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Un ragazzo intelligente

La vita prima e dopo il permesso di soggiorno

27 marzo 2019

Le voci e le narrazioni delle operatrici e degli operatori rappresentano un punto di vista irrinunciabile per comprendere quello che accade nel contraddittorio mondo dell’accoglienza, e possono contribuire a mettere a fuoco quali sono le sfide principali.
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Mamma, è fatta! L’ho preso, l’ho preso!
La casa esplose in un unico, lungo fragore. Si sentì un suono indistinto, un impasto perfetto di lacrime, gioia e nervi per la tensione accumulata da troppo tempo e rilasciata tutta insieme, come un’improvvisa quiete dopo la mareggiata. Fu l’urlo più dolce che fosse mai rimbombato tra quelle mura. Sua madre aveva probabilmente gridato allo stesso modo soltanto un’altra volta in vita sua, quando lo aveva messo al mondo, e, guardandogli il visetto, tra il dolore del parto e la felicità non ci aveva capito più niente. Appena sentirono lo schiamazzo, le due sorelle capirono subito e si precipitarono dentro, saltellando e strillando ancora più forte. Cercarono in tutti i modi di strappare il telefono dalle mani della madre, ma quella non glielo voleva cedere per niente al mondo, e lo difese parando le robuste braccia davanti e ingrossando il petto. La più grande allora le si mise dietro, salì sulle sue spalle e avvicinandosi al telefono più che poté, urlò con tutta la forza dei suoi quindici anni: “Sei grande, fratello. Ti voglio bene, ti voglio bene.

Naima era legata al fratello più di tutti gli altri. Era la più vicina a lui d’età e ancora, perciò, era fresco il tempo dei giochi passato insieme. Era lei che aveva sofferto di più, quando lui aveva deciso di partire. Somigliava tanto al fratello maggiore. La stessa corporatura robusta, gli stessi occhi grandi e gli stessi lineamenti marcati. La sua foto era costantemente presente sullo sfondo del telefono di lui, e sul profilo del suo Whatsapp. Abdellatif avrebbe potuto mettere la sua, bello com’era. E invece no, c’era lei, con il vestito colorato e il primo rossetto rosso, l’immagine di un’adolescente che si affacciava al mondo e sembrava certa che in quel mondo sarebbe diventata presto donna. Era la sua immagine.
Naima mise su un po’ di musica, quella che con il fratello avevano ascoltato tante volte. Quando gli mancava c’era la musica a riportarglielo indietro e a farglielo sentire di nuovo vicino, quasi lo potesse toccare: “Vado, lo sai che lo devo fare. Cerco un lavoro, mando un po’ di soldi, così possiamo vivere un po’ meglio. E poi ti prometto che ti faccio venire, tu devi studiare. Tu andrai all’università, perché tu sei intelligente. Io no, ma tu sei intelligente e devi studiare.” E Naima era rimasta ad aspettare, con una fiducia a briglia sciolta in quel fratello più grande che l’aveva coccolata da ragazzina e adesso costruiva per lei una storia diversa, con un altro finale. Alla fine, la lieta notizia era arrivata quel pomeriggio di fine marzo. Era l’inizio della festa che sarebbe durata per giorni o forse mesi.

