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L’Europa e la “sindrome di Stoccolma”: 20 milioni al dittatore eritreo Afewerki

Insorgono i rifugiati eritrei della diaspora: “l’UE finanzia progetti coi lavori forzati”

2 aprile 2019

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La "sindrome di Stoccolma", sfogliando il dizionario medico, è un rapporto emotivo che si instaura tra ricattatore/sequestratore e vittima. Un rapporto non solo lesivo, ma insano.

L’Europa, ogni qual volta si interfaccia con regimi dittatoriali, tende ad assumere atteggiamenti non solo equivoci, ma patologici.

Per "risolvere" la crisi dei rifugiati siriani, il presidente turco Erdogan per ottenere determinati vantaggi (liberalizzazione dei visti, adesione all’Unione e finanziamenti) prende per le corde l’Unione.
Quest’ultima versa 6 miliardi ad Ankara per bloccare 3,2 milioni di siriani [1] in Turchia, cede al ricatto rendendosi complice di un accordo criminoso [2].

In Egitto, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani presenti all’interno del paese, la repressione, la diaspora di minorenni verso il territorio europeo [3], viene sottoscritto un accordo simile.
La Germania versa 500 milioni, cui probabilmente si accoderanno le restanti nazioni, per la creazione di una partnership solida con Al-Sisi.

In entrambi i casi, al posto di utilizzare in modo credibile lo strumento della cooperazione internazionale, ponendo obiettivi a lungo raggio per evitare le diaspore, si usa invece la scorciatoia: versare denaro (tanto) al dittatore di turno per non capire (o non voler capire) che la situazione dei flussi migratori non può essere gestita in questo modo e che nel lungo periodo non cambierà.

Altro caso emblematico, è quello dell’Eritrea [4], con un modus operandi non dissimile da quelli precedenti.

Viene finanziato uno Stato con un sistema repressivo violentissimo, nel quale è presente un servizio di leva a tempo indeterminato (escamotage per legalizzare lo schiavismo), una censura seconda solo alla Corea del Nord e una metodologia criminale per arginare la fuga dal paese (shoot-to-ki).

Se il popolo eritreo migra in massa, se è in atto una diaspora, è per il sistema governativo di Afewerki: finanziare il suo governo è autolesionismo.

Gli eritrei sono tra le popolazioni che più di tutte tentano l’approdo nel vecchio continente. L’Europa, invece, cerca contromisure da anni per contenere i flussi migratori: perché allora finanziare un governo che è la causa della migrazione stessa?

La cooperazione tra Eritrea ed Unione Europea è partita ufficialmente lo scorso 8 febbraio, momento d’incontro tra il Commissario per la cooperazione e lo sviluppo internazionale, Neven Mimica, ed il Presidente dell’Eritrea, Isaias Afewerki.
Il tutto si basa su un “un progetto iniziale da 20 milioni di euro per ricostruire il collegamento stradale tra il confine etiopico e i porti eritrei [5].

Tale intesa riceverà finanziamenti dal Fondo Fiduciario dell’UE per l’Africa e da l’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi di progetto (UNOPS): “questa è la prima fase di un più ampio sostegno all’Eritrea, che è pianificato per aumentare gradualmente entro la fine dell’anno [6].

In sostanza, i 20 milioni di euro sono soltanto una prima tranche.
Il fondo mira alla ricostruzione della rete stradale tra Etiopia ed Eritrea e “a rafforzare il dialogo politico con l’Eritrea, incoraggiando in particolare le riforme politiche ed economiche e il miglioramento dei diritti umani, nonché perseguendo la cooperazione allo sviluppo per affrontare le cause profonde della povertà e rafforzare l’accordo di pace e l’integrazione economica [7]: in che modo il finanziamento ad un dittatore può promuovere pari opportunità economiche? E come può creare sicurezza?

Se il Fondo è stato creato per offrire opportunità economiche e di sviluppo, e quindi come è scritto, prevenire la cosiddetta "immigrazione illegale", certamente la soluzione non è versare denaro ad un governo che ne è la causa.

Il giornale governativo Eritrea Profile ha rivendicato l’accordo ed i primi 20 milioni di euro ricevuti [8], ma furenti sono state le critiche da parte degli eritrei presenti in Europa: l’organizzazione Foundation Human Rights for Eritreans (FHRE) ha deciso di denunciare l’Ue.

20 milioni regalati ad un dittatore, hanno sentenziato.

Il progetto mira a creare posti di lavoro, ma la FHRE ha denunciato che “verranno utilizzate le reclute del servizio nazionale [9], ossia i cittadini comuni costretti al servizio militare a tempo indeterminato. Lo stesso Mulueberhan Temelso, Presidente del FHRE, ha affermato: “l’Eritrea è una prigione a cielo aperto dove ogni persona del servizio nazionale è intrappolata in condizioni estremamente dure".
L’UE è stata così accusata di “finanziare progetti in Eritrea utilizzando i lavori forzati [10].

Sempre FHRE denuncia gli stipendi da fame dei militari, ovvero dei futuri costruttori della strada Nefasit-Dekemhare-Senafe-Zalembessa.
Infatti, lo stipendio è passato da 120$ al mese a soli 17$.
A queste denunce, perplessità e domande poste, “the EU has not responded to a request for comment” [11].

L’UE, in pratica, non ha fornito alcuna risposta.

Davvero l’Europa crede di bloccare l’immigrazione finanziando la causa della migrazione stessa?
Siamo di fronte ha una "sindrome di Stoccolma". Pure grave.