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Rosarno, comunità sommerse

Reportage multimediale dalla baraccopoli di S. Ferdinando prima del suo sgombero

25 marzo 2019

Giovedì notte l’ennesimo incendio ha causato un’altra morte a S. Ferdinando. Questa volta le fiamme hanno raggiunto la "nuova" tendopoli voluta dal Viminale dopo lo sgombero del ghetto del 7 marzo scorso. Sylla Noume di 32 anni è la sesta vittima della scia di morte nella Piana gioiese.
In questo reportage, Raffaello Rossini va oltre la triste cronaca, raffigurando la "normale" quotidianità della vita nella baraccopoli prima del suo sgombero; lo fa scansando qualsiasi ipotesi di sensazionalismo tanto caro ai media mainstream, che puntuali ricompaiono dopo le tragedie, ligi interpreti di un copione che si ripete senza soluzione di continuità.
I sogni, le speranze, le contraddizioni sommerse nella piana di Gioia Tauro non verranno di certo spazzati via da qualche ruspa.

Comunità sommerse.
Rosarno, prima dello sgombero.

Articolo e immagini di Raffaello Rossini

Edizione pdf a cura di Gloria Chillotti

Edizione web a cura di Stefano Bleggi

Un ringraziamento particolare a Nadia Lucisano, Matteo De Checchi, Rosa Gaglianò, Hospitality Center e Alí.

Info
bordersofborders@gmail.com
Pagina

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PDF - 856.9 Kb
Comunità sommerse. Rosarno, prima dello sgombero

Partenza. Nevischio. Bologna.
La ressa per salire sull’autobus diretto a Reggio Calabria, l’anarchia ordinata, le urla del conducente, le persone assonnate e infreddolite in fila.
La notte scorre lungo lo stivale, da nord a sud.
All’alba arriviamo in Calabria, sulla E45 e alle 10.00 mi ritrovo a Palmi, sotto una pioggia scrosciante.

Incontro Nadia, fotografa e attivista della zona, è tra le più fervide sostenitrici del progetto Hospitality School, una struttura polifunzionale costruita in collaborazione con un gruppo di richiedenti asilo nei pressi del campo ministeriale, con lo scopo di impartire lezioni di italiano ai lavoratori stagionali presenti, e condividere informazioni legali, sanitarie e di prima accoglienza.
Ci dirigiamo verso Rosarno in macchina, è la prima volta che visito queste zone: intravediamo le gru del porto di Gioia Tauro lungo la costa, l’inceneritore in lontananza, a qualche chilometro dal centro abitato, e poi aranceti, filari di kiwi e case.
Case finite, ma soprattutto case non finite. - Se vieni in Calabria e non vedi case costruite a metà significa che non sei stato in Calabria! - Esclama sorridendo amaro Nadia.

Nadia, oltre a insegnare italiano ai residenti del campo, porta avanti un progetto fotografico dedicato alle decine di borghi disabitati di cui è disseminato il territorio calabrese.

È fin troppo facile mettere in relazione i borghi vuoti con i campi stipati di tende e persone.
- Non c’è più stagionalità - continua Nadia - negli ultimi due anni è aumentata la stanzialità nel periodo estivo. Nell’agosto del 2017 quando è stato inaugurata la nuova tendopoli gli abitanti del ghetto erano circa 800, e le tende allestite erano per 400 persone. -

Tra sterpaglie e immondizia sparpagliata, ecco il ghetto.

Ci sono le “tende di mezzo” molto recenti, che sorgono tra la prima tendopoli (2012) e la seconda, quella allestita dal Ministero degli interni più recentemente (2017).
In realtà inizialmente vennero predisposti dei container in un’altra zona, nel 2011, dopo gli scontri avvenuti nella cittadina di Rosarno nel 2010.

Il personale che ci lavora è composto da ex cassaintegrati dal gigantesco porto di Gioia Tauro, complesso fallimentare che sarebbe dovuto essere il secondo scalo più grande d’Europa, dopo Rotterdam, che prometteva lavoro e sviluppo, ma che invece.

Provo a passeggiare per qualche minuto nelle strade del campo informale, vengo quasi immediatamente bloccato da un ragazzo.
Esce da una tenda grigia, grida, si dirige deciso verso di me, altre persone intorno guardano la scena.
C’è stato un momento di confronto, ha insistito per spiegarmi il motivo del suo intervento: - Vedi? Tu vieni qui fai foto fai video e poi tu dopo te ne vai, non ci pensi e poi metti su youtube eh? E youtube lo vedono tutti, anche nostre famiglie in Africa, e ci vedono così: indicando una tenda che doveva essere casa sua. -
- La tua famiglia non sa che sei qui? -
- Miei genitori in Senegal, loro sanno che sono in Italia, ma non possono credere che in Italia si può vivere così... per vivere vendo qualche cosa, ogni tanto... cose per mangiare, vestiti... .-

Si vedono delle pentole usate, appoggiate su di una pietra sporca di cenere e dei vestiti probabilmente trafugati da qualche distribuzione ammassati su uno strato di plastica e fango, sotto la pioggia, incessante.

