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Bologna, Prati di Caprara. Gli sgomberi che non fanno rumore

di Mara Degiorgi

11 aprile 2019

Leggi anche:
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Esseri considerati nullità. Tanto che vivi, respiri, cammini per Bologna, hai le tue beghe, diciamolo, veri e propri problemi: i figli, come li mantengo? Mi mancano; sarò un buon padre? Farà freddo oggi in casa? E così via e, nessuno, badi bene, nessuno, si accorge di te, ti pensa, prova ad aiutarti se ti vede in difficoltà. Vivere lontano da casa, dai figli, dalla famiglia. Andare via per provare a farcela. I soldi: sempre quelli i motivi. Mancano, servono a questo mondo e, quindi, si parte e si lascia casa. Molte delle migrazioni nascono così dopotutto, no? In realtà, ci si accorge ogni tanto di te. E quando lo si fa, ti si evita quanto più possibile. Quanto la peste, si dice così, no? Perché tu sei uno zingaro, un nomade, un rom, un non-mi-interessa-chi-sei, ma non sei un mio problema.

Una fotografia dell’opera "Everything", autrice Adrian Piper - Biennale di Venezia 2015


Giorni fa la Polizia di Bologna é nuovamente entrata nei Prati di Caprara per sgomberare chi lo abita abusivamente. Della cosa ne parla solo un giornale locale, con tanto di video e foto della polizia vs insediamenti abusivi in allegato. Non ci sono altre fonti, altri sguardi o tanto meno altre voci. Le loro magari. Recentemente, uno studio etnografico sugli insediamenti informali mi ha dato modo di parlare, tra gli altri, anche con chi quelle baraccopoli le ha costruite. Chi sono? Cosa vogliono? E a noi, perché ce ne dovrebbe fregare?

Abitano il bosco da anni, alcuni dal 2006, altri da un anno, altri da più tempo. Si tratta di comunità composte da diverse coppie e da donne sole e uomini soli. Famiglie senza figli o meglio, con figli lasciati a casa, quella situata in Romania. Saranno una ventina in tutto. Sono qui per il lavoro. Un lavoro sperato, sognato lì, magari far la badante, per esempio. Lavoro che però, una volta arrivati qui, non c’è, non si trova e così si finisce per far quel che si può. Lavori poveri. Per sopravvivere, senza nuocere a nessuno. Diventando invisibili ai più.

Magari venisse qualcuno, a prendere la nostra carta di identità, a controllarci, a vedere che non abbiamo precedenti penali, che non siamo dei criminali e ci aiutassero a trovare lavoro e una casa.

Se mi dessero aiuto, per trovare un lavoro e un affitto, ovviamente andrei in un affitto.

Do il mio numero a tutti, ma nessuno mi richiama.

Una fotografia dell’opera "Everything", autrice Adrian Piper - Biennale di Venezia 2015


Più volte mi è stato detto da loro che vivono così non per scelta, ma per costrizione. Dicono spesso che non siamo tutti uguali. Io all’inizio non capisco, poi mi spiegano i rapporti che hanno con gli altri, cioè noi, autoctoni, noi bolognesi, noi fuori sede, noi cittadini almeno di serie B se stiamo leggendo questo articolo, giusto? E capisco. Da quando vivono qui, gli unici rapporti con gli altri, sono stati i seguenti:

Per la polizia noi siamo tutti uguali. Quando la polizia arriva, deve prendere solo quelli che sono dei criminali, non ci deve accomunare tutti!

La polizia ogni tanto arriva. Inizia a parlare con brutte parole, dicono che dobbiamo andare via e iniziano a dare calci ai nostri averi.

Nel 2006, c’erano i militari nel bosco. Il Comune ci prometteva casa e lavoro. Non ci hanno aiutato con nulla, erano tutte menzogne.

Noi per gli italiani siamo la nullità. Noi siamo il niente.

Rapporti freddi, di non benvenuto. Rapporti non mediati da nessun punto di vista: linguistico o di assistenza, per esempio. Nessun interprete rumeno-italiano. Nessun interesse alla loro voce, alla loro persona, perché sì, abitano il bosco, abusivamente, ma sono persone. Come te, come me. E come tutti, hanno qualcosa da dire. E, come tutti, vorrebbero una casa. Solo che sì, se non sanno l’italiano è facile pensare che non abbiano testa, giusto? Uno sgombero silenzioso, senza nessun ferito, per mancanza di parola.

