaldano al sole. A metà giornata sono già più di 40, ed il flusso è costante. Il ragazzo che si è seduto vicino a me, mi chiede un po’ di tabacco e racconta, in italiano. Viene da una provincia del nord Italia, ma ha avuto il diniego (della richiesta di protezione) e a questo punto non sa che fare se non scappare attraverso la Francia. Dove, come, non sa. Mentre si rolla lentamente la sigaretta, parla, gesticola. Noto che gli manca un’unghia, palesemente strappata. Un classico della tortura.

Mentre fuma, racconta. Sulla stessa sedia durante questa giornata e le successive, si siederanno più persone, più racconti.

Come quello del minorenne che ha fatto l’errore di dichiarare 18 anni al suo sbarco.

Ventimiglia, febbraio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa


Ora con le impronte registrate nel sistema Eurodac come maggiorenne non serve a nulla il certificato di nascita che si è fatto mandare dal Mali. Può tornare dov’era (in Italia), e se è seguito da un avvocato, fare ricorso, aspettare i mesi ed i tempi per la verifica legale e medica della sua età, e poi provare a ripassare. Oppure passare clandestinamente subito. In ogni caso, alla dogana francese hanno trattenuto il suo inutile certificato di nascita. Ha ancora la fotocopia, ma solo fino al secondo giro in frontiera, poi anche quella resterà in custodia delle forze dell’ordine.
Raccontano, ancora, sulla sedia.

Sono minorenne, ho delle vecchie cicatrici in viso, ed ero in un centro per minori. Ho il certificato però mi hanno mandato indietro lo stesso. Tra poco riprovo anche se in Francia non ho nessuno.

Ventimiglia, febbraio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa


I racconti si ripetono, tutti simili ma tutti unici.

"Ho 18 anni, una falange in meno ed una paura pazzesca. Ho provato 4 volte oggi, ed anche se sono stanco e si vede da lontano che sono un migrante, voglio provare ancora. Ho un amico a Milano, forse lui può portarmi tra qualche giorno, allora vado lì.

Ero in un centro ma mi hanno mandato via. Ho avuto il diniego".

Fantasmi in transito che raccontano. Con le parole, i gesti, gli occhi, i segni sul corpo.

"Ero alla stazione di Nizza, mi hanno fermato perché il mio bagaglio era troppo distante da me. Sono alloggiato da due anni a Parigi ma si sono tenuti lo zaino con il foglio del domicilio, ero venuto a sud a trovare la mia fidanzata, ma dicono che sono passato da l’Italia e mi hanno rimandato indietro. Non so come tornare in quella che era diventata casa.

Sono una donna, viaggio da sola, si. Ero in un centro, andava bene, mi hanno dato 5 giorni per andarmene. Non so che farò se non riuscirò a passare, perché qua non si può restare".

Ventimiglia, febbraio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa


"Sono una donna, ho freddo, anche se sono al sole, ed un livido sotto l’occhio sinistro che per fortuna sta guarendo e si vede appena ormai". Mi offrite da mangiare ma non so se fidarmi, ho ancora bisogno di stringermi, abbracciarmi, tenermi al sicuro. No, Sister, non viaggio da sola. No, nessuno mi ha fatto del male, e comunque non lo dirò a te anche se me lo leggi in viso. Mio marito era con me e lo devo raggiungere. Marito. Fratello. Amico. Trafficante. Non sono da sola ma non posso dirti nulla, sorella. Ho troppa paura.

E fino a sera continuano a passare. Parlano tutti italiano. Sono tutte persone che erano già presenti sul nostro territorio, magari erano nel sistema d’accoglienza e stavano cercando di integrarsi. Sono “dublinati”, sono pacchi in giro per l’Europa da due, sei, otto anni.

Porti e frontiere chiuse, questi evidentemente sono i primi riflessi sulla frontiera del Dl. Sicurezza, che dà il colpo di grazia e supera i precedenti in spudoratezza elettorale. Sarà molto più facile parlare di invasione quando saranno tutti esausti e per strada.
Un vero show.

Ventimiglia, febbraio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa


Nel frattempo giù a Ventimiglia sono sempre meno le persone in transito che si fermano anche solo pochi giorni, arrivano e provano direttamente a passare, se non riescono, tornano dov’erano.

Al campo gestito dalla CRI, da tempo le presenze sono basse, e mi viene riferito che ora chi non è richiedente non può fermarsi più di 5 giorni, e sono insistenti le voci che danno il campo stesso vicino alla chiusura definitiva.

Sotto al ponte, sulla spiaggia, sulle rive del fiume e lungo i binari della ferrovia, continuo a trovare tracce fresche di piccoli accampamenti e nuove scritte sui muri, a testimonianza del passaggio di questi umani. Le fotografo, perché temo non dureranno quanto la vicina incisione rupestre dei Balzi Rossi. Una di queste dice: “Nothing will stop us to move on”, nessuno ci fermerà dall’andare avanti. Una freccia che sembra una casetta a custodire il concetto, ma che in effetti, punta verso la Francia.

Ventimiglia, febbraio 2019. Photo credit: Emanuela Zampa


Via Tenda é chiusa al traffico per lavori, e la maggior parte delle saracinesche si sono abbassate definitivamente o stanno per farlo. Senza più nemmeno il movimento di volontari, solidali e transitanti che creava l’infopoint, la via sembra essere diventata un buon punto d’incontro per passeur e trafficanti, così come la stazione, dove bastano 20 minuti di osservazione per capire come si incontrano domanda ed offerta.

La rete della tratta e quella dei passeur sono evidentemente sempre più vicine tra loro, più estese ed evidenti. Come un gigantesco elefante nella stanza che nessuno sembra voler vedere.

Vicino alla stazione incontro uno dei ragazzi della mattina. Mi dice di aver deciso di restare ancora un po’, ha incontrato un amico. Dice che se all’ultimo ha un posto, stanotte lo porta in Francia per 100 euro.
La logica del Last Minute ben si presta ad essere applicata anche qua.
Rigorosamente in Economy.