- Amico, non avresti un paio di scarpe da darmi? - Indossava delle infradito, e fango.
C’è una rabbia diffusa nei confronti di qualsiasi fonte di ripresa: fotocamere, videocamere, telefonini sospetti sono subito additati da chiunque.
- Ei amico mi fai una foto? Però poi mi paghi, mi paghi soldi... tu fai foto a me, poi va dal tuo giornale e prendi tanti soldi per mia foto. E allora tu devi pagare me. -

Sono due ragazzi, vendono pollo arrosto e spiedini di carne, uno vuole solo scherzare, l’altro invece appare scontroso.
- Quanti soldi? Quanti soldi mi dai? -

Dietro il bancone dei polli c’è una baracca adibita a ciclofficina, con decine di biciclette accatastate, pezzi di catena, viti, e chiavi inglesi.
Le biciclette sono continuamente modificate per poter sopportare il fango e adattate al trasporto di oggetti di varia natura (legna da bruciare, pezzi di lamiera, generi alimentari, altre persone).

E sono cavalcate da improbabili abitanti di un’improbabile era di mezzo, vestiti con stivali di gomma, pantaloni a vita bassa in jeans strappati, giacca a vento lucida sotto a cappotti di vigogna o pettorine riflettenti multitasche.
E la pioggia.
Guardando dall’alto i vari campi si notano i sentieri costruiti nel tempo dai lavoratori stagionali, sono nuove vie di comunicazione per poter arrivare più agevolmente nelle zone di lavoro.

Centinaia di biciclette che si muovono come formiche all’interno della piana di Gioia Tauro.

Si sente una voce in lontananza, chiara, potente, una nenia costante, è un ragazzo giovanissimo, meno sporco degli altri, è arrivato al campo da Parma da pochi mesi, fa fatica a trovare un impiego, è ipnotizzato dalla tecnologia, è ossessionato dall’apprendimento dell’italiano, non passa un minuto senza che mi chieda la traduzione di qualche parola o di qualche frase.

- Tu conosce Touba? Grande città di Senegal. -
Touba è considerata la capitale della Muridiyya, una confraternita islamica Sufi, che riunisce un terzo dei senegalesi, principalmente di etnia Wolof.
- Noi ogni anno fare grande pellegrinaggio, con camion animali e fare grande festa a Touba, pregare, cantare, ballare, mangiare... .-

La comunità nata e prosperata intorno alla città sacra di Touba è famosa per l’istituzione delle Daire, circoli religiosi che hanno la funzione di mantenere vivi i legami tra gli appartenenti al Muridismo, per conservare intatto il forte senso di adesione.
Una chiara risposta sociale alla dispersione dovuta alle forti migrazioni ormai endemiche che interessano il Senegal.
Il racconto, la memoria è densa di nostalgia, la copertina del telefono raffigura Cheikh Ahmadou Bamba, fondatore della confraternita, a testimoniare la devozione, e la fiducia nella sua protezione in una terra lontana piena di misteri.
I video che guardiamo insieme sul telefonino, che mostrano momenti di festa a Touba, contrastano con la baracca nella quale siamo seduti, spoglia, fredda, umida, di quell’umido che sembra non finire mai, impossibile da eliminare alla radice, di cui ogni cosa è intrisa: il corpo, la mente, le giacche, i guanti, le coperte, gli asciugamani, le docce, la scarpe, i maglioni.
Anche la legna usata la sera per riscaldare e illuminare è intrisa di fango e acqua.

Un ragazzo si siede di fianco a me, ha gli occhi grandi, la voce profonda, un asciugamano sulle spalle.
Sta aspettando il turno per entrare in doccia, ma l’asciugamano è già sporco di fango, è vestito con pantaloncini e ciabatte, ma indossa anche anche una giacca a vento perchè fa un freddo boia e piove pure.
Indossa la giacca che probabilmente usa anche per lavorare, nei campi, sulle spalle il fango e l’asciugamano.

Viene dal Ghana, parliamo in inglese:
- Io voglio parlare italiano, ma se gli italiani che conosco sapessero l’inglese come te riuscirei a impararlo prima. -
Si chiama “mediatore” amico mio, tu hai bisogno di un mediatore.
- Vengo nel campo informale a fare la doccia perchè nell’altro campo non c’è l’acqua calda, e allora vengo qui, pago cinquanta centesimi ogni doccia, ma non posso fare la doccia fredda, l’acqua calda nel campo ministeriale finisce troppo presto, siamo in tanti. -

Esiste una rete commerciale informale che tiene in vita una piccola economia del ghetto. Cibo, docce, legna, utensili per la cucina, vestiti.
Addirittura c’è chi è riuscito a inserirsi talmente bene da creare una sorta di franchising tra il ghetto di Rosarno e quello di Foggia, gestendo negozi alimentari, e “ristoranti” anche a distanza.
Un lavoro sommerso nel lavoro sommerso, fatto di regole sommerse e di uomini sommersi.