Oh, il mare… no, non ci posso pensare. Tante le onde alte, tante, quella notte…
Ad Abdellatif il mare faceva ancora questo effetto, pur se quel pomeriggio di primavera lo stava vedendo in un film, sprofondato tra le poltroncine di velluto rosso. Dopo aver detto quella frase, aveva sospirato profondamente. Il ricordo delle onde ce lo aveva ancora annidato in gola e gli era risalito tutto insieme in quell’aria forzata e involontaria, che aveva appena buttato fuori. C’erano state altre occasioni in cui gli si era fatto il respiro grosso, ad Abdellatif. A volte se ne accorgeva prima e sentiva i polmoni strizzarsi e l’aria salire in gola, come un motore di una vecchia macchina che fa fatica a partire. In altre, i sospiri quasi singhiozzati lo prendevano senza preavviso, come un’improvvisa vertigine. Quando succedeva scuoteva la testa, si passava una mano tra i capelli corti e di solito questo bastava per scrollarsi di dosso la paura dei brutti pensieri. Una volta, invece, era successo che il respiro gli si era fatto corto per quella ragazza che lui vedeva sempre aspettare il treno alla stazione. Un giorno lei si era avvicinata per chiedergli il numero di telefono ma lui, impacciato per la grande timidezza, non glielo aveva dato. Si era, anzi, quasi spaventato. Lui sapeva che lei non era sola, l’aveva vista gironzolare con un tipo, uno che aveva l’aria di essere un fidanzato di lunga data. Gli aveva pianto il cuore a dirle di no: lei era bella, e i suoi vent’anni risvegliavano in Abdellatif tutta l’energia di quel corpo rimasto lontano da una ragazza per troppo tempo. Ma quella era una storia strana, che non sarebbe finita bene, e da ragazzo pulito e onesto qual era, Abdellatif se ne tirò fuori ancor prima che cominciasse. I tre anni e mezzo di attesa s’erano portati lontano anche queste cose, la spontaneità degli incontri che non t’aspetti, in quel paese nuovo dove era difficile trovarsi, dove è meglio che le donne per un po’ te le levi dalla testa, devi prima capire come funziona, devi prima sapere che ti puoi fidare.

Mammamia…non ho mai festeggiato così tanto nella mia vita…

E adesso?

Adesso vediamo, piano piano, un po’ di scuola di italiano, un po’ di lavoro.

Adesso inizia la vita vera, puoi fare tanti progetti, come il tuo amico.

Il mio amico è intelligente, lui è bravo. Ha la testa che gli corre, sempre.”

Anche tu sei intelligente,”

Mmm…. No, non so….

Abdellatif guardò di nuovo la foto della sorella sul suo telefono. Era lei l’intelligente della famiglia. Ed era anche tutta la sua intelligenza, quella che lui si sentiva mancare e che, in mezzo agli altri, gli faceva sempre fare un passo indietro a testa bassa. Era lei che doveva andare avanti, e lui per questo avrebbe dato tutto se stesso. Per questo aveva attraversato il mare. Per l’immagine di quell’adolescente dal viso pulito e onesto come il suo, con quel rossetto rosso corallo che le disegnava un filo di coraggio sulle labbra. E quel rosso nel viso bello e serio lo faceva stare tranquillo. Era lei tutta la sua intelligenza che non poteva raccontare a se stesso, nemmeno sottovoce.

Abdellatif forse non se ne rendeva conto, ma a lui il pensiero funzionava, eccome se funzionava. Il suo era un intuito di pelle, come un radar interno che lo orientava sempre nelle situazioni che non conosceva e lo teneva a galla se l’acqua attorno a lui si faceva troppo profonda. Per questo andava sempre a finire, irrimediabilmente, verso le cose belle. E così s’era risparmiato le brutte compagnie, le strane storie, i giri troppo allargati che non si sa bene dove ti portano. Per questo s’era risparmiato la lite con il fidanzato della ragazza alla stazione. Per questo continuava a guardarsi intorno lo stesso, alla stazione e dovunque andava, in attesa di quella che lo avrebbe guardato e con cui magari si sarebbero scambiati il numero per niente, se non per loro due. Per questo gli amici li riconosceva a prima vista, e si lasciava portare dove dicevano loro. Per questo gli piaceva la primavera e l’odore buono del vento fresco che ha sciolto il freddo e non fa più male. Abdellatif non ne era ancora consapevole, ma quell’intelligenza silenziosa sarebbe stata la sua fortuna. Il resto sarebbe venuto da sé. Avrebbe fatto la sua strada.

Ho festeggiato tanto, sì … anche a casa hanno festeggiato tanto questo permesso, finalmente. Una festa così si fa da noi, solo quando nasce un bambino.”

Sara Forcella