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Per favore, Europa - considera le competenze dei rifugiati come me una risorsa

Hasina Shirzad*, The Guardian - 3 aprile 2019

16 aprile 2019

- Link all’articolo originale (ENG)

Essere una richiedente asilo in Norvegia mi ha mostrato quanto sia difficile per noi realizzare il nostro potenziale.

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Appena il volo partì da Kabul e l’aereo prese quota, anche le mie paure iniziarono a crescere, in particolare la paura di un viaggio lungo ed incerto.

A malincuore lasciavo indietro la mia famiglia, amici e il mio Paese. Avevo ipotizzato che non appena raggiunto un Paese sicuro, non ci sarebbero voluti più di tre mesi prima di iniziare a lavorare di nuovo da giornalista. Sfortunatamente non fu quello il caso.

Arrivai in Norvegia i primi giorni di Marzo del 2015, appena prima della crisi migratoria di quell’anno. Durante il mio primo incontro con la Polizia percepii che la mia identità stava eclissandosi. All’uomo dietro il vetro spesso al controllo dei passaporti, dissi testuali parole: “Sono una richiedente asilo”, poi il mio nome e ciò di cui mi occupavo. Questa frase sarebbe diventata la mia identità nei due anni e mezzo successivi. Non intendo dire che le parole “richiedente asilo” portino con sé disonore, ma le persone sembrano non ascoltare il resto una volta pronunciate.

Fui mandata in una grande sala d’attesa per essere intervistata più approfonditamente. Era quasi vuota, c’erano soltanto altri tre richiedenti asilo. Su un tavolo c’erano del pane e dei barattoli di marmellata.

Ogni due ore un poliziotto ci portava fuori per una boccata d’aria fresca. Alla fine di quella giornata arrivarono una dozzina di richiedenti asilo. Ci venne detto che per quella notte avremmo dormito sulle panchine. Ci diedero delle lenzuola leggere.

Misi tre paia di lenzuola una sopra l’altra e provai a dormire. La mia testa era un turbinio di pensieri e giunsi ad una conclusione: “Quando mi sveglierò domani mattina nessuno saprà quanto valgo, nessuno conoscerà la mia identità e soprattutto nessuno mi considererà per le abilità che posseggo, per il mio lavoro, o per il percorso di vita intrapreso. Alcuni penseranno addirittura che io sia una nullità, solo una richiedente asilo che dovrebbe essere grata per il rifugio e la protezione ricevuta.

Il mese successivo al mio arrivo mi ritrovai nel centro di accoglienza per richiedenti asilo di Haslemoen, Norvegia dell’est. Un’ex base militare era stata trasformata in un centro per rifugiati, distava un’ora dal più vicino supermercato e lontano, terribilmente lontano da casa.

Dopo un altro mese fui trasferita a Larvik, una città più a sud. Il “viaggio” lungo e solitario dell’attendere e dell’aspettarsi documenti ufficiali iniziò per me proprio in quel momento. Sarebbe durato un anno.

Ciò che rese l’attesa ancora più difficile fu la depressione che scaturì dalla mia totale assenza di competenze linguistiche, dalla non conoscenza dei codici culturali e in generale di non sentirmi la benvenuta.

Essendo una giornalista, ovvero qualcuno che dovrebbe essere la voce di altri, provai il dolore di non avere più un’identità, né tanto meno una voce. Mi sentii un’inetta ed ero isolata.

La prima generazione di rifugiati ha davvero pochi modelli a cui ispirarsi. Mentre cerchi di far fronte al sistema nel tuo Paese ospitante, ci si aspetta che tu possa organizzare la tua vita, guadagnando del denaro per la tua famiglia, e molto spesso non hai nessun’altra alternativa, se non quella di rinunciare ai tuoi sogni. Molti iniziano a lavorare in ristoranti, bar, guidano taxi. In pochi riescono ad ottenere lavori professionali.

Il primo passo per migliorare la mia nuova vita fu quando realizzai che avrei dovuto smettere di domandarmi il perché la vita fosse stata così ingiusta con me e perché avevo scelto l’opzione da rifugiata.

Invece mi dissi che avrei dovuto tirar fuori il meglio da ciò che mi restava, e che forse tutta quella sfortuna mi avrebbe reso più forte.

Così iniziai a trovare dei modi per riacquistare la mia identità.

Ben presto scoprii come in Europa tutto si basa sulla ricerca di opportunità e una rete di contatti. Mi sono serviti altri quattro mesi e molte difficoltà per trovare il posto giusto per raggiungere il mio obiettivo. E quel posto fu l’università, dove mi iscrissi per studiare ancora una volta.

Da donna afghana ho sete di conoscenza: durante il regine Talebano dal 1996 al 2001 alle donne non era consentito studiare. Il problema si presentò però quando scoprii che la Laura Triennale in Giornalismo conseguita durante l’Afghanistan post-talebano, non era riconosciuta in Norvegia.

Ero consapevole che ciò che avevo studiato in Afghanistan non sarebbe stato all’altezza degli standard norvegesi, ma sapevo ciò che era richiesto, e volevo solo che venisse riconosciuto.

La preparazione, una volta acquisita, rimane tale, dovunque tu vada. Così grazie all’aiuto della fantastica rete di persone che avevo di fianco a me, decisi di far circolare il messaggio.

Usammo il potere dei media per aprire un dibattito sull’istruzione superiore per i rifugiati. I nostri sforzi hanno dato vita ad un progetto chiamato “Academic Dugnad”, che aiuta i rifugiati a ricevere l’istruzione superiore. Oggi sto studiando per ottenere una Laurea Magistrale in Giornalismo e il mio scopo è lavorare in Norvegia. Sono consapevole del fatto che non sarà affatto semplice, in quanto sto lavorando nella mia quarta lingua (sto imparando il norvegese). Ma questo è ciò che sogno e varrà la pena lottare.

Credo che molti rifugiati abbiano rinunciato ai propri sogni. Quando quelli che, come me, sono fuggiti dalla violenza e dalla guerra, saranno visti come una risorsa e non come un guaio dai nostri paesi ospitanti?

Voglio trasmettere due messaggi ai cittadini dei paesi ospitanti.

Per prima cosa, noi non siamo qui per trovare migliori opportunità economiche, ma per avere il diritto alla vita. Secondo, vedeteci come una risorsa, non come un fardello per la vostra società. Molti di noi hanno dei sogni che vorrebbero veder realizzati: il mio era quello di diventare giornalista di nuovo. Il nostro stato di rifugiati dovrebbe essere un ostacolo a tutto questo?

E questo messaggio è rivolto a quei rifugiati che vogliono inseguire un sogno professionale: siate coraggiosi, lavorate sodo e utilizzate qualsiasi mezzo per dimostrare le vostre abilità. Se non vi sono mezzi a disposizione, allora chiedetene uno, oppure createvelo.

* Hasina Shirzad è una rifugiata afghana e una studentessa universitaria in Norvegia.