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Non persone in non luoghi

L’attesa nei centri di accoglienza

16 aprile 2019

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Vite che ancora il potere consuma alla stessa stregua dell’emergenza umanitaria, attraverso cui i governi liberali, per mezzo di una segreta alleanza con la sovranità, assumono il pieno controllo delle proprie vittime [1] .

Attendono per tutto, secondo una complessa geografia del tempo, compatibile con il regime di controllo temporale ordinato. Aspettano in uno spazio dettato da un’eccezione disumana, dove tutte le relazioni sono sottoposte ad un ordine gerarchico.
Sono sospesi in un tempo incommensurabile rispetto alla velocità della vita e della migrazione.
Su di loro rimane sempre il dubbio dell’attesa, che costituisce una sorta di incollamento generato da controlli preventivi, in cui il tempo può apparire appiccicoso e/o sospeso [2].

Questi campi dove ci troviamo non bloccano gli immigrati o fermano l’immigrazione, ma ne regolano il tempo e la velocità ’dirottando temporalmente la loro direzione [3]’. Laboratori in cui ogni azione, ogni movimento ed ogni pensiero è condotto ad essere decelerato.

Nelle parole di Paul Virilio, campi, confini, centri di detenzione e zone di frontiera sono ’speed boxes - scatole della velocità’, che ’rimodellano, reindirizzano e rallentano la mobilità - ripensando al controllo della migrazione attraverso la cattura del tempo e dello spazio [4]’.

Aspettano l’orario dei bollitori in funzione per fare il tè; aspettano l’apertura della mensa per consumare il proprio pasto; aspettano che l’appetito arrivi soltanto in quelle ore stabilite per la distribuzione; aspettano che avanzino i pasti se sono affamati; aspettano l’ora per firmare e poter uscire dalla struttura; aspettano che l’operatore arrivi per poter prendere la carta igienica; aspettano che l’operatrice abbia terminato con l’emergenza per vedere quel lucchetto aperto. Aspettano il giorno di essere colloquiati, gli orari per essere controllati, i momenti per essere monitorati, il rischio per essere dimessi. Aspettano che apriamo le porte e chiudiamo i cancelli. Loro, gli immigrati, aspettano in tutto quello che non possono, essere e fare. Che arrivi il mediatore per poter farsi capire; che la scuola d’italiano si sia svuotata per frequentarla; che il corso di formazione accetti più iscrizioni per lavorare; che siano liberi mentre li recintiamo.

Agli immigrati accolti nei centri di accoglienza è donata una peculiare mappa del tempo, caratterizzata dalla stasi e dalla lentezza; un tempo estenuato, consumato tra mensa, corridoi, posto letto, sala colloqui, ufficio, settings definiti. Il loro tempo è modificato sui nostri ritmi e controllato sui nostri raid, che si muovono lungo il cardine della durata: ’come una persona senza passato e senza futuro, incollato in un presente senza fine, ansioso’ per cui i sogni sono impossibili. L’illegalità suggerisce Coutin ‘cancella la presenza e sospende il tempo [5]’.

Per anni. Restano in attesa della data di commissione; restano in attesa della risposta degli esaminatori; restano in attesa del foto segnalamento e del Pds; restano in attesa delle udienze; restano in attesa dei rinvii delle udienze; restano in attesa delle correzioni e dei problemi tecnici; restano in attesa delle verbalizzazioni e delle notifiche; restano in attesa delle comunicazioni che pervengano; restano in attesa che le email siano lette; restano in attesa delle certificazioni e dei colloqui da depositare; restano in attesa della residenza; restano in attesa della tessera sanitaria; restano in attesa delle cure necessarie; restano in attesa della carta, restano in attesa dell’identità negata.

In questo tempo compresso - dove non è consentito lo spazio per l’agire sociale - mentre indugiano per il da farsi dei loro diritti in una attesa che li rende paralitici [6], vivono ’una forma di non tempo, testimone della insignificanza sociale di una persona […] [7].

Nell’attesa e nel dubbio dell’attesa diventano nulla, senza intrecci né semantiche, doppiamente assenti, ’caselle vuote’, privi di un passato e di un futuro e privati di racconti, di storie, di esperienze, saccheggiati di quella ’forma d’identità - la narrativa - cui l’essere umano può accedere attraverso la narrazione di sé […]. Il tempo diviene tempo umano nella misura in cui è articolato in modo narrativo [8].
Loro, gli immigrati, sono come non persone in non luoghi: una tattica o una tecnica, secondo Certeau [9].