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Ombre sui porti adriatici. L’attualità del caso Sharifi e la partecipazione al processo di supervisione dell’attuazione della sentenza della Corte europea dei diritti umani

16 marzo 2019

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Nell’ultimo anno abbiamo assistito a un processo di crescente e a tratti estrema spettacolarizzazione degli approdi nei porti siciliani. Le zone portuali di Pozzallo, Trapani e Catania sono state a più riprese il palcoscenico sul quale è andata in scena l’azione del governo, che ha ripetutamente impedito lo sbarco dei cittadini stranieri ospitati a bordo delle navi delle ONG e della marina italiana. Per contro, ci sono altre zone portuali, situate altrove, che continuano a essere attraversate da flussi migratori e che, viceversa, restano in una condizione di sostanziale invisibilità.

I porti adriatici continuano ad essere luoghi di sbarco di cittadini stranieri che arrivano a bordo dei traghetti di linea e che sono sottoposti a procedure tutt’altro che lineari. Il risultato di queste prassi della polizia, molto spesso oscure, è rappresentato dal numero di respingimenti che continuano a caratterizzare questo tratto di frontiera.
In base ai dati relativi al periodo gennaio – ottobre 2017, riportati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza, di identificazione ed espulsione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti e sulle risorse pubbliche impegnate, i respingimenti nei porti adriatici sembrano essere quantitativamente rilevanti: dal porto di Ancona sono state respinte e riammesse 223 persone; dal porto di Bari 2869; dai porti della provincia di Brindisi 1281; dal porto di Venezia 107.

I dati Eurostat riportano che a 4359 persone è stato rifiutato l’ingresso alle frontiere marittime italiane nel 2017.

Allo stato attuale questo fenomeno è sostanzialmente ignorato all’interno del dibattito pubblico in tema di politiche migratorie, eppure una rilevantissima vicenda aveva contribuito, qualche anno fa, ad illuminare questa zona d’ombra.
Il 21 ottobre 2014 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per aver respinto indiscriminatamente alcuni cittadini stranieri verso il paese ellenico nel caso Sharifi e altri contro Italia e Grecia. I 35 ricorrenti avevano riferito di essersi imbarcati a Patrasso, in Grecia, su navi aventi come destinazione l’Italia, dove erano arrivati tra gennaio 2008 e febbraio 2009, raggiungendo i porti di Bari, Ancona e Venezia. Appena giunti, la polizia di frontiera li aveva intercettati e immediatamente rinviati in Grecia.

Con tale sentenza la Corte ha condannato l’Italia per la violazione del divieto di espulsioni collettive (art. 4 protocollo 4 alla Convenzione europea dei diritti umani), il divieto di trattamenti inumani o degradanti (art. 3 della Convenzione), e il diritto a un ricorso effettivo contro l’espulsione collettiva e l’esposizione a trattamenti inumani e degradanti (art. 13 in combinato disposto con l’art. 3 della Convenzione e con l’art. 4 protocollo 4).
In seguito alla sentenza si è aperta la procedura di supervisione dell’attuazione della stessa di fronte al Comitato dei Ministri del Consiglio di Europa, volta ad accertare che venissero intraprese le misure necessarie ad evitare il ripetersi di violazioni simili a quelle che hanno comportato la condanna dell’Italia.

Il prossimo appuntamento nell’ambito del procedimento di supervisione è cruciale: il governo, sostenendo che tutte le misure richieste siano state attuate, ha chiesto che il Comitato dichiari conclusa la supervisione nel corso del prossimo meeting che si è aperto il 12 marzo.

Il progetto in Limine, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), l’Ambasciata dei Diritti delle Marche, l’Associazione SOS Diritti e il progetto Melting Pot hanno deciso di intervenire in tale procedimento, sottoponendo al Comitato una comunicazione in cui vengono dettagliate le criticità e le violazioni che ancora permangono.

Il documento fornisce un racconto differente da quanto sostenuto dal governo italiano. Le frontiere portuali adriatiche sono, alla luce delle informazioni raccolte, tutt’altro che pacificate. Nei porti di Bari, Brindisi, Ancora e Venezia, secondo le associazioni scriventi, andrebbero costantemente in scena significative violazioni dei diritti dei migranti in particolar modo per ciò che riguarda l’accesso alle informazioni e alla procedura in tema di protezione internazionale e le modalità attraverso le quali vengono operati i respingimenti.

Nel resoconto fornito infatti emergono criticità relativamente alla valutazione caso per caso delle cause di inespellibilità dei cittadini stranieri privi di documenti.
Fra gli elementi che destano maggiore preoccupazione, vi è l’effettività e l’efficacia del servizio di accoglienza e assistenza fornito dagli enti di tutela convenzionati con le Prefetture. In alcune circostanze tale servizio è di fatto totalmente assente e non esistono forme di monitoraggio sistematico delle prassi attuate dalle forze di polizia, in altre, pur formalmente presenti, gli enti possono intervenire solo su segnalazione delle autorità e non hanno accesso alle zone di sbarco, fattore che determina l’impossibilità per enti indipendenti di monitorare quanto avviene.
Sembrerebbe che i porti adriatici rappresentino, nonostante la condanna dell’Italia, delle zone grigie. Le prassi attuate hanno come prodotto finale la riammissione di un numero considerevole di cittadini stranieri che non hanno, di fatto, la possibilità di accedere alle procedure per la richiesta di asilo. L’assenza di adeguate forme di assistenza e di monitoraggio contribuisce all’invisibilizzazione di questi luoghi e delle procedure che vi avvengono.

L’invio della comunicazione al Comitato dei Ministri è un primo passo per riportare l’attenzione sulla situazione attuale dei porti adriatici. Si tratta di un percorso non facile e che di certo non si esaurisce con questa azione. Al contrario, appare indispensabile sviluppare forme sistematiche e costanti di monitoraggio indipendente delle prassi che caratterizzano anche questi punti di frontiera. Un impegno costante e diffuso può consentire di acquisire informazioni puntuali e dettagliate sulle prassi attuate nei porti in occasione dell’arrivo dei traghetti di linea e può favorire lo sviluppo di contenzioso strategico volto a tutelare cittadini stranieri in quel segmento di frontiera e a contrastare le prassi illegittime.