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Sea Eye: i naufraghi vanno fatti sbarcare subito in Italia

Per l’Osservatorio Solidarietà "Libia e Tunisia non sono porti sicuri"

5 aprile 2019

Il 3 aprile 2019, la nave Alan Kurdi, della Ong Sea Eye, ha soccorso 64 migranti. Tra loro 10 donne, 5 bambini e 1 neonato. Poche ore prima si era diffusa la notizia di un’altra imbarcazione di fortuna, con una cinquantina di persone a bordo, di cui si erano perse le tracce nel Mediterraneo dopo la richiesta di aiuto registrata da Alarm Phone.
Il Ministro dell’Interno italiano si è precipitato a negare l’attracco a ogni porto nazionale. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ha dichiarato di essere pronto a far sbarcare i migranti nella sua città. Ancora oggi la nave umanitaria è in balia delle onde al largo di Lampedusa, in quello che si preannuncia come l’ennesimo atto criminale e illegale del governo italiano (NdR.).

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L’Osservatorio Solidarietà – Carta di Milano ringrazia e sostiene l’equipaggio della Alan Kurdi, la nave dell’organizzazione non governativa Sea Eye che ha salvato 64 naufraghi in pericolo di vita da diversi giorni.

L’ONG ha fatto ciò che le marine di tutti gli Stati dell’Unione Europea, l’operazione europea Sophia e l’Agenzia europea Frontex hanno colpevolmente smesso di fare: adoperarsi perché il Mediterraneo non venga trasformato in un cimitero marino per persone considerate ormai come scarti umani, come esistenze che nessuno vuole più accogliere. Un abbandono che probabilmente ha segnato la sorte dei naufraghi di un’altra imbarcazione in difficoltà che aveva lanciato una richiesta di soccorso al numero di Alarm Phone: un SOS subito trasmesso alla guardia costiera italiana e da questa rimbalzata alla sedicente guardia costiera libica, senza che seguisse alcun intervento.

L’equipaggio della nave spagnola Open Arms, bloccata da mesi nel porto di Barcellona, ha commentato: «La Libia non risponde, l’Italia non risponde, nessuno coordina i soccorsi, nessuna nave, non c’è nessuno. Quanti morti costeranno queste elezioni europee?»

Ci uniamo a questa domanda, denunciando il comportamento degli Stati membri, a cominciare da quelli che hanno competenza sulle acque territoriali internazionali prospicienti la Libia: Italia e Malta. Sullo stesso piano è l’operato dell’Unione europea che ha ritirato i suoi assetti navali e ha ostacolato l’operato delle Ong, lasciando colpevolmente morire in mare uomini, donne e bambini. La Commissione pronuncia altisonanti e ipocrite dichiarazioni sulla lotta al traffico di esseri umani e sui cosiddetti “valori europei”, mentre affida alla “guardia costiera libica”, finanziata e addestrata dall’Unione, il compito di riportare i profughi in Libia.

Eppure, la stessa Unione – oltre all’Onu e a diversi tribunali italiani – ha dichiarato che la Libia non è un place of safety, un luogo sicuro di sbarco, ben sapendo che i campi di prigionia sono gestiti dalle milizie e dai trafficanti, spesso in combutta con il governo, e che lì i profughi sono sottoposti sistematicamente a violenza, tortura, stupro e assassinio. Si tratta, in altre parole di veri e propri respingimenti affidati ad autorità complici per aggirare la Convenzione di Ginevra che li vieta.

La Tunisia, inoltre, non garantisce ancora alcuno status legale di soggiorno ai richiedenti asilo “registrati” da UNHCR: Tunisi non ha una legge sul diritto di asilo, in attesa di approvazione da anni, e quindi non può essere qualificata come “paese terzo sicuro” ai fini dello sbarco di persone soccorse in acque internazionali, in quella che viene impropriamente definita come zona SAR “libica”. Ricordiamo, a questo proposito, che appare in tutta la sua evidenza che il governo di Tripoli non dispone di una Centrale operativa unica (MRCC) a livello nazionale, come sarebbe prescritto dalle Convenzioni internazionali.

L’Osservatorio Solidarietà chiede quindi che venga immediatamente indicato un porto dove far sbarcare i naufraghi salvati dalla Sea Eye e chiama cittadine e cittadini, associazioni, forze politiche e istituzioni democratiche di tutta Europa a mobilitarsi perché venga posta fine a questa politica di sterminio, la cui responsabilità non potrà non ricadere su tutti coloro che in qualche modo la condividono o la subiscono passivamente.