- Io non sono come gli altri qui, io non lavoro qui, io sono di Messina. -
Siamo in una baracca abbastanza ampia, piena di sacchi di generi alimentari, e con una bicicletta legata al centro.
Un ragazzo con la giacca di una squadra di calcio di qualche serie minore italiana si siede. La luce di lampadine al led a pannelli solari, il rumore continuo di un generatore alle nostre spalle, oltre le lamiere, e di là, nella cucina, in sottofondo, canti di preghiere islamiche.
Odore di curry, cipolla e carne stufata.

- Non ci credi che sono di Messina eh ‘mbare? I miei si sono trasferiti lí quando avevo 8 anni, e lí sono cresciuto, i miei fratelli e le mie sorelle sono tornati in Africa, in Guinea, si sono sposati, hanno costruito le loro case... ma io non voglio, mi piace l’Italia, mi piace Messina. -
Sta mangiando.
- Vengo qui ogni tanto, ho degli amici qui, mi piace venire a trovarli, non lavoro qui, lavoro a Messina, ma qui ho degli amici, è un pò come stare in Africa in Italia.

Il campo sorge sopra un metanodotto, si pensa addirittura che scavando a una certa profondità si possano trovare i tubi del terminale di rigassificazione di Gioia Tauro.
Attorno si possono vedere diversi capannoni, enormi, ma all’apparenza vuoti, che contribuiscono alla desolazione del paesaggio.
- Molti industriali falliscono, dopo aver intascato i contributi Europei. -
Cosí ci è stato riferito da una persona del luogo.
Contributi Europei destinati anche alla costruzione di alcuni alloggi destinati agli stagionali, pomo della discordia nel piccolo comune di San Ferdinando, dove molta della popolazione, abitante di una delle zone economicamente più depresse d’Europa, non vede di buon occhio l’assegnazione delle case a stranieri.

- Se per esempio avessi un ristorante... con 10 persone potrei lavorare bene, con 40 faccio fatica ma posso comunque mantenere un buono standard, ma se i clienti diventano 100 o addirittura 300 capisci che tutto va in malora... .-
Con questa metafora un signore incontrato a Rosarno cerca di descriverci la situazione che vive il paese dal suo punto di vista.
- Quelle case non possono essere date ai migranti, non tutte almeno, altrimenti qui succede un casino. -
Eppure un accordo a livello Europeo esiste ed esistono anche delle case.
La minuscola tendopoli ministeriale non può far fronte al numero di lavoratori presenti nell’area, molti dei quali ormai senza più nemmeno la carta d’identità o la residenza a causa della discriminatoria normativa italiana.
Affollano le baracche del ghetto, dove succede qualsiasi cosa: baracche adibite a prostituzione, incidenti dovuti alla precarietà degli spazi, incendi, a volte fortuiti a volte frutto di dissidi tra clan interni.
Tcham, un ragazzo del Mali vive da pochi giorni nella tendopoli ministeriale, dopo quella sua baracca è andata a fuoco.

Durante l’incendio la giacca a vento che indossa ha preso fuoco, ha avuto paura, per fortuna è stato svegliato da altri ragazzi con cui viveva che si sono accorti in tempo delle fiamme.

Quel giorno, durante l’incendio, è intervenuto anche Alí, un gigante senegalese con le mani enormi e callose, sporco di calce, di paglia, di terra, di fango, e uno sguardo magnetico.
Per impedire il propagarsi del fuoco ha buttato giù le baracche contigue a quella in fiamme, e per farlo si è rotto un dito.
Ha passato 9 nove mesi in carcere in Libia è innamorato del trentino e l’ho incontrato dentro a un camion pieno di cipolle, che lavorava.
Mi ha mostrato la baracca nella quale viveva Sacko Soumayla, il migrante sindacalista ucciso tempo fa, mentre si trovava in una fabbrica abbandonata a cercare lamiere per la propria abitazione.
Il tetto spoglio, le lastre che avrebbero dovuto completarlo, non sono mai arrivate.
Anche Alí studia italiano all’Hospitality School.
Il venerdì le lezioni sono sempre molto affollate, perché molti non vanno a lavorare, giorno di riposo islamico, i libri di italiano FACILE FACILE sui banchi gialli della struttura frutto di una raccolta fondi che ha avuto come promotori Collettivo Mamadou, AREA 527 e Brave New Alps.

Alí ha le idee chiare, non si fa intimorire dal suo recente tragico passato, fatto di inganni, torture e raggiri, studia italiano ogni giorno, è un forte sostenitore del pensiero di Cheikh Anta Diop, politico e antropologo senegalese, e il suo sogno è scrivere uno spettacolo teatrale per: - ...spiegare agli italiani la nostra storia, e farci conoscere come amici. -

Diventa buio in fretta, le mura di legno sono accoglienti, ma il freddo è pungente, le matite scrivono tra la condensa, le sciarpe e i cappelli.
Il campo informale è una macchia nera nell’oscurità di una notte nuvolosa, si intravedono dei puntini luminosi, i monitor di qualche cellulare, dei led ricaricabili, un alveare di umanità in continuo movimento, entità ibride, per metà estranei eppure parte integrante della comunità che li circonda.