Sulle costruzioni identitarie: come vengono visti dagli altri

Si sa, l’identità è un qualcosa prodotto da noi e dagli altri. L’identità non è mai fissa, una e unica. Non solo è un prodotto, ma è anche un processo continuo, mutevole dalle interazioni con gli altri. Noi non siamo mai solo il nostro nome, la nostra professione; non siamo solo madre o figlia, per esempio. Siamo anche particolari di abitudini, di certi capelli scomposti, di certi ricordi d’infanzia, di certi gesti. L’identità è sempre mediata dall’incontro, dallo scontro o, come in questo caso, dall’indifferenza con l’altro.

Non è gente che va molto per il sottile. In genere sono rom e rumeni, nel senso che sono cittadini europei a tutti gli effetti, però non hanno il minino di civiltà.

Ma lei ha parlato con loro?
No, io mai. Mah io non so cosa dire, vivono come degli animali.

Che tipo di rapporti ci sono stati?
Parliamo dei nomadi? Dunque..non essendo quell’area del Comune di Bologna, come in tutte le aree private, devono essere sgomberate.
(Solo che) stiamo parlando di un’area di 40 ettari. Non è una casa in cui tu chiudi tre finestre, muri una porta e, di fatto, rendi inaccessibile il luogo. Lì parliamo di un’area estremamente vasta, in cui è impossibile costruire dei muri di cinta su tutta quanta l’area che impediscano fisicamente l’accesso.

L’unico dialogo con le persone nomadi è lo sgombero?
No, allora..innanzitutto noi dobbiamo considerare che quello è un nomadismo un po’ particolare. Lì non ci sono bambini. Minori non sono mai stati individuati. Quella è proprio una zona che viene utilizzata anche da chi ci vive dentro. Non ci vivono per lunghi periodi. (...) Non è che lì ci vivono delle famiglie, che stanno lì da dieci anni, che hanno una storia e quindi se li sgomberiamo chissà dove vanno.. cioè ripeto, quella è una zona di nomadismo di passaggio.

Una fotografia dell’opera "Everything", autrice Adrian Piper - Biennale di Venezia 2015


Queste le visioni di alcune persone che vivono vicino ai Prati di Caprara. Rappresentazioni pensate, ascoltate, dette, alimentate. Rappresentazioni pericolose dell’altro. Chi non ha una famiglia, è un senza storia. E un senza diritti. Quasi delle non-persone. Un’identità che per chi vive il bosco è un’identità-stigma, una macchia che li rende a volte invisibili, soprattutto quando ciò fa comodo a chi è co-responsabile di certi fenomeni presenti in città, mentre altre volte visibili, in quanto portatori dello sporco, del brutto, di tutto ciò che non va. Lo stigma di zingaro poi, termine offensivo, discriminatorio, razzista, si appiccica facilmente a chi non si conosce, a chi si finisce per temere in un clima di paura e diffidenza generalizzato e crescente di questi tempi. Credo che politiche di integrazione, di ascolto dell’altro siano fondamentali pratiche per l’agire dell’oggi, per il pensare in che tipo di città vogliamo vivere, passeggiare, respirare.

Sul futuro del bosco

Attualmente, i Prati di Caprara sono oggetto di un processo di rigenerazione urbana. Del suo futuro volto se ne stanno occupando in tanti: da una parte il Comune, dall’altra, invece, il Comitato Rigenerazione No Speculazione che riunisce cittadini interessati al come la città si trasforma e ad una migliore qualità della vita collettiva e, nello specifico, ai Prati. Se il Comune di Bologna prevede la costruzione nell’area di una scuola, di un parco e di abitazioni di edilizia sociale, il Comitato vorrebbe invece tutelare e valorizzare il verde già presente. Progetti discordanti tra di loro, certo, ma con un punto in comune: in entrambi i progetti, gli abitanti informali che vivono il bosco chi da ieri, chi da oggi, non sono stati menzionati, pensati, immaginati. Parlando con chi dell’area, si sottende sempre l’idea che non sono un mio problema, che si sposteranno. Sì, ma dove? E in che modi? Il punto rimane. Badi bene, il mio non vuol essere un articolo trionfalista sull’abusivismo. Ci sono certamente delle problematicità all’interno del bosco. Ma non è, a mio avviso, cementificando sopra un’area di quarantasette ettari o demolendo tende o letti, o tanto meno non guardando in faccia la situazione che si ha davanti, che si risolvono. Politiche di spostamento del problema - persona dis-umanizzano e oggettivizzano, nel senso che rendono oggetto ciò che oggetto non è, cioè l’uomo. Al contrario, politiche di integrazione, politiche del fare e non del disfare potrebbero, invece, tornare